Il blackjack, preso da solo, è già un gioco che invita a compiere due errori classici: fidarsi del destino e chiamare “strategia” quella che spesso è soltanto una forma ben vestita di disperazione. Black Jacket, sviluppato da Mi’pu’mi Games e pubblicato da Skystone Games, parte da questa debolezza molto umana e la trascina direttamente nell’aldilà. Nella versione provata su PlayStation 5, il risultato è un roguelite deckbuilder disponibile anche su Nintendo Switch, Xbox Series X|S e PC via Steam, dove si gioca per accumulare monete dell’anima, corrompere il traghettatore e fuggire da un inferno che ha la cortesia di sembrare un casinò e la cattiveria di ricordare, a ogni mano, che il banco non è mai davvero imparziale.
La trovata, sulla carta, rischiava di sembrare una di quelle idee da tavolo da pitching che fanno tutti molto felici per cinque minuti: “E se facessimo il blackjack, però dark, però roguelite, però con i mazzi da costruire?”. Invece Black Jacket evita il destino del progettino furbo grazie a un dettaglio fondamentale: prende il proprio concetto e lo costringe a lavorare davvero. Il blackjack non è una decorazione appesa sopra un altro gioco; è la struttura viva del sistema, il punto di partenza che viene corrotto con metodo, regola dopo regola, carta dopo carta, maledizione dopo maledizione. A poco a poco si smette di ragionare come un giocatore di tavolo e si comincia a ragionare come un bari colto, uno che conosce il regolamento solo per trovare il punto esatto in cui piegarlo senza romperlo del tutto.
Il tavolo verde, ma con zolfo sotto il feltro
Il merito maggiore di Black Jacket sta nel modo in cui riesce a far evolvere una base chiarissima senza renderla irriconoscibile. Si parte dal principio noto: avvicinarsi a 21, non sballare, battere l’avversario. Poi arrivano le carte che alterano i valori, quelle che obbligano l’altro a pescare troppo, quelle che consentono di sbirciare, scambiare, manipolare, rinviare il disastro o spedire la rovina dall’altra parte del tavolo con il sorriso teso di chi finge innocenza. Le combinazioni diventano via via più sporche, più interessanti, più apertamente scorrette. E qui il gioco compie il suo numero migliore: conserva sempre leggibile il fondamento matematico del blackjack, ma lo circonda di eccezioni, deviazioni e strumenti da sabotaggio così ben integrati da far sembrare l’intero sistema una trappola costruita con eleganza.
È proprio questa eleganza a distinguerlo da tanti cugini del genere. I deckbuilder roguelite, ormai, sono una bisca molto affollata: entrano tutti con la giacca stirata, mostrano il loro paio di sinergie, fanno due numeri e sperano che il pubblico sia abbastanza brillo da non accorgersi che il repertorio è sempre quello. Black Jacket, invece, ha il merito di proporre un tavolo davvero diverso. Non si limita a premiare la combo riuscita: premia la lettura del rischio, la comprensione della mano, la capacità di accettare che la fortuna conti ma non possa mai bastare. Quando gira bene, il gioco fa sentire brillantissimi; quando gira male, fa sentire esattamente come ci si sente dopo avere detto “un’altra carta e poi smetto”, che è una frase dietro la quale la civiltà occidentale ha perso interi patrimoni.
Anime dannate, dita nervose e una gran bella faccia tosta
L’altra intuizione molto riuscita riguarda l’identità degli avversari. Black Jacket evita il folklore spiegato male e preferisce lasciare che chi siede dall’altra parte del tavolo emerga poco a poco, quasi sempre attraverso le mani, le abitudini, il modo in cui gioca, esita o aggredisce. È una scelta di regia intelligente, perché crea intimità senza dover rovesciare addosso al giocatore un’enciclopedia dell’oltretomba ogni dieci minuti. Si finisce per riconoscere le anime prima per stile che per biografia, e questo aggiunge al gioco una qualità strana ma preziosa: la partita non sembra mai del tutto astratta. Anche quando si pensa solo a vincere, si percepisce sempre che il tavolo è abitato da presenze che stanno giocando qualcosa di più delle sole monete.
Visivamente, poi, il gioco ha abbastanza carattere da farsi ricordare senza fare il pavone. Carte bruciate ai bordi, tavoli anneriti, ceneri nell’aria, luci livide, figure scheletriche e una malinconia da locale aperto troppo tardi e chiuso troppo presto: l’estetica è sporca, sobria e molto più controllata di quanto la premessa infernale farebbe pensare. Anche il sonoro fa un lavoro notevole nel dare consistenza materiale a ogni gesto. Il tonfo delle carte, il rumore secco delle mani, quella sensazione da bisca triste e jazzata contribuiscono a costruire un’atmosfera in cui il gioco sembra costantemente sul punto di chiedere il conto. Non ha bisogno di urlare per risultare minaccioso; gli basta guardare il giocatore come guarda un debitore abituale.
La fortuna aiuta gli audaci, ma ogni tanto li prende anche a schiaffi
Naturalmente il tavolo non è impeccabile. Proprio perché Black Jacket vive di tensione tra controllo e aleatorietà, capita che alcune run si inclinino in modo fin troppo brutale. Ci sono momenti in cui il sistema sembra ricordare con eccessivo entusiasmo di essere pur sempre imparentato con il gioco d’azzardo, e quindi di poter regalare anche quella specifica forma di frustrazione per cui si perde non tanto per una cattiva idea, quanto per una sequenza ostinatamente meschina di distribuzioni, ricompense o intasamenti strategici. È il prezzo da pagare per un impianto che vuole restare sul filo, ma in certi tratti il filo pende un po’ troppo da una parte.
Anche il ritmo delle run, pur generalmente ben calibrato, può appesantirsi quando una partita promettente smette di essere brillante e comincia a diventare faticosa per attrito. Alcune costruzioni funzionano magnificamente, altre richiedono di trascinarsi dietro una serie di compromessi poco eleganti che non uccidono il divertimento, ma ne abbassano la lucentezza. Eppure, anche in questi momenti, il gioco conserva una qualità rara: non smette mai di sembrare più intelligente della semplice somma delle sue carte. Si può uscire da una run con l’impressione di essere stati derubati, maledetti e umiliati in pubblico, ma quasi sempre anche con la sensazione che una mano migliore fosse davvero possibile. Ed è qui che l’aggancio si fa pericoloso, perché il gioco capisce benissimo il grande segreto di ogni tavolo: il giocatore sfortunato è spesso il più facile da trattenere.
















