Avevo appena comprato casa e già mi ritrovavo in giardino con una pala in mano, convinto – senza uno straccio di prova, ma con molto entusiasmo – che sotto il prato fosse sepolto qualcosa di prezioso. Un forziere, un tesoro dimenticato, magari solo una buona storia da raccontare. Non esattamente l’approccio più razionale alla vita da nuovo proprietario, ma senza dubbio il miglior modo possibile per iniziare A Game About Digging a Hole, sviluppato da DoubleBee e pubblicato da Rokaplay, disponibile su PlayStation 5, Nintendo Switch, Xbox One, Xbox Series X|S e già approdato su PC tramite Steam. Provato su PlayStation 5, il gioco non fa nulla per frenare questa pulsione irrazionale: anzi, la incoraggia apertamente, trasformando l’atto di scavare in una missione personale in cui la curiosità prende rapidamente il sopravvento sul buon senso. Quello che nasce come un gesto quasi ridicolo si trasforma in breve tempo in una piccola ossessione privata, capace di rendere sorprendentemente appagante un’azione che, sulla carta, non dovrebbe offrire nulla di più di terra, polvere e un discreto accumulo di speranze infondate.
Scavare come gesto ludico e mentale
Il gameplay si fonda su un ciclo essenziale e immediatamente comprensibile: scavare, raccogliere risorse, venderle e reinvestire il ricavato in attrezzature migliori, come ogni rispettabile avventuriero da giardino dovrebbe fare. La pala iniziale, lenta e poco affidabile, lascia spazio a strumenti più efficienti, a una batteria più capiente, a una capacità di trasporto ampliata e persino a soluzioni di mobilità come il jetpack, che finiscono per ridisegnare radicalmente il rapporto con la profondità e con la fatica stessa dello scavo. Ogni upgrade non rappresenta solo un miglioramento numerico, ma un vero cambio di prospettiva: il terreno smette di essere un fastidio e diventa una risorsa, mentre il buco assume progressivamente la forma di un sistema di gallerie che racconta visivamente le ore trascorse sottoterra. Il gioco costruisce una gratificazione lenta ma costante, in cui il senso di avanzamento nasce più dall’osservazione dello spazio trasformato che dal raggiungimento di obiettivi espliciti. L’assenza di missioni, punteggi o timer rafforza una dimensione quasi meditativa, in cui si scava perché sì, perché si può sempre andare un po’ più giù, seguendo un flusso personale scandito dall’intuizione più che dall’efficienza.
Il mistero sotto la superficie
Con l’aumentare della profondità, A Game About Digging a Hole inizia però a insinuare il sospetto che non tutto sia così innocente come sembra. Vecchi cunicoli abbandonati, oggetti fuori contesto e un’area finale governata da regole diverse incrinano la routine e suggeriscono l’esistenza di una storia sotterranea mai dichiarata apertamente. Il gioco preferisce ammiccare piuttosto che spiegare, disseminando indizi visivi e situazioni ambigue che alimentano un senso di sospensione crescente. La casa, il giardino e ciò che si cela al di sotto assumono progressivamente un valore quasi simbolico, lasciando intuire un ciclo che sembra ripetersi a prescindere dalle intenzioni del protagonista. Il finale, volutamente brusco e spiazzante, rinuncia a qualsiasi forma di chiusura rassicurante e trasforma l’ironia iniziale in una sensazione di disagio sottile, come se lo scherzo fosse diventato improvvisamente un po’ troppo serio. Una conclusione che divide, ma che risulta coerente con un’esperienza più interessata a stuzzicare la curiosità che a fornire risposte definitive.
Minimalismo tecnico e limiti strutturali
Dal punto di vista tecnico, la versione PlayStation 5 si presenta solida e coerente con l’impostazione minimalista del progetto. Lo stile visivo, semplice e pulito, privilegia la leggibilità dello spazio scavato rispetto al dettaglio, rendendo immediatamente chiara la morfologia delle gallerie e la profondità raggiunta, anche quando il buco inizia a sfidare ogni normativa edilizia immaginabile. L’interfaccia ridotta all’essenziale accompagna il giocatore senza distrazioni, mentre i comandi restituiscono una sensazione di controllo costante, soprattutto nelle fasi avanzate dello scavo. Il comparto sonoro rinuncia a una colonna musicale tradizionale, affidandosi a rumori ambientali ovattati, colpi sordi e vibrazioni meccaniche che amplificano la sensazione di isolamento. Non mancano tuttavia alcune rigidità: la fisica dei detriti può risultare imprecisa e, una volta sbloccati tutti gli upgrade, il sistema di progressione tende a esaurire la propria spinta motivazionale. La durata contenuta e la limitata rigiocabilità non compromettono l’esperienza, ma ne delineano chiaramente i confini, rendendo il titolo un viaggio breve e intenzionalmente circoscritto.
In questo equilibrio tra semplicità e assurdità, A Game About Digging a Hole trova la propria dimensione ideale. Non cerca di impressionare con sistemi complessi o colpi di scena roboanti, ma accompagna il giocatore lungo una discesa che diventa via via più bizzarra e curiosamente coinvolgente. Scavando, vendendo e migliorando l’attrezzatura, ci si rende conto che il vero piacere non sta tanto in ciò che si trova, quanto nel continuare a togliere terra, un metro dopo l’altro, con quella soddisfazione infantile che nasce dal vedere un buco farsi sempre più profondo. Quando tutto finisce, resta la sensazione di aver vissuto una piccola avventura fuori dagli schemi, capace di strappare più di un sorriso e di lasciare addosso una leggerezza inaspettata, come dopo aver cercato un tesoro… e aver scoperto che il bello era lo scavo stesso.
















