Immaginate una terra appena uscita da una guerra, un’altra già pronta a cominciare, un uomo con una spada poco rassicurante e abbastanza profezie da far venire voglia di risolvere la questione alla vecchia maniera: entrando nella foresta e tagliando tutto ciò che sembra ostile. Barbarian Saga: The Beastmaster vive volentieri dentro questa fantasia muscolare, quella del fantasy barbarico che non ha paura di mettere nello stesso calderone regni corrotti, maghi, creature, prescelti e stregoneria. Ren è l’ultimo dei Beastmaster e può assorbire le anime degli animali per trasformarsi e sfruttarne le caratteristiche, mentre Imperia e il Sacro Regno muovono guerra ai non umani con l’aiuto del mago Trece XIII. La pace, insomma, è durata quanto una pozione lasciata incustodita in una taverna.
Dietro la scorza barbarica c’è però un Metroidvania 2D piuttosto classico nella struttura. Dormidin Studio affida a Selecta Play un’avventura disponibile per PlayStation 5, Xbox Series X|S, Nintendo Switch e Steam; noi abbiamo giocato su PlayStation 5. Ren esplora una grande mappa interconnessa e le anime delle creature permettono di superare ostacoli e raggiungere zone prima inaccessibili. Accanto a questo nucleo, le tecniche insegnate dal vecchio sensei ampliano il combattimento con la spada, pozioni e maledizioni aggiungono opzioni magiche, mentre zanne, amuleti e radici raccolti lungo il viaggio alimentano la collana rituale. C’è parecchio da amministrare, dunque, ma le diverse componenti mantengono funzioni abbastanza riconoscibili.

La bestia apre la strada
Il risultato più interessante si vede quando la mappa comincia a cambiare sotto gli occhi del giocatore. Un ostacolo incontrato ore prima smette di essere un vicolo cieco, un percorso apparentemente esaurito rivela un proseguimento e luoghi già visitati acquistano improvvisamente una seconda funzione. È quel piacere antichissimo del Metroidvania che trasforma la memoria in una specie di cartografia parallela: qui c’era un punto irraggiungibile, laggiù qualcosa impediva di proseguire, più avanti avevamo dovuto voltare le spalle. Barbarian Saga: The Beastmaster dà il meglio quando l’acquisizione di una nuova anima fa riaffiorare immediatamente il ricordo di uno di questi ostacoli, perché tornare sui propri passi assume allora il sapore della conquista anziché quello del semplice ripasso.
La faccenda si complica quando quel ricordo non basta a indicare una direzione convincente. La struttura concede libertà e molte deviazioni, ma non sempre comunica con la stessa efficacia quali meritino davvero un nuovo tentativo. L’esplorazione conserva così un piacevole gusto da vecchia scuola per la scoperta autonoma, salvo poi trascinare il giocatore avanti e indietro più del necessario. Il viaggio rapido limita parte delle scarpinate e l’apertura progressiva della mappa rende gli spostamenti meno gravosi con il passare delle ore, tuttavia la differenza fra cercare attivamente un percorso e battere nuovamente terreno già conosciuto può diventare sottile. Un barbaro può anche rifiutarsi di chiedere indicazioni per principio; chi tiene il controller in mano, ogni tanto, gradirebbe almeno un cartello.

Una spada che non vuole stare tranquilla
Il combattimento ha invece un’identità più immediata. Gli attacchi con la spada costituiscono la base, alla quale si aggiungono le tecniche apprese dal sensei e il supporto di pozioni e maledizioni. La collana rituale interviene sulla preparazione: zanne, amuleti e radici possono modificare attacchi, vitalità e Mana, consentendo di privilegiare alcuni valori senza cambiare completamente l’impostazione degli scontri. L’idea più curiosa restano però le Arene, dove i duelli individuali avvicinano la visuale e introducono barre dell’energia che richiamano apertamente un picchiaduro bidimensionale. È una deviazione quasi da sala giochi dentro l’avventura e possiede una personalità tutta sua, perfettamente in tono con un gioco che mette insieme profezie, magia, anime animali e una spada decisamente poco mansueta.
Questa abbondanza non significa però che ogni componente abbia lo stesso peso. Le Arene imprimono un cambio di ritmo evidente, tecniche e magia ampliano il repertorio offensivo e la personalizzazione permette qualche scelta in più nella preparazione di Ren, ma il tratto realmente distintivo rimane il rapporto fra Beastmaster ed esplorazione. Il resto arricchisce una base piuttosto familiare senza trasformarla continuamente in qualcosa di nuovo, ed è probabilmente la misura più corretta per leggere il sistema nel suo complesso. C’è varietà sufficiente per evitare che gli scontri diventino un semplice accompagnamento agli spostamenti, ma anche la sensazione che alcune idee abbiano più carattere di altre. In una produzione così desiderosa di mostrare muscoli, almeno nessuno può accusarla di essere arrivata all’arena disarmata.

Muscoli, mostri e colori anni Novanta
Anche l’aspetto visivo partecipa con entusiasmo a questa identità. Dormidin Studio sceglie un disegno 2D molto marcato, colorato e apertamente fumettoso, con un gusto che richiama certi cartoni d’azione occidentali degli anni Novanta più del dark fantasy contemporaneo. Durante la nostra prova è stato soprattutto questo stile, più che la qualità grafica in sé, a lasciarci qualche dubbio: è riconoscibile, possiede coerenza e si sposa bene con il tono volutamente esagerato dell’universo, ma non ci ha conquistato completamente. Mostri, muscoli, magie e personaggi sembrano provenire da quella stagione dell’animazione in cui bastavano una spada enorme, una creatura improbabile e un cielo minaccioso per promettere mezz’ora di devastazione. Chi conserva affetto per quell’estetica potrebbe trovarla decisamente più seducente.
L’ambientazione prova comunque a essere qualcosa di più di uno sfondo colorato sul quale sguainare la spada. PNG, missioni, differenti archi narrativi e finali multipli cercano di dare spessore alla guerra fra umani e non umani e alla profezia del Beastmaster. Il materiale non manca: un nuovo re aggressivo, il Sacro Regno, Trece XIII, una popolazione perseguitata e un protagonista destinato a unire uomini e bestie offrono abbastanza elementi per sostenere una saga fantasy molto più ampia del semplice viaggio da un boss all’altro. La costruzione narrativa rimane però più funzionale che memorabile. Personaggi e conflitti forniscono ragioni per avanzare, senza diventare con la stessa frequenza ragioni per affezionarsi davvero a ciò che accade. Le diramazioni aggiungono ambizione, mentre il richiamo più forte continua a provenire dall’esplorazione e da ciò che Ren potrà raggiungere più avanti.
Alla fine Barbarian Saga: The Beastmaster somiglia al proprio eroe: carico di strumenti, pronto a menare fendenti e non particolarmente interessato alla moderazione. Esplorazione, personalizzazione, tecniche di spada, magia e duelli costruiscono un’avventura più ricca di quanto l’impostazione iniziale possa far pensare, mentre l’immaginario barbarico le concede un carattere riconoscibile. A frenare la scorribanda è soprattutto una mappa che non dirige sempre bene la libertà concessa al giocatore e una storia che fatica a competere con le idee migliori del lato ludico. Ne rimane un Metroidvania imperfetto ma dotato di personalità, più efficace quando invita a conquistare un nuovo passaggio che quando pretende di farci tremare davanti alla propria profezia. La voglia di spaccare tutto in due con una spada c’è; qualche volta manca soltanto il bersaglio.











