All’inizio degli anni Novanta bastavano un titolo in katakana, un’introduzione dal sapore anime e una barra di potenziamenti ispirata alla scuola di Gradius per far credere, almeno per qualche minuto, che uno shoot ’em up arrivasse direttamente dal Giappone. Apidya, invece, era tedesco fino al midollo: sviluppato da Kaiko per Amiga nel 1992, apparteneva a quella stagione in cui una parte della scena europea cercava di portare sui computer domestici l’immediatezza e lo spettacolo degli arcade e delle console giapponesi. Lo faceva con un’idea che ancora oggi conserva una certa follia: Ikuro trasformato in ape, una moglie da salvare e un mondo naturale ingigantito fino a trasformare prati, stagni, insetti e creature comuni in un campo di battaglia. Apidya’ Special torna proprio lì, senza fingere che trent’anni di shoot ’em up non siano mai esistiti, ma nemmeno rinnegando la struttura che aveva reso l’originale così riconoscibile.
Team Apidya ha ricostruito il gioco da zero partendo anche dal materiale di una vecchia conversione console rimasta incompiuta, affiancando asset storici a nuova pixel art, effetti aggiuntivi e una presentazione pensata per gli schermi attuali. Non si tratta quindi di una semplice emulazione dell’Amiga infilata dentro una cornice moderna. Si può scegliere il widescreen con nuovi livelli di parallasse oppure tornare alla presentazione 4:3, applicare effetti CRT, scanline e bloom e recuperare così una resa più vicina a quella dei vecchi monitor. Pubblicato da Inin Games su PlayStation 5, Xbox Series X|S, Nintendo Switch e PC, per questa recensione lo abbiamo affrontato su PlayStation 5. Ed è bastato poco perché riaffiorasse una domanda che chi ha vissuto davvero quella generazione conosce fin troppo bene: era già così difficile oppure, molto più semplicemente, siamo diventati dei vecchiacci con riflessi meno diplomatici di una volta?

Quando perdere faceva parte del programma
La risposta arriva abbastanza in fretta. Apidya’ Special rimane uno shoot ’em up orizzontale di scuola antica, costruito attorno alla conoscenza degli stage, alla capacità di riconoscere le minacce e alla gestione dei potenziamenti prima che lo schermo diventi troppo affollato per improvvisare. Gli avversari sconfitti permettono di alimentare una sequenza di upgrade dalla quale scegliere velocità, armamenti e supporti, secondo quella filosofia resa celebre proprio da Gradius: accumulare risorse è utile, ma decidere quando spenderle è parte della strategia. Non basta quindi tenere premuto il fuoco e confidare in una maggiore potenza offensiva. Arrivare alla sezione successiva con l’equipaggiamento sbagliato o con una mobilità insufficiente può rendere molto più complicata una situazione che, una volta conosciuta, appare perfettamente gestibile.
Ed è soprattutto la conoscenza del percorso a separare una partita tranquilla da una rapida collezione di sconfitte. Nemici, ostacoli e boss chiedono di capire dove posizionarsi, quando spostarsi e quanto margine sia davvero disponibile, con quel tipo di severità che un tempo veniva accettato quasi come parte naturale del genere. Nella nostra prova il primo impatto è stato tutt’altro che indulgente: Apidya’ Special sa ancora mettere in discussione riflessi che la memoria personale preferiva ricordare molto più brillanti. Fortunatamente il recupero non obbliga tutti a replicare esattamente l’esperienza del 1992. Le impostazioni moderne permettono di intervenire sulla difficoltà e su diversi aspetti legati alla sopravvivenza, lasciando al giocatore la possibilità di decidere quanto del vecchio castigo desideri davvero conservare. È una soluzione sensata perché non riscrive gli stage per renderli più mansueti, ma offre strumenti per adattare la durezza senza cancellarne il carattere.

