All’inizio il tavolo di Cultist Simulator sembra quasi innocuo: poche carte, qualche spazio disponibile e la sensazione che basti provare una combinazione per capire come funzionino le cose. Poi compare un’altra carta, si apre una nuova possibilità, un conto alla rovescia comincia a consumarsi e quello spazio ordinato si riempie rapidamente di persone, desideri, problemi e domande alle quali nessuno sembra avere intenzione di rispondere. È proprio in questa trasformazione che il gioco di Weather Factory comincia a esercitare il proprio fascino, portandoci in un mondo anni Venti dove sotto la normalità si nascondono divinità, conoscenze proibite e luoghi che sarebbe probabilmente più salutare ignorare. Naturalmente facciamo l’esatto contrario, perché la curiosità è il vizio sul quale l’intera esperienza costruisce il proprio rapporto con il giocatore.
Noi abbiamo affrontato questo apprendistato occulto su PlayStation 5, davanti a un tavolo in cui le carte finiscono per rappresentare praticamente ogni cosa: persone, libri, emozioni, denaro, conoscenze, opportunità e perfino condizioni capaci di portarci alla rovina. A queste si affiancano le azioni attraverso cui lavorare, studiare, sognare, esplorare o portare avanti i propri affari meno presentabili, e combinare correttamente i vari elementi significa allargare poco alla volta il nostro raggio d’azione. Si comincia cercando banalmente di sopravvivere e si può arrivare a fondare un culto, reclutare seguaci, tradurre grimori, organizzare spedizioni e avvicinarsi al Mansus, mentre investigatori e autorità iniziano comprensibilmente a interessarsi alle nostre abitudini sempre meno rassicuranti.

Il tavolo prima del tempio
La cosa affascinante è che le regole fondamentali rimangono sorprendentemente poche anche quando il tavolo sembra ormai quello di una persona che abbia perso una battaglia personale contro l’ordine domestico. Si prendono carte, si inseriscono negli spazi consentiti, si osservano i tempi e se ne raccolgono le conseguenze, ma dietro questa gestualità elementare si sviluppa una rete di rapporti sempre più intricata. Un libro conduce a una conoscenza, quella conoscenza può servire a un rituale, un seguace può essere promosso o utilizzato per un incarico, mentre bisogni molto meno esoterici continuano a reclamare attenzione. L’occulto, scopriamo abbastanza presto, non paga l’affitto da solo. La forza del sistema sta proprio nel modo in cui le carte smettono gradualmente di apparire come componenti astratti e cominciano a rappresentare decisioni riconoscibili all’interno della nostra piccola e discutibile biografia.
Weather Factory pretende però che questo passaggio avvenga quasi interamente nella testa del giocatore. Le spiegazioni sono ridotte al minimo e la prima fase assomiglia più a un apprendistato che a un tutorial: si prova una combinazione, si legge ciò che accade, si commette un errore e si conserva mentalmente l’informazione per la volta successiva. È un principio perfettamente coerente con un gioco dedicato alla conoscenza proibita, perché entrare nell’occulto significa letteralmente impararne riti, termini e associazioni, però la coerenza tematica non rende automaticamente piacevole ogni momento di smarrimento. Quando le carte aumentano e più processi reclamano attenzione contemporaneamente, capire che cosa stia andando storto può diventare faticoso, e l’interfaccia stessa finisce talvolta per contribuire a quel disordine che dovremmo invece imparare a governare.

