Goldrake è una di quelle icone che, almeno in Italia, sembrano non volersene andare mai davvero. Cambiano i decenni, cambiano i modi in cui guardiamo gli anime, arrivano nuovi robot e nuove generazioni di spettatori, eppure prima o poi lui ritorna. Nel 2025 UFO Robot Goldrake è tornato su Rai 2 con la serie originale restaurata per il cinquantesimo anniversario; nel 2026 Gō Nagai torna a incontrare il pubblico italiano a Lucca Comics & Games. Sono occasioni che inevitabilmente riaccendono ricordi fatti di sigle, sequenze di decollo, dischi di Vega e armi gridate davanti al televisore. Ma proprio perché quel ricordo è così forte, può essere interessante fare l’operazione contraria: mettere per qualche minuto Goldrake da parte e chiedersi chi fosse davvero Actarus. Non soltanto il pilota, ma anche il principe di Fleed che, tra una battaglia e l’altra, Rigel aveva praticamente riconvertito in tuttofare di campagna. Dietro quell’improbabile seconda carriera terrestre si nascondeva infatti un personaggio che già nel 1975 partiva da una condizione narrativa sorprendentemente adulta.
E forse oggi quella condizione si percepisce persino meglio. Le cronache continuano a mostrarci persone costrette dalla guerra ad abbandonare città, famiglie, abitudini e identità per cercare altrove un luogo nel quale ricominciare. Sarebbe sbagliato sovrapporre una tragedia reale a una serie di fantascienza o trasformare Goldrake nella metafora forzata di un conflitto contemporaneo; sarebbe però altrettanto strano non accorgersi che il punto di partenza di Duke Fleed parla anche di questo: perdere la propria casa e provare ad appartenere a un’altra senza riuscire, né forse volere, a cancellare quella precedente. Noi italiani lo abbiamo conosciuto come Actarus, mentre in Giappone vive sulla Terra sotto il nome di Daisuke Umon, ma dietro entrambe le identità rimane un principe arrivato da un pianeta devastato dalle forze di Vega. Quando la serie comincia, insomma, la parte della storia in cui l’eroe dovrebbe salvare il proprio mondo è già finita. E lui non ci è riuscito.
Prima di Goldrake c’era già una sconfitta
È qui che Actarus si separa nettamente da molti protagonisti robotici che lo avevano preceduto. Koji Kabuto riceve Mazinga Z e deve imparare progressivamente cosa significhi avere nelle proprie mani una forza capace di renderlo, come gli viene detto, un dio o un demone; Tetsuya Tsurugi è stato cresciuto e addestrato con uno scopo preciso, diventare il guerriero capace di pilotare Il Grande Mazinga. Duke Fleed entra invece nella storia dopo aver già scoperto il prezzo della guerra. Non deve immaginare cosa potrebbe accadere se Vega conquistasse la Terra, perché l’ha visto succedere su Fleed; non deve imparare che un robot potentissimo non basta sempre a salvare ciò che si ama, perché Goldrake non ha impedito la distruzione del suo mondo. Guardandolo con gli occhi di oggi, molte sue esitazioni assumono così un significato diverso: non sono la mancanza di coraggio di un eroe riluttante, ma la prudenza di qualcuno che conosce già il finale peggiore possibile. Koji entra nella guerra quasi di corsa; Duke, se potesse, probabilmente vorrebbe soltanto impedirle di ricominciare.
Proprio per questo acquistano peso anche quei momenti che da bambini potevano sembrare una semplice pausa nell’attesa della prossima battaglia. Actarus lavora nella fattoria, cavalca, suona la chitarra, discute con Rigel e trascorre il tempo insieme a persone che nulla hanno a che vedere con la corte di Fleed. Un destino curioso per un principe extraterrestre, passato nel giro di poco tempo dal palazzo reale alle incombenze di campagna senza che Rigel sembri preoccuparsi troppo del suo curriculum precedente. Ma dietro la battuta c’è qualcosa di importante: Actarus non sta semplicemente recitando la parte del terrestre per proteggere la propria identità, perché quella normalità diventa poco alla volta una possibilità concreta di essere qualcuno di diverso. Le radici del personaggio erano già visibili in UFO Robot Gattaiger – La grande battaglia dei dischi volanti, dove Duke Fleed appariva insieme a diversi elementi poi rielaborati per UFO Robot Grendizer, ma è nella serie televisiva che questa doppia vita acquista uno spessore particolare. Daisuke Umon non è soltanto il nome dietro cui Duke Fleed si nasconde: è quasi l’uomo che potrebbe diventare se il passato smettesse finalmente di venirlo a cercare.
