Mateo Lombardo aveva giurato che non avrebbe ceduto all’oscurità, eppure le rovine del convento parlavano un linguaggio che nemmeno la fede poteva redimere. Il lamento del vento tra le guglie spezzate si confondeva con gli echi dei rintocchi della Bestia, che nella notte avanzava tra foreste luttuose e villaggi piegati dall’incubo. Non era soltanto una caccia: era una discesa negli abissi dell’anima, tra croci spezzate, sangue rappreso e leggende che sussurrano al cuore degli uomini deboli. Ed è in questo scenario, tra storia e mito, che si innesta Chronicles of the Wolf, disponibile su PlayStation 4, PlayStation 5, Xbox One, Xbox Series X|S e Nintendo Switch, sviluppato da Migami Games e pubblicato da PQube. La versione testata su PlayStation 5 conferma una solida base tecnica e una direzione artistica degna della sua ispirazione gotica.
Il retaggio della notte
Chronicles of the Wolf si presenta come un’ode appassionata al metroidvania classico, con una struttura interconnessa e un’estetica che richiama con orgoglio la scuola di Castlevania. Nei panni dell’ultimo apprendista dell’Ordine della Croce di Rosa, il giocatore esplora un’Europa immaginifica del XVIII secolo, sulle tracce della Bestia del Gévaudan. Il ritmo dell’avventura alterna fasi esplorative a intensi combattimenti, in un continuo oscillare tra senso del mistero e urgenza del confronto. La narrazione si dipana attraverso sequenze illustrate di grande pregio, accompagnate dalla voce profonda e suggestiva di Robert Belgrade, mentre l’intervento di Kira Buckland nei panni di Pallida arricchisce il contesto narrativo con un cameo ben dosato, che dialoga con un immaginario più ampio e condiviso.
Le ambientazioni spaziano da castelli in rovina a foreste avvelenate, da cripte dimenticate a villaggi posseduti, tutti caratterizzati da una notevole densità atmosferica. L’art direction dimostra un gusto per il dettaglio e l’equilibrio cromatico, mentre la colonna sonora di Jeffrey Montoya — con un brano speciale firmato da Oscar Araujo — accompagna con sobrietà e tensione i momenti più intensi del viaggio.
Un combattimento tra sacro e profano
Dal punto di vista ludico, Chronicles of the Wolf articola la propria offerta attorno a un sistema di combattimento rapido ma ponderato, in cui ogni arma raccolta nel corso del gioco amplia il ventaglio di approcci. Le boss fight, in particolare, richiedono studio, tempismo e adattamento, con pattern complessi che mettono alla prova anche i giocatori più esperti. Non mancano fasi platform, talvolta insidiose per via di un controllo del salto lievemente rigido, che può causare frustrazione in combinazione con la collocazione di alcuni nemici o trappole ambientali.
La progressione, costruita attorno all’acquisizione di nuove abilità e strumenti, permette di sbloccare gradualmente accessi e scorciatoie, ripercorrendo aree già note con una rinnovata consapevolezza. Tuttavia, l’assenza di un sistema di mappatura dettagliata e la mancanza di punti di viaggio rapido possono rendere il backtracking più macchinoso del dovuto, soprattutto nelle fasi avanzate dell’avventura.
Lupi, uomini e memorie
Oltre alla cura artistica e all’atmosfera, ciò che distingue Chronicles of the Wolf è la sua coerenza tematica: ogni elemento, dalla composizione dei livelli alla caratterizzazione dei personaggi, concorre a costruire una mitologia coesa e seducente. Le conversazioni con gli NPC, talvolta enigmatiche, restituiscono frammenti di un mondo in disfacimento, in cui il confine tra superstizione e verità si fa sempre più labile. Gli enigmi ambientali, pur non rivoluzionari, aggiungono varietà e invitano alla riflessione, pur soffrendo talvolta di una certa opacità nelle istruzioni fornite.
Sul piano visivo, il gioco abbraccia con consapevolezza l’eredità dei classici Konami, come Castlevania: Rondo of Blood e Symphony of the Night, ma declina il linguaggio pixel art in una forma più atmosferica e dettagliata. Le animazioni dei nemici, le scenografie gotiche, i cromatismi plumbei e la composizione degli sfondi restituiscono un mondo vivo nella sua desolazione. L’uso sapiente dell’illuminazione, con bagliori lunari e ombre inquietanti, accresce la tensione ambientale e rafforza l’identità visiva dell’opera. Le sequenze illustrate che scandiscono i momenti salienti si stagliano come tavole da graphic novel, contribuendo alla resa cinematografica del racconto.
L’interazione tra sprite in pixel art e illustrazioni ad alta definizione genera un contrasto efficace, che valorizza il dualismo tra realtà e leggenda. Il design dei personaggi, dagli inquisitori decadenti alle creature della notte, è ispirato e riconoscibile, e rende omaggio a un’estetica gotica filtrata da sensibilità moderne. Anche gli effetti visivi associati ad abilità e magie sono curati, e riescono a sorprendere in un contesto bidimensionale che, pur ancorato alla tradizione, non rinuncia a una propria espressività contemporanea.
In ultima analisi, Chronicles of the Wolf si rivela un progetto intriso di passione e rispetto per il genere, capace di evocare suggestioni letterarie e incubi pixelati con sorprendente naturalezza. Pur non privo di sbavature tecniche e momenti di frustrazione, riesce a restituire quel senso di avventura tragica e inesorabile che appartiene alle grandi narrazioni. Non reinventa il metroidvania, ma lo abita con coscienza e spirito, offrendo un viaggio degno di essere intrapreso dai paladini del gotico e da chi cerca, nel buio digitale, un raggio di bellezza perduta.
















