Nel suo lungo vagabondare, il samurai aveva attraversato ere e mondi, piegato demoni, sconfitto cyborg, decapitato stregoni. Si era nutrito di riso e fulmini, evocato draghi e colpito con padelle roventi. Era sempre stato solo. Eppure, da qualche parte nell’etere digitale, altri come lui si agitavano: un barbaro maledetto, un ribelle in giacca di pelle, un cuoco guerriero, un bandito con il cuore d’oro. Ognuno veniva da un tempo dimenticato. Ora, dopo decenni di silenzio, tornavano tutti insieme, raccolti in un’antologia pixelata che non chiede di essere ricordata, ma almeno ascoltata. Anche solo per qualche rissa tra amici.
Disponibile per PlayStation 4, PlayStation 5, Xbox Series X|S, Nintendo Switch e PC, Beat ‘em up Collection raccoglie sette titoli a scorrimento laterale selezionati dall’archivio più polveroso della memoria videoludica. Curata da QUByte Interactive all’interno della sua linea QUByte Classics, la collezione propone opere che spaziano dal fantasy medievale alla fantascienza surreale, accomunate dal sistema di combattimento essenziale e brutale dei beat ‘em up in pixel art. Ogni gioco è stato integrato con funzioni moderne come il rewind in tempo reale, la rimappatura dei comandi, l’inserimento di cheat opzionali e la possibilità di applicare filtri visivi retrò.
Sette titoli, sette visioni distorte del tempo
L’antologia si apre con First Samurai, senza dubbio il gioco più rifinito della raccolta: una miscela di azione e piattaforme, cupa e surreale, qui nella versione SNES. Segue Second Samurai, meno ispirato e proposto nella sua edizione Mega Drive, con un’azione più caotica e meno rifinita. C’è poi Gourmet Warriors, una gemma stralunata: un mix tra cucina e guerra in un mondo post-apocalittico che sembra partorito da uno studio d’animazione impazzito. Iron Commando e Legend, prodotti dallo stesso team, offrono due visioni dell’azione pura: la prima più convincente, la seconda più grezza ma comunque apprezzabile nel suo tono barbarico. Chiude il pacchetto Sword of Sodan, probabilmente il punto più basso della raccolta, e The Tale of Clouds and Winds, adattamento di un classico cinese privo di licenza, interessante nella struttura a bivi e nella sua narrazione orientaleggiante, pur con animazioni spesso legnose.
Dal punto di vista contenutistico, ogni gioco è accompagnato da un manuale digitale, un testo introduttivo e alcuni cenni storici. Non mancano extra come le scan delle copertine originali, una jukebox per ascoltare le musiche e opzioni video per ricreare l’effetto dei vecchi CRT. Sono accortezze gradite, ma non sempre sufficienti a celare le magagne di gameplay che affliggono molti dei titoli proposti.
Conservazione o collezionismo?
Nel suo insieme, Beat ‘em up Collection si rivolge più ai collezionisti digitali e agli appassionati di archeologia interattiva che al pubblico generalista. Il valore storico del pacchetto è indiscutibile: giochi come Water Margin o Gourmet Warriors erano rimasti inaccessibili per decenni, confinati su piattaforme obsolete o mai localizzati. Tuttavia, la qualità ludica è assai discontinua. Alcuni titoli risultano ancora giocabili grazie al fascino della grafica 16-bit e alla solidità del design, altri mostrano tutti i limiti di un’epoca in cui le collisioni erano approssimative e la profondità del gameplay sacrificata in nome del puro spettacolo.
Dal punto di vista tecnico, la versione PlayStation 5 si comporta bene, con un’interfaccia pulita, caricamenti fulminei e una buona stabilità. I filtri CRT e le opzioni per l’aspect ratio permettono di adattare l’esperienza ai gusti del singolo giocatore, e le funzionalità moderne come il salvataggio rapido e il rewind aumentano notevolmente la fruibilità di titoli altrimenti ostici. Tuttavia, non tutte le conversioni sono all’altezza: alcuni giochi soffrono di input lag, mentre in altri la qualità audio risente della compressione originale.
In ultima analisi, Beat ‘em up Collection è un prodotto affascinante e imperfetto, destinato a un pubblico consapevole e motivato. Non promette miracoli, né intende riscrivere la storia del genere. Vuole soltanto offrirsi come testimonianza di un’epoca meno raffinata ma più istintiva, in cui bastava un pugno ben piazzato per raccontare una storia.
