Goldrake gli permetteva di andare avanti, ma non di dimenticare
A questo punto anche Goldrake cambia leggermente significato. Noi lo ricordiamo innanzitutto attraverso la sua spettacolarità: lo Spacer, le sequenze di partenza, l’Alabarda Spaziale, i Magli Perforanti, il Tuono Spaziale e quella liturgia della battaglia che in Italia sarebbe entrata nel linguaggio di un’intera generazione. Per Duke, però, il robot è qualcosa di molto più ambiguo. È ciò che gli ha permesso di fuggire e che adesso gli consente di proteggere la Terra, ma è anche uno degli ultimi frammenti concreti della vita che ha perduto. Il paradosso è affascinante: per costruire un presente diverso, Actarus è costretto continuamente a salire su una macchina che appartiene al suo passato. Ogni volta che lascia cavalli, chitarra e quella sua improbabile esistenza da tuttofare alla fattoria per tornare nella cabina di pilotaggio, Daisuke Umon arretra e il principe di Fleed ritorna. Goldrake lo difende da Vega, ma allo stesso tempo impedisce alla ferita di Fleed di trasformarsi semplicemente in un ricordo lontano.
È interessante riguardare in questa chiave anche le persone che lentamente costruiscono attorno a lui una nuova famiglia. Alcor parte praticamente dalla posizione opposta: vuole partecipare, cerca l’azione, costruisce mezzi e sembra avere una naturale propensione a ficcarsi nella battaglia prima ancora che gli altri abbiano finito di discutere il piano. Venusia conosce invece Duke Fleed nella sua curiosa seconda vita terrestre e soltanto dopo scopre il principe alieno e la storia enorme nascosti dietro quella normalità; Maria, con il suo arrivo, restituisce a Duke qualcosa che credeva perduto definitivamente e gli ricorda che Fleed non coincide soltanto con la distruzione. Persino il professor Procton supera facilmente il ruolo dello scienziato che coordina le operazioni: è l’uomo che accoglie un principe senza regno e gli offre un nuovo riferimento paterno. GonagaiWorld ha già raccontato la fuga da Fleed e l’arrivo di Goldrake sulla Terra, ma tornando oggi sulla serie colpisce soprattutto il processo inverso: non tanto come Duke sia arrivato sulla Terra, quanto il momento in cui la Terra smette di essere il posto dove si è rifugiato e comincia a diventare il posto al quale sente di appartenere.
In Italia lo abbiamo conosciuto nell’ordine sbagliato, e forse fu una fortuna
C’è infine una particolarità che appartiene quasi esclusivamente al nostro rapporto con il personaggio. Quando UFO Robot Goldrake arriva sulla Rete 2 il 4 aprile 1978, la maggior parte degli spettatori italiani non possiede il retroterra attraverso cui il pubblico giapponese aveva conosciuto Grendizer. L’arrivo di Goldrake sulla televisione italiana ci mette davanti a quell’universo praticamente dalla porta sbagliata: Mazinga Z e Il Grande Mazinga non hanno ancora costruito da noi la genealogia originale e Alcor non viene inizialmente riconosciuto come quel Koji Kabuto che il pubblico giapponese conosceva già da anni. Actarus, di conseguenza, non può essere percepito come un protagonista diverso da Koji e Tetsuya perché moltissimi bambini italiani Koji e Tetsuya ancora non li conoscono. Quello che in Giappone era un nuovo capitolo di una storia robotica già familiare, da noi diventa il punto di partenza. Non è un dettaglio da poco: le serie robotiche legate a Gō Nagai arrivarono infatti in Italia alterando la successione con cui erano state concepite, e questa anomalia televisiva potrebbe spiegare una parte importante del rapporto quasi esclusivo che il nostro pubblico ha costruito con Actarus.
Forse è anche per questo che oggi, mentre Goldrake continua a tornare e il mondo intorno a lui è completamente cambiato, Actarus conserva qualcosa che va oltre il ricordo dell’infanzia. Da bambini potevamo aspettare soprattutto che mollasse finalmente quello che Rigel gli aveva messo in mano e corresse verso il robot; da adulti è più facile accorgersi anche di ciò da cui stava correndo. Duke Fleed non dimentica il proprio pianeta per diventare terrestre, non sostituisce una famiglia con un’altra e non guarisce magicamente perché ha trovato una seconda casa: impara piuttosto che due appartenenze possono convivere, anche quando una delle due esiste ormai soprattutto nella memoria. È un tema che nel 1975 poteva nascondersi dietro la superficie di un anime di robot giganti e che nel presente, in un mondo dove l’esperienza della fuga, dello sradicamento e della ricerca di una nuova normalità continua purtroppo a riguardare milioni di persone, risuona in modo diverso. E c’è una coincidenza che rende ancora più interessante tornare su Actarus proprio in questi giorni: il 5 ottobre 1975, mentre il principe venuto da Fleed iniziava il proprio viaggio televisivo, debuttava anche Hiroshi Shiba. Uno arrivava da un altro mondo cercando faticosamente una nuova identità; l’altro era nato sulla Terra e stava per scoprire che persino il proprio corpo non era più quello che credeva. Due protagonisti nati nello stesso giorno, e due modi quasi opposti di raccontare cosa significhi continuare a essere se stessi quando tutto intorno cambia.
















