Il vento sibila tra le creste come una lama sottile, i guanti raspano sulla roccia e ogni appiglio sembra una promessa tradita. Aava respira piano, conta i battiti, pianta un chiodo e guadagna pochi centimetri, come se la montagna potesse offendersi per un gesto troppo brusco. Non c’è enfasi eroica, soltanto concentrazione, fatica e silenzio. È in questa dimensione sospesa, più vicina alla meditazione che all’azione, che prende forma Cairn, sviluppato e pubblicato da The Game Bakers e disponibile su PlayStation 5 e PC tramite Steam, GOG ed Epic Store. Lontano dalle convenzioni dell’action o dell’avventura narrativa, il progetto si presenta come un rigoroso survival d’arrampicata che simula postura, equilibrio e gestione delle risorse con una coerenza quasi ostinata, trasformando la scalata in una disciplina lenta e ragionata, dove la sopravvivenza dipende più dall’attenzione che dai riflessi. Per uno studio noto per l’elettricità stilizzata di Furi e la dolcezza contemplativa di Haven, si tratta di una deviazione radicale: qui non si combatte, non si vola, non si fugge, ma si sale, centimetro dopo centimetro, con la gravità come unica antagonista.
La parete come campo di battaglia
Il cuore ludico rinuncia deliberatamente a ogni automatismo spettacolare. Aava non salta né si aggrappa con magnetismo arcade: ogni mano e ogni piede devono essere posizionati con cura, valutando inclinazione, resistenza e baricentro. Il sistema suggerisce appigli plausibili, ma lascia al giocatore la responsabilità delle scelte, invitandolo a correggere la postura, distribuire il peso, decidere quando forzare e quando arretrare. Ne nasce una grammatica del movimento sorprendentemente tattile, capace di restituire la fatica attraverso piccoli aggiustamenti più che con indicatori grafici. Le cadute non sono mai teatrali: sono brusche, definitive, e cancellano progressi con un realismo quasi spietato, ricordando che la montagna non concede indulgenze.
A questa tensione meccanica si affianca una gestione delle risorse altrettanto centrale. Chiodi, corde, gesso, cibo, acqua e medicine compongono un inventario essenziale che costringe a pianificare ogni tratta come una spedizione vera e propria. I bivacchi diventano momenti di tregua preziosi, occasioni per riorganizzare le scorte e studiare la parete come una carta topografica. Il Monte Kami assume così il ruolo di antagonista silenzioso, imponendo deviazioni, costringendo a ricalcolare percorsi e trasformando ogni sezione in un confronto diretto con i propri limiti. L’apprendimento è ripido quanto la roccia stessa: le prime ore possono risultare scoraggianti, ma quando il linguaggio del gioco viene interiorizzato, la progressione acquista una soddisfazione concreta, quasi fisica, rara nel panorama contemporaneo.
Solitudine, silenzio, sacrificio
La narrazione procede per sottrazione, evitando spiegazioni didascaliche e preferendo suggerire stati d’animo attraverso frammenti. Incontri sporadici, voci lontane, segni lasciati da chi non ce l’ha fatta delineano una storia che parla di ossessione e sacrificio più che di conquista. Cairn non cerca il colpo di scena, ma l’eco emotiva, affidando al giocatore il compito di riempire gli spazi vuoti. Questa scelta conferisce all’esperienza un’eleganza austera, coerente con l’idea di isolamento, ma può risultare eccessivamente rarefatta per chi desidera una trama più esplicita o personaggi maggiormente definiti.
Il ritmo riflette la medesima filosofia. Lunghe sequenze di arrampicata silenziosa, prive di eventi eclatanti, possono apparire ipnotiche o ripetitive a seconda della sensibilità individuale. La difficoltà regolabile mitiga l’asprezza, ma non nega la natura esigente dell’opera, che rifiuta compromessi e mantiene un’andatura deliberatamente lenta. È un’esperienza che chiede dedizione e pazienza, e proprio per questo riesce a distinguersi: ogni metro conquistato è percepito come una piccola vittoria personale, non come una ricompensa automatica dispensata dal sistema.
Paesaggi e imperfezioni tecniche
Sul piano estetico la montagna si rivela sorprendentemente espressiva. Creste immerse nella foschia, pareti livide illuminate da tramonti obliqui e ghiacciai che si perdono all’orizzonte compongono scenari di grande suggestione, sostenuti da uno stile artistico riconoscibile, influenzato dal tratto di Mathieu Bablet. Il comparto sonoro adotta un minimalismo coerente: vento, attrito e respiro sostituiscono la musica per lunghi tratti, creando un paesaggio acustico che amplifica il senso di solitudine. Quando le tracce musicali emergono, lo fanno con discrezione, accompagnando i momenti chiave senza sovraccaricare l’esperienza.
La versione PlayStation 5 garantisce caricamenti rapidi e una resa visiva generalmente pulita, ma l’ambizione tecnica non è esente da incrinature. Sporadici cali di fluidità e piccole imprecisioni nelle collisioni possono interferire proprio nei frangenti che richiederebbero massima precisione, ricordando la natura indipendente del progetto. Nel complesso, tuttavia, Cairn rimane un’opera coerente e distintiva, capace di trasformare un gesto elementare come l’arrampicarsi in una riflessione sul limite umano. Non è un gioco accomodante né immediato, bensì una sfida contemplativa che richiede rispetto e restituisce, a chi accetta il patto, una delle simulazioni di scalata più credibili e introspettive mai viste in ambito videoludico.
















