Nelle cronache cavalleresche, quando il regno è minacciato, si narrano gesta di eroi, cavalcate gloriose, spade levate al cielo e proclami solenni. In Defending Camelot, assai più prosaicamente, la salvezza di Camelot dipende invece da una diligente distribuzione di arcieri, fanti, contadini e magie lungo corsie che paiono tracciate da uno stratega con il pallino dell’ordine geometrico. Sviluppato da ZekGame con la collaborazione di eastasiasoft e pubblicato da eastasiasoft, il gioco è disponibile su PlayStation 5, PlayStation 4, Nintendo Switch, Xbox One e Xbox Series X|S; la versione provata è quella PlayStation 5. La sua indole è chiara fin da subito: un tower defense con leggere inflessioni da gioco di ruolo, fondato sul posizionamento delle unità, sulla gestione delle risorse e su una progressione che chiede al giocatore meno furia da paladino e più disciplina da castellano coscienzioso.
La formula è di quelle che ogni veterano del genere riconosce al primo squillo di tromba. I nemici avanzano per linee ordinate, il giocatore dispone le proprie carte-unità nei punti opportuni, i contadini producono moneta, gli arcieri sfoltiscono le prime file, i combattenti reggono l’urto e la magia interviene quando il buon ordine feudale minaccia di crollare sotto il peso dell’inferno. Defending Camelot non pretende di reinventare alcunché: si presenta come un’opera che conosce il proprio lignaggio e se ne serve con una certa compostezza. Il problema, se proprio si vuole subito scoprirne le carte, è che questa compostezza a volte assomiglia più alla prudenza di un notaio che alla furia di un paladino.
La guerra di corsia secondo Camelot
Il pregio più evidente del gioco sta nella chiarezza del suo impianto. Ogni unità ha una funzione leggibile, ogni livello introduce o combina minacce in maniera abbastanza comprensibile e il sistema di schieramento tramite carte aggiunge quel minimo di scelta ulteriore che evita di ridurre tutto a una pura collocazione automatica di truppe. Si decide quando spendere, dove farlo, se investire sul contenimento immediato o sul guadagno futuro, e da questa economia elementare nasce un ritmo molto gradevole, soprattutto nelle fasi iniziali della campagna. Il gioco ha il merito di risultare accessibile senza diventare ottuso, e questo in un genere che spesso oscilla tra il banalissimo e il sadicamente opaco è già un atto di virtù.
La campagna, inoltre, ha una consistenza tutt’altro che trascurabile. I livelli sono moltissimi, e la progressione riesce per un bel tratto a mantenere un passo dignitoso grazie all’introduzione di nuove tipologie di nemici, nuove esigenze tattiche e una crescente necessità di adattamento. Il gioco, almeno nelle sue ore migliori, riesce a ricordare al giocatore che la difesa del regno non è faccenda da risolversi con una sola ricetta tramandata dai menestrelli: ciò che funziona in un campo può rivelarsi sciagurato nel successivo. In questo senso, Defending Camelot mostra una disciplina progettuale più solida di quanto il suo aspetto dimesso lasci presumere.
Contadini, caserme e altre glorie del medioevo amministrativo
Dove il titolo cerca di distinguersi con maggiore convinzione è nella sua lieve componente RPG. Tra una battaglia e l’altra si passa per le caserme, si migliorano le unità, se ne sbloccano di nuove e si amplia lentamente il margine d’azione del proprio piccolo esercito. Non si tratta di un sistema particolarmente profondo, né di una progressione tale da far tremare gli archivi di reame, ma basta a dare continuità alla campagna e a trasformare ogni vittoria in qualcosa di più della semplice risoluzione del livello corrente. C’è un’idea di costruzione del proprio strumento bellico che, pur senza grande complessità, aggiunge una forma di persistenza sempre gradita.
È anche qui, tuttavia, che il gioco mostra il confine delle proprie ambizioni. La crescita delle unità e l’apertura di nuove opzioni hanno una piacevole concretezza, ma raramente si traducono in una vera metamorfosi del sistema. Si amplia il catalogo, si migliora l’efficienza, si ottiene qualche soluzione in più, ma l’ossatura resta molto stabile, quasi immobile nella sua fedeltà a un modello classico. Gli appassionati più ferrati, quelli che entrano in battaglia con l’occhio severo del maestro d’armi e la memoria lunga del veterano di cento assedi, noteranno presto che la varietà esiste, sì, ma raramente raggiunge quella profondità che fa davvero brillare il sottogenere.
Un buon manoscritto d’epoca, non una nuova chanson de geste
La vera questione critica riguarda proprio l’età progettuale dell’opera. Defending Camelot, nato originariamente qualche anno fa su PC, arriva sulle console moderne con tutta la sua integrità meccanica e con tutti i suoi limiti storici ben conservati, quasi fosse un codice miniato rimasto sorprendentemente leggibile ma pur sempre figlio del suo tempo. Il passaggio a PlayStation 5 è pulito: i controlli funzionano, la navigazione è agevole e la struttura si lascia adattare abbastanza bene al pad. Tuttavia è difficile ignorare la sensazione di trovarsi davanti a un gioco che porta ancora addosso un’impronta molto mobile/PC nella frammentazione dei livelli, nel loop ripetitivo e in una certa semplicità di fondo che in sessioni brevi si lascia volentieri frequentare, mentre in quelle più lunghe può iniziare a pesare.
Anche la presentazione partecipa a questa impressione. La grafica è colorata, pulita, leggibile, ma modesta; le animazioni fanno il loro dovere senza particolare slancio; il comparto sonoro accompagna con diligenza senza aspirare a memorabilità alcuna. Nulla offende l’occhio o l’orecchio, ma poco si imprime davvero nella memoria. È un prodotto che sa stare composto al proprio posto, e talvolta questa compostezza ha persino un fascino rassicurante. Ma nel 2026, in un panorama dove il tower defense deve trovare un modo per riaffermare la propria rilevanza, Defending Camelot appare più come una reliquia ben tenuta che come un nuovo stendardo da sventolare in battaglia.
Eppure, proprio in questa sua natura di reperto ancora giocabile, il titolo conserva una qualità che sarebbe sciocco liquidare con superficialità. Il loop funziona. La campagna ha massa. Le unità bastano a sostenere la curiosità per molte ore. La modalità Endless offre una sfida ulteriore a chi voglia verificare quanto duri davvero la propria architettura difensiva. Per i novizi del genere, o per chi desidera una strategia lineare, leggibile e senza troppi orpelli, il gioco ha ancora un valore concreto. Per i veterani, invece, il sapore di già visto sarà difficile da ignorare. Si gioca con piacere, spesso; ci si entusiasma più raramente.
Nel complesso Defending Camelot è un’opera onesta, diligente e discretamente abbondante, che difende il proprio castello con ordine più che con fulgore. Fa quasi tenerezza vederlo avanzare così composto sotto le insegne arturiane, tra contadini che producono monete con zelo da catasto e cavalieri che si immolano lungo corsie degne di una trattatistica militare semplificata. È un gioco che sa cosa vuole essere e che, per l’appunto, si sforza di esserlo bene. Solo che il campo di battaglia, oggi, chiede spesso qualche invenzione in più.
