Un giardino può essere più strano dello spazio
La parte che ha conservato meglio la propria personalità è probabilmente l’ambientazione. In un genere che per decenni ha riempito lo schermo di astronavi, pianeti, flotte aliene e basi meccaniche, Apidya aveva scelto un’ape e un mondo osservato praticamente dal livello dell’erba. Apidya’ Special recupera cinque aree tematiche che passano dai prati agli stagni, dalle fogne alle sezioni tecnologiche fino al covo finale, moltiplicando creature, boss e deviazioni nascoste. Il risultato rimane piacevolmente bizzarro perché la scala trasforma elementi ordinari in minacce enormi: ciò che per un essere umano sarebbe semplicemente parte dello scenario diventa, alla dimensione del protagonista, qualcosa da evitare o abbattere. Il gioco utilizza bene questa sproporzione e continua a sorprendere più per ciò che mette davanti all’ape che per la complessità delle proprie regole.
La ricostruzione grafica rispetta questa identità senza limitarsi a ingrandire i vecchi sprite. La modalità widescreen amplia l’inquadratura e introduce nuovi effetti di parallasse, mentre la visualizzazione 4:3 permette di recuperare un’impostazione molto più vicina all’originale. Passare dall’una all’altra chiarisce bene il tipo di lavoro svolto: non un rifacimento intenzionato a sostituire il passato con un’estetica contemporanea, bensì due modi diversi di guardare lo stesso gioco. Gli shader CRT completano l’operazione per chi desidera scanline, shadow mask e bloom, ma sono naturalmente facoltativi. Su PlayStation 5 abbiamo finito per alternare le due presentazioni più per curiosità che per necessità, e proprio questa libertà rende interessante il confronto: la pixel art aggiornata conserva un’origine chiaramente anni Novanta senza sembrare semplicemente un reperto ingrandito fino a occupare un televisore moderno.

Chris Hülsbeck non aveva bisogno di essere salvato
Se c’è un elemento sul quale la nostalgia può tranquillamente abbassare le difese, è la musica. Chris Hülsbeck torna con nuove versioni in studio dei brani di Apidya e il risultato ricorda quanto il compositore fosse importante nell’identità sonora dell’Amiga europeo. Chi associa il suo nome a Turrican, Katakis o Apidya sa già quanto quelle melodie fossero capaci di sostenere l’azione andando oltre il semplice accompagnamento; qui vengono riproposte con una veste più piena senza perdere il carattere dell’epoca da cui provengono. Durante la prova sono state probabilmente l’elemento che ha richiesto meno tempo per riconquistarci: non perché il resto abbia bisogno di indulgenza, ma perché certi temi conservano ancora oggi un’energia che non dipende dalla memoria di chi li ascoltava trent’anni fa.
Il remake aggiunge inoltre una modalità cooperativa nella quale un secondo giocatore controlla un’altra ape dotata di un proprio arsenale, soluzione quasi ovvia per un gioco dalla struttura tanto immediata eppure assente nella forma moderna che oggi ci si aspetterebbe. A questa si aggiungono eventi casuali come la Night Mode, stage speciali nascosti e un numero consistente di boss distribuiti nei cinque mondi. Non sono aggiunte che trasformano Apidya’ Special in uno shooter contemporaneo pieno di progressioni, build e sistemi sovrapposti, e sarebbe difficile sostenere che ne abbia bisogno. Il suo ritmo nasce ancora da partite relativamente compatte, dalla voglia di affrontare meglio un passaggio già visto e dal piacere di arrivare alla sezione successiva con una gestione più efficace delle risorse. La longevità dipende inevitabilmente da quanto si apprezzi questo modo di giocare, legato al miglioramento della prestazione più che all’accumulo continuo di contenuti.
È proprio qui che il remake trova il suo equilibrio migliore. Apidya’ Special conserva meccaniche che oggi appaiono essenziali, una severità che può sorprendere chi non frequenta più gli shoot ’em up di vecchia scuola e una struttura che non pretende di moltiplicare artificialmente le ore di gioco. Allo stesso tempo non costringe il pubblico moderno a fingere che ogni scelta del 1992 debba essere accettata come un comandamento inciso nella pietra: difficoltà regolabile, opzioni di accessibilità, cooperativa e doppia presentazione audiovisiva permettono di avvicinarsi al gioco con maggiore libertà. Il risultato interessa ovviamente chi ricorda l’Amiga, ma non vive soltanto di quel ricordo. Ambientazioni eccentriche, una colonna sonora ancora eccellente e una formula immediata gli permettono di funzionare anche senza conoscere la storia da cui proviene. Rimane impegnativo, e a tratti parecchio, ma forse la scoperta meno rassicurante della nostra prova è stata proprio questa: dopo più di trent’anni Apidya punge ancora, mentre i nostri riflessi hanno chiaramente firmato una tregua senza consultarci.