Imparare costa vite
Morire, del resto, fa parte dell’educazione. Una carriera può crollare, il denaro può terminare, la salute mentale può precipitare e le autorità possono diventare troppo curiose; il sistema di eredità permette quindi di iniziare nuove storie dopo un fallimento, trasformando almeno in parte ciò che abbiamo imparato in un vantaggio per il tentativo successivo. La vera progressione di Cultist Simulator risiede soprattutto nella nostra conoscenza: sapere quali risorse proteggere, riconoscere una catena pericolosa prima che diventi ingestibile e ricordare quali combinazioni aprano nuove possibilità vale spesso più di qualsiasi ricompensa permanente. È un’idea molto elegante, perché rende il giocatore stesso il principale contenitore dei progressi, ma richiede anche una disponibilità alla sconfitta che non tutti avranno voglia di concedere per decine di ore.
Il rovescio più severo emerge quando un errore non produce una storia interessante, ma una lunga agonia dalla quale diventa difficilissimo recuperare. Entrare in una spirale di problemi economici o mentali può significare trascorrere diversi minuti cercando una via d’uscita che ormai esiste più in teoria che nella pratica, e in quei momenti il piacere della scoperta lascia spazio alla gestione dell’emergenza. Il roguelike diventa allora particolarmente esigente, perché una nuova partenza non consegna automaticamente potenziamenti capaci di addolcire il tentativo seguente: siamo noi a dover tornare al tavolo sapendo qualcosa in più. Per qualcuno sarà esattamente il tipo di rapporto desiderato, mentre chi ama vedere una crescita materiale fra una run e l’altra potrebbe percepire il ritorno alle fasi iniziali come una punizione eccessivamente ripetitiva.

Il piacere di non sapere ancora
Eppure sarebbe difficile separare completamente questa severità dal fascino del mondo che la circonda. Cultist Simulator racconta moltissimo senza mostrarci quasi nulla nel senso tradizionale: il mondo è il tavolo stesso, mentre brevi testi, illustrazioni e nomi come Graal Rosso, Forgia dei Giorni, Ore e Mansus suggeriscono una cosmologia assai più vasta dello spazio occupato sullo schermo. Il giocatore deve immaginare ciò che accade fra una carta e l’altra, riempiendo personalmente i vuoti fra una spedizione, un sogno e un rituale, e proprio questa sottrazione rende alcune scoperte sorprendentemente suggestive. La direzione artistica resta sobria e ordinata attorno alle carte, mentre le tonalità cupe e le musiche inquietanti danno al tavolo una qualità quasi privata, come se stessimo consultando documenti che qualcuno avrebbe preferito lasciare chiusi in un cassetto.
In un’esperienza tanto dipendente dai testi pesa invece l’assenza dell’italiano. Non è un dettaglio secondario, perché comprendere descrizioni, termini e sottili indicazioni significa spesso capire anche cosa tentare dopo, e affrontare tutto in una lingua straniera aggiunge un ulteriore strato a un gioco che già considera lo spaesamento parte del proprio carattere. Superata questa barriera, però, emerge una delle qualità più rare del progetto: la capacità di far percepire la conoscenza come qualcosa che ci siamo conquistati personalmente. Scoprire come raggiungere un nuovo luogo o come trasformare un semplice adepto in una pedina molto più importante non equivale soltanto a sbloccare una funzione; significa aver finalmente compreso una piccola porzione del linguaggio segreto che il gioco ci aveva messo davanti ore prima.
Da qui nasce anche il rapporto molto particolare che Cultist Simulator instaura con il proprio pubblico. Può irritare, soffocare una partita dentro una spirale ormai compromessa e chiedere una quantità di pazienza sproporzionata rispetto alla semplicità dei gesti con cui si controlla, ma riesce anche a trasformare l’apprendimento in parte integrante della finzione. Il tavolo pieno di carte che inizialmente sembrava un ammasso indecifrabile diventa poco alla volta una mappa mentale nella quale riconosciamo opportunità e pericoli quasi senza accorgercene. Non è necessario apprezzarne ogni rigidità per riconoscere quanto sia particolare il risultato: pochi giochi fanno sentire il giocatore davvero iniziato ai propri sistemi. Chi accetta di perdersi abbastanza a lungo può trovare dietro quella porta una delle esperienze narrative più singolari costruite con strumenti tanto modesti.












