Aleesha ha buone ragioni per essere furiosa. È stata accusata di stregoneria, braccata e uccisa; anni dopo torna dalla tomba con un esercito di creature e l’intenzione poco negoziabile di cancellare l’umanità. Aleesha’s Tower affida a un guerriero senza nome il compito di fermarla, evitando accuratamente di chiedersi se gli esseri umani non abbiano contribuito alla situazione. Sviluppato da Pixel vs Pixel e pubblicato su console da Penguin Pop Games, il platform d’azione arriva su PlayStation 5 dopo l’uscita originale su PC tramite Steam del 2019. La prova si è svolta su PS5, dove la torre conserva integralmente struttura, aspetto e abitudini dell’edizione precedente.
Il richiamo dei primi Castlevania è così esplicito che manca soltanto qualcuno all’ingresso incaricato di timbrare il cartellino dei Belmont. Sei livelli, spada, scudo, armi secondarie, movimento rigido, danni da contatto e boss in fondo al percorso compongono un omaggio privo di ambiguità. Aleesha’s Tower cerca il sapore dei platform d’azione a 8 bit senza aggiungere sistemi moderni o una rilettura personale particolarmente marcata. L’operazione può risultare simpatica a chi desidera una serata breve fra scheletri e candelabri, ma la nostalgia da sola non basta a trasformare ogni corridoio in un classico ritrovato.

Il guerriero ha dimenticato la levetta analogica
Il sistema di controllo impone la croce direzionale, scelta coerente con l’ispirazione e inizialmente quasi comica su un DualSense. Il protagonista avanza con passo misurato, salta seguendo traiettorie poco correggibili e deve rispettare il tempo di ogni attacco. Anche lo scudo richiede attenzione, mentre le armi secondarie permettono di colpire a distanza o gestire nemici collocati in posizioni scomode. Il comportamento è rigido per volontà, non per incidente, e dopo pochi minuti diventa prevedibile. Il problema nasce quando il gioco riproduce le limitazioni del passato senza costruire situazioni abbastanza elaborate da valorizzarle: dominare i comandi richiede poco e le stanze successive raramente chiedono qualcosa di nuovo.
I sei scenari sono divisi in tre sezioni, con punti di ripresa generosi e un boss a chiudere ogni tappa. Nemici volanti, creature terrestri, piattaforme e ostacoli ambientali cercano di alternare combattimento e precisione, ma la disposizione tende a rimanere elementare. Il terzo livello, più vicino ai modelli che hanno ispirato il progetto, introduce i passaggi platform più impegnativi e rappresenta il momento nel quale controlli e costruzione dell’ambiente collaborano meglio. Altrove si avanza spesso eliminando avversari isolati e aspettando il movimento di una piattaforma, con il guerriero che sembra più impegnato a rispettare il regolamento condominiale della torre che a salvare l’umanità.

Aleesha aspetta, i boss collaborano
La difficoltà è sorprendentemente bassa. La quantità di energia disponibile, i checkpoint frequenti e la semplicità degli schemi nemici permettono anche a chi frequenta poco il genere di raggiungere rapidamente i piani superiori. L’accessibilità è un pregio, soprattutto per chi guarda con curiosità ai platform d’azione classici ma non desidera essere respinto al primo salto. Qui, però, la minaccia perde consistenza: le creature cadono in fretta, i danni si assorbono senza grande apprensione e molte sezioni terminano prima di aver sviluppato una vera escalation. La modalità facile aggiunge ulteriore energia e indebolisce avversari già accomodanti; una difficoltà superiore avrebbe offerto molto più valore al pacchetto.
I boss confermano questa prudenza. Le prime battaglie presentano schemi immediati, finestre d’attacco ampie e poche variazioni, quindi basta osservare un paio di cicli per ridurre creature demoniache e guardiani a pratiche da archiviare. Aleesha oppone maggiore resistenza e costringe finalmente a rispettare distanze e tempi, ma il confronto conclusivo termina quando comincia a sembrare davvero interessante. Nessuna trasformazione, seconda fase o mostruosità supplementare accompagna il crollo della torre. Per un’avversaria tornata dai morti con l’obiettivo di sterminare la specie umana, la disponibilità a congedarsi dopo un singolo duello appare persino educata.

Una cartolina spedita dal 2019
La pixel art disegnata a mano punta a ricreare l’essenzialità degli 8 bit, con fondali semplici, animazioni limitate e personaggi costruiti attraverso pochi dettagli. Il risultato è coerente ma raramente memorabile: alcuni nemici possiedono sagome simpatiche, mentre ambienti e palette non raggiungono quella personalità visiva capace di distinguere subito un classico da una generica imitazione retrò. Su PS5 tutto scorre senza inconvenienti, come sarebbe ragionevole aspettarsi da un titolo tecnicamente molto leggero, ma risoluzione e hardware non possono aggiungere ricchezza a tavole nate con intenzioni modeste. Il porting conserva il gioco; non lo restaura, non lo amplia e non gli procura improvvisamente un arredatore.
Il racconto occupa pochi istanti iniziali e poi scompare quasi del tutto. Non sappiamo chi sia il guerriero, quale forza abbia riportato Aleesha in vita o se l’accusa di stregoneria fosse fondata. La scelta richiama l’immediatezza delle produzioni più antiche, ma lascia inutilizzato il dettaglio più interessante dell’intera premessa: una donna perseguitata dagli esseri umani diventa la minaccia che gli stessi esseri umani chiedono a un eroe di eliminare. Sarebbero bastate brevi scene fra i livelli per dare maggior peso alla salita, senza trasformare un platform essenziale in una tragedia teatrale di cinque ore. Così, invece, la torre è un luogo da attraversare e Aleesha un appuntamento segnato all’ultimo piano.
La durata contenuta e il prezzo ridotto chiariscono il pubblico di riferimento. Aleesha’s Tower può divertire chi desidera un piccolo action platformer da completare senza impegno, chi conserva affetto per i titoli a 8 bit e chi preferisce un omaggio accessibile alle punizioni dei modelli originali. I veterani incontreranno però poca resistenza, livelli lineari e un’identità fortemente dipendente da Castlevania; i giocatori più giovani potrebbero invece trovare i movimenti antiquati senza ricevere in cambio la profondità che giustificava certe rigidità. Rimane un porting carino, breve e funzionale, adatto a una serata nostalgica. La torre si scala volentieri, ma difficilmente resterà nei sogni dopo aver spento PS5.













