Il manuale del perfetto giardiniere consiglia acqua, concime e una certa pazienza. Berry Bury Berry aggiunge bacche parlanti, una voragine sospetta e un sistema economico fondato sul lancio della frutta nel sottosuolo. Il risultato è un gioco incrementale surreale in prima persona, sviluppato da Get(Color) Games, che ne cura anche la pubblicazione insieme a Black Lantern Collective. Lo abbiamo provato su PlayStation 5; il titolo è disponibile anche su Xbox Series X|S e PC tramite Steam. Resta difficile stabilire chi abbia avuto l’idea peggiore: chi ha scavato il buco o chi ha deciso di pagare per riempirlo.
Il lavoro quotidiano è presto spiegato: si raccolgono bacche, si gettano nel buco e si incassano monete. Il denaro acquista potenziamenti che fanno crescere più frutta, la frutta produce altro denaro e in pochi cicli si passa dalla modestia rurale all’oligarchia dei mirtilli. È questo il senso di “incrementale”: ogni giro rende il successivo più rapido e redditizio. Le prime giornate durano circa un minuto, abbastanza per riempire il buco, comprare un miglioramento e pronunciare la frase che ha rovinato più serate di qualsiasi apocalisse: “Ne faccio solo un’altra”. Intanto il giardino si allarga, gli attrezzi aumentano e l’atmosfera insinua un dubbio decisamente meno allegro: perché nessuno sembra poter uscire da lì?

Dal cestino all’impero delle bacche
La crescita passa soprattutto dalle Baccamiche, creature loquaci che generano tipi di frutta sempre più redditizi. Migliorarle aumenta quantità e valore del raccolto, mentre l’albero dei potenziamenti sblocca strumenti capaci di abbreviare le operazioni manuali e moltiplicare i profitti. Il sistema espone con chiarezza cause ed effetti: si vede una nuova bacca, si scopre quanto vale e si individua subito il prossimo acquisto desiderabile. Quel traguardo è quasi sempre abbastanza vicino da suggerire un’altra giornata. È il biscotto lasciato accanto alla tazza, solo che stavolta il biscotto parla e sembra custodire un segreto.
Anche il buco cresce. Può essere spostato per inghiottire più comodamente le bacche e, dopo i dovuti miglioramenti, divora sedie da giardino, nani decorativi e altri oggetti che una persona ragionevole terrebbe lontani da un abisso. Questi sacrifici producono stelle, necessarie per aumentare ulteriormente il valore dei frutti. Una mazza da demolizione permette poi di abbattere i muri e aprire nuovi settori del terreno. Il ciclo si allarga così per gradi: prima si organizza una piccola zona, poi si decide dove spostare il buco, quali strumenti comprare e quale tipo di frutta potenziare. Le scelte sono semplici, ma arrivano con una frequenza tale da mantenere viva la sensazione di avanzamento.
Il ritmo funziona soprattutto perché ogni miglioramento modifica qualcosa di concreto. Un nuovo attrezzo riduce i tragitti, una Baccamica più efficiente riempie il prato, un livello superiore converte una manciata di frutta in un piccolo crollo della borsa agricola. Il giocatore continua a intervenire in prima persona: prende oggetti, li trasporta, sposta il buco e organizza gli spazi. Questo coinvolgimento evita che l’accumulo diventi subito un tabellone da osservare in attesa che i numeri salgano da soli. Quando l’automazione aumenta, però, alcune giornate iniziano a somigliarsi e la ricerca del massimo guadagno prende il posto della scoperta. È il limite naturale di una struttura fondata sulla ripetizione, qui rimandato con intelligenza ma mai eliminato.

