Il paziente è immobile. La macchina continua a respirare per lui. Una luce rossa lampeggia sul pannello, qualcosa ha smesso di funzionare alle nostre spalle e dalla stanza accanto arriva un rumore che sarebbe molto più semplice ignorare se l’intera struttura non fosse stata costruita attorno a un angelo imprigionato. Angel Engine, sviluppato da HMS Studios e Black Lantern Collective e pubblicato da Aurakenn Games, prende il simulatore chirurgico e lo trascina dentro un horror di gestione delle emergenze, dove operare significa dividere continuamente l’attenzione tra corpi, strumenti, guasti e presenze ostili. Lo abbiamo affrontato su PlayStation 5; il titolo è disponibile anche su Xbox Series X|S e PC tramite Steam.
Per comprendere il contesto conviene guardare per un momento oltre il gioco. Angel Engine nasce dall’omonima serie analog horror diffusa online da TheUnearthlyHub, ambientata in una distopia religiosa e tecnologica dove l’umanità, dopo aver devastato il proprio mondo, arriva a imprigionare e sfruttare ciò che appartiene al divino. La produzione originaria ha fatto discutere anche per l’impiego di immagini generate tramite IA; gli autori precisano però che il videogioco è stato realizzato senza ricorrere all’IA generativa. Il titolo esplora un capitolo perduto di quell’universo: la Terra è ridotta in cenere, la Seconda Torre di Babele continua a resistere e l’Angel Engine Initiative insegue l’ultima possibilità di salvezza trattando corpi, fede e morale come componenti dello stesso esperimento.

Il paziente può aspettare. Il demone, meno
Il giocatore veste i panni di un nuovo addetto del Babel 2 Scientific Research Center, chiuso in una sala operatoria e incaricato di correggere le deformità dei soggetti sottoposti agli esperimenti. Le ferite richiedono strumenti specifici e brevi prove manuali: suturare, manipolare dispositivi, intervenire su tessuti e completare piccoli esercizi di precisione. Presi singolarmente sono compiti semplici. La pressione nasce quando smettono di presentarsi singolarmente. Un fusibile salta mentre si sta suturando, uno strumento perde la calibrazione, l’alimentazione cede, il corpo comincia a risvegliarsi e qualcosa di poco compatibile con il contratto nazionale dei sanitari decide di avvicinarsi alla postazione.
Il principio è quello dell’attenzione frammentata. Ogni azione consuma tempo e contribuisce ad aumentare il livello di calore dell’angelo; l’anestesia cala, l’attrezzatura pretende manutenzione e diverse anomalie chiedono un intervento immediato. Trascurare una variabile può generare una catena di problemi molto più grave del guasto iniziale. L’horror nasce quindi dalla responsabilità: abbandonare il tavolo operatorio per occuparsi di una minaccia significa lasciare aperto un altro fronte. Il risultato può essere genuinamente stressante, soprattutto quando un segnale acustico costringe a riconoscere il pericolo senza distogliere gli occhi dalla procedura in corso.
Questa struttura ricorda inevitabilmente Five Nights at Freddy’s e, nelle fasi più congestionate, persino la filosofia da assedio gestionale di Ultimate Custom Night. Le somiglianze riguardano soprattutto il modo in cui l’orrore viene affidato alla sorveglianza di molti sistemi contemporaneamente: non serve attraversare un labirinto, perché il labirinto arriva direttamente alla postazione sotto forma di allarmi, timer e minacce. Angel Engine trova però un’identità più interessante nell’atto chirurgico, nella necessità di continuare a lavorare davanti a un corpo mentre tutto intorno suggerisce di smettere. La sala operatoria diventa insieme rifugio e trappola.

