Quando Europa posò finalmente varcare i cancelli di Talos, non era più la ragazza che aveva visto il mondo spegnersi in un’onda di grigiore. Era una guerriera mossa dalla perdita, dall’eco incessante di un dolore trasformato in determinazione. Dietro quelle mura di ferro e pietra, viveva la corruzione che aveva inghiottito ogni colore, ogni speranza. E tra i corridoi metallici e le ombre viventi, lì, incontrò un orso fluttuante dal nome Apino: non una creatura da favola, ma un alleato capace di restituire luce a ciò che sembrava ormai perduto.
Disponibile su PlayStation 5, Xbox Series X|S, Nintendo Switch e PC, 9 Years of Shadows è un metroidvania sviluppato da Halberd Studios e pubblicato da JanduSoft che intreccia esplorazione, combattimenti e una poetica dimensione musicale. Il titolo si affida a una struttura a scorrimento laterale, nella quale ambientazioni gotiche e cromatismi svaniti vengono recuperati attraverso un gameplay che lega fortemente estetica e meccaniche.
Tra le rovine del silenzio
Talos, il colosso meccanico all’interno del quale si svolge la maggior parte dell’avventura, è al contempo scenario e antagonista. Un luogo stratificato, abitato da civiltà dimenticate e minacciato da una maledizione che ha prosciugato l’energia vitale del mondo. La protagonista Europa, armata di un’alabarda, è chiamata a superare ambienti in rovina, affrontare creature corrotte e ricostruire la propria memoria mentre fa i conti con il lutto e il silenzio cromatico del suo passato.
Apino, lo spiritello magico che l’accompagna, svolge un ruolo fondamentale tanto nel combattimento quanto nell’esplorazione. I suoi poteri permettono di purificare la corruzione, ripristinare la salute e interagire con specifici elementi dello scenario. I suoi tre attacchi distinti – un pugno ascendente, un ciclone boomerang e un’esplosione che si propaga al suolo – introducono varietà nelle fasi di combattimento, incentivando un utilizzo strategico in combinazione con le capacità di Europa.
Elementi, enigmi e armonie
Una delle peculiarità di 9 Years of Shadows risiede nell’utilizzo delle armature elementali. Ogni corazza, legata a uno degli elementi fondamentali – acqua, terra, fuoco e aria – non solo conferisce abilità specifiche, ma consente anche l’accesso a nuove aree della mappa. Il passaggio fluido da un’armatura all’altra si rivela determinante sia nei combattimenti più articolati che nella risoluzione di enigmi ambientali, rendendo l’esperienza di gioco dinamica e gratificante.
La struttura metroidvania è solida, con una mappa che premia l’esplorazione ma che talvolta pecca in chiarezza. Alcuni segmenti richiedono una precisione eccessiva nei salti o nella comprensione delle sequenze, rallentando il ritmo dell’avventura. Allo stesso modo, alcuni ambienti possono risultare troppo simili tra loro, minando la varietà visiva complessiva, nonostante il lavoro artistico resti di ottima fattura.
La vera anima di 9 Years of Shadows, però, pulsa nelle sue scelte sonore. L’intero impianto musicale non è un semplice accompagnamento, ma una componente essenziale del gameplay. Europa raccoglie note musicali durante l’esplorazione, e può usarle per intonare una ninna nanna che le restituisce energia. La colonna sonora, composta da Miguel Hasson con la partecipazione di Michiru Yamane e Norihiko Hibino, si adagia su frequenze a 432 Hz, conferendo alle melodie un tono terapeutico che accompagna e sottolinea ogni atto di guarigione del mondo.
Un viaggio di luce e memoria
Questa scelta non solo differenzia il titolo da molti suoi simili, ma gli conferisce anche una coerenza interna rara. I due celebri compositori giapponesi appaiono persino nel gioco come NPC, contribuendo alla narrazione e arricchendo l’universo sonoro con la loro presenza simbolica. Quando Talos si colora nuovamente, l’effetto combinato di musica e palette cromatica rianimata è profondamente coinvolgente.
Dal punto di vista tecnico, su PlayStation 5 il gioco si comporta bene. I comandi sono reattivi, il framerate stabile anche nelle aree più dense di nemici e gli effetti sonori sono nitidi e immersivi. Le animazioni di Europa, in particolare durante le cutscene, avrebbero beneficiato di una maggiore fluidità, ma non compromettono la forza emotiva del racconto.
I combattimenti contro i boss, infine, rappresentano uno dei punti più alti dell’esperienza. Alternando fasi di pattern da memorizzare a momenti più concitati, e sfruttando la meccanica delle armature, propongono sfide bilanciate e spesso spettacolari. Non mancano, tuttavia, alcuni picchi di difficoltà mal calibrati nelle fasi avanzate, che potrebbero scoraggiare i meno avvezzi al genere.
Giocare a 9 Years of Shadows è come attraversare un affresco musicale in continua evoluzione. Ogni corridoio esplorato, ogni nota raccolta e ogni armatura indossata raccontano un frammento di rinascita. Nonostante alcune imperfezioni nella gestione della mappa o nella varietà ambientale, il titolo di Halberd Studios riesce a distinguersi grazie alla sinergia tra musica, meccaniche di gioco e direzione artistica. In un panorama affollato di metroidvania, riesce a ritagliarsi una voce propria, e a cantare, nel vero senso della parola, il ritorno alla luce.

