Sotto l’erba qualcosa non torna
Ridurre tutto a una fabbrica di mirtilli sarebbe comodo, specialmente per il buco, ma lascerebbe fuori la parte più personale del progetto. Il giardino nasconde audiocassette, passaggi e piccoli enigmi ambientali che suggeriscono una vicenda assai meno allegra dei colori in vetrina. L’esplorazione si intreccia alle normali giornate di lavoro: mentre si cercano oggetti da sacrificare o nuove porzioni di terreno, un dettaglio fuori posto invita a fermarsi, osservare e collegare gli indizi. Il mistero non interrompe la produzione con lunghe spiegazioni; si insinua tra una giornata e l’altra, affidandosi a tracce sparse e alla crescente impressione che nessuno abiti quel luogo per propria libera scelta.
La miscela regge bene. Le Baccamiche hanno facce buffe, voci esagerate e consistenza da giocattolo gommoso; il paesaggio risponde con colori saturi e oggetti pronti a rimbalzare. Sotto questa superficie, suoni distanti e frasi ambigue cambiano lentamente il significato delle azioni. Gettare tutto nel buco resta divertente, ma smette di sembrare un incarico neutrale. I diversi finali premiano chi segue le piste laterali e impediscono al racconto di ridursi a una decorazione appesa al sistema di potenziamenti. Il gioco non pretende di spaventare con apparizioni continue: preferisce far maturare il dubbio, come una fragola lasciata in frigorifero qualche giorno oltre il consigliabile.
La componente segreta migliora anche la progressione. Cercare un’audiocassetta o capire come raggiungere un punto apparentemente inutile concede una pausa dal calcolo dei profitti e restituisce importanza allo spazio. Non tutti gli indizi hanno lo stesso peso e alcuni passaggi richiedono più ostinazione che intuizione, ma la curiosità offre una motivazione diversa dal prossimo acquisto. Chi ignora questi elementi può comunque portare avanti il raccolto; chi decide di indagare scopre un percorso parallelo, più lento e inquietante, che dà un’identità precisa all’intera operazione. L’incontro fra la voglia di guadagnare sempre di più e il sospetto che il giardino nasconda qualcosa distingue il titolo dai tanti giochi costruiti attorno a numeri in continua crescita.

Ancora una giornata. Davvero l’ultima
Con il controller, afferrare e lanciare le bacche conserva una piacevole immediatezza, mentre il movimento in prima persona rende intuitivo il rapporto fra aiuole, strumenti e buco. L’interfaccia comunica costi e miglioramenti senza trasformare lo schermo in un foglio contabile; serve comunque qualche ciclo per comprendere quali acquisti accelerino davvero la produzione e quali offrano vantaggi più marginali. La direzione artistica punta su forme morbide, animazioni elastiche e un disordine controllato che rende buffa perfino una montagna di frutti sul prato. Quando entrano in scena i segnali più sinistri, la stessa semplicità visiva diventa straniante senza bisogno di cambiare improvvisamente registro.
Tutta questa abbondanza ha un prezzo: le azioni cambiano poco. Si raccolgono bacche, si alimenta il buco, si spendono risorse e si riparte; attrezzi e segreti modificano il contesto, non il gesto fondamentale. Chi cerca un gestionale agricolo articolato, con colture da pianificare, personaggi da conoscere e stagioni da amministrare, troverà un’esperienza molto diversa. Qui il piacere risiede nell’accelerazione: compiere in pochi secondi ciò che prima richiedeva un’intera giornata e vedere il giardino riempirsi fino a sfiorare il caos. Se quel genere di crescita numerica non esercita alcun richiamo, l’umorismo e il mistero difficilmente basteranno a sostenere ogni ripetizione.
Per chi ama questo tipo di progressione, Berry Bury Berry ha una presa notevole. Il ciclo è semplice da capire, i traguardi arrivano con buon tempismo e il percorso conserva abbastanza sorprese da non diventare subito una catena di montaggio. La durata contenuta evita che la formula si consumi: l’escalation raggiunge cifre assurde, rivela le sue zone d’ombra e si avvia verso i finali prima di esaurire le proprie variazioni. Restano alcuni passaggi meno intuitivi e una ripetitività inevitabile nelle fasi di accumulo, ma il connubio fra commedia ortofrutticola, progressione e inquietudine produce un’identità rara. Dopo aver visto un nano da giardino sparire nel buco in cambio di stelle, sarà difficile considerare l’arredamento da esterni con la dovuta serenità.