Sei operazioni, sempre meno ossigeno
La campagna principale è scandita da sei operazioni, accompagnate da ulteriori modalità che modificano parametri e condizioni. La difficoltà cresce progressivamente e nelle ultime sezioni la quantità di informazioni da controllare diventa considerevole. Superare un turno difficile produce una soddisfazione quasi fisica, perché per alcuni minuti si è costretti a memorizzare priorità, ascoltare segnali e passare rapidamente da un compito all’altro. Il gioco possiede quella rara capacità di far trattenere il respiro senza che ci si accorga di averlo fatto. È anche il motivo per cui può risultare estenuante: affrontare diverse operazioni consecutive richiede concentrazione continua e lascia poco spazio alla distensione.
Il limite più serio riguarda il modo in cui questa difficoltà viene costruita. Gran parte degli strumenti e delle procedure fondamentali entra in scena abbastanza presto, dopodiché le operazioni successive aumentano soprattutto quantità, frequenza e simultaneità degli inconvenienti. I piccoli esercizi chirurgici finiscono quindi per ripetersi molte volte e non tutti hanno la stessa qualità: alcuni scorrono in pochi secondi, altri diventano laboriosi proprio mentre il timer pretende velocità. Quando troppe variabili si accavallano, la sfida può dipendere maggiormente dalla capacità di smaltire mansioni in rapida sequenza che da una nuova comprensione dei sistemi.
Anche l’elemento casuale può incidere sulla durata di determinate procedure, rendendo due tentativi dello stesso turno meno equivalenti di quanto sarebbe auspicabile in un gioco così severo. Il rischio è che la tensione autentica venga sostituita dalla saturazione: il giocatore non teme più ciò che accade nella struttura, teme semplicemente il prossimo indicatore che richiederà un’altra breve incombenza. Le modalità extra provano a rimettere sotto pressione quanto appreso, anche con condizioni più punitive e controlli alterati, e rappresentano il terreno migliore per chi apprezza la componente quasi performativa del sistema. Chi arriva soprattutto per l’horror potrebbe invece avvertire prima la stanchezza.

Una Torre di Babele che odora di disinfettante e cenere
L’atmosfera salva spesso ciò che la ripetizione rischia di consumare. Babel 2 sembra un luogo nel quale ricerca scientifica e liturgia hanno smesso da tempo di essere discipline separate. Monitor, apparecchiature mediche, superfici industriali e simboli religiosi convivono senza cercare armonia; il risultato ha qualcosa di blasfemo e burocratico insieme. Nessuno sembra particolarmente sorpreso dal fatto che il destino della specie dipenda da procedure inflitte a esseri comatosi e da una tecnologia alimentata da ciò che l’umanità ha strappato al cielo. Il particolare più inquietante è proprio la normalità amministrativa con cui viene trattato l’orrore.
Terminali, messaggi e comunicazioni interne permettono di ricostruire rapporti e retroscena del personale. La quantità di materiale supera però la qualità delle rivelazioni. Alcuni messaggi mostrano la quotidianità di Babel 2 e rafforzano la sensazione di lavorare dentro una macchina morale ormai fuori controllo; altri ripetono informazioni o aggiungono dettagli marginali. Chi arriva dalla serie troverà collegamenti e riferimenti utili, mentre un nuovo giocatore può seguire il quadro generale senza studiare preventivamente decine di video. Il gioco avrebbe comunque beneficiato di qualche scoperta più incisiva, capace di premiare con maggior forza la curiosità oltre il tavolo operatorio.
La direzione artistica è uno dei punti migliori. Bassa definizione deliberata, corpi innaturali, interfacce da tecnologia obsoleta e luci malate trasformano il limite visivo in inquietudine. In questo caso mostrare meno significa lasciare al cervello il compito peggiore: completare forme, ferite e presenze. Il sonoro è ancora più importante, perché certi pericoli vengono anticipati attraverso rumori, allarmi e segnali che devono essere riconosciuti mentre si sta facendo altro. Su PlayStation 5 la prova è risultata tecnicamente regolare, con interfaccia e sottotitoli in italiano e tempi di risposta adeguati alla rapidità richiesta dalle operazioni. La pagina PlayStation italiana conferma inoltre la versione PS5 e la localizzazione dei testi. ([PlayStation Store][2])
La contraddizione centrale di Angel Engine è anche ciò che rende interessante discuterne. Il concetto è forte, la cornice religiosa e post-apocalittica possiede immagini difficili da dimenticare e la trasformazione della chirurgia in un lavoro di gestione del panico produce momenti davvero soffocanti. Allo stesso tempo, sei operazioni bastano a mostrare quanto il sistema dipenda da una quantità limitata di piccoli compiti ripetuti sotto pressioni sempre maggiori. Quando tutto coincide, la sala operatoria diventa uno dei luoghi horror più singolari incontrati recentemente; quando il meccanismo si scopre troppo, rimane una successione di timer e minigiochi che indossa una veste demoniaca. Tra questi due estremi c’è comunque abbastanza personalità da giustificare una visita a Babel 2, a patto di presentarsi con nervi saldi e una certa tolleranza per gli straordinari.













