Ammetto una cosa poco elegante: quando un gioco promette di risolvere i problemi della vita con un muletto, una parte molto seria della mia personalità prende appunti. Do You even Forklift?, sviluppato da Garage 5 e pubblicato da Take IT Studio!, arriva su PlayStation 5, Nintendo Switch, Xbox Series X|S e Xbox One; la versione provata è quella PlayStation 5. L’idea è deliziosamente scema nel modo giusto: guidare un carrello elevatore in una pacifica isola giapponese, spostare kei car, aggirare cancelli, risolvere rompicapi fisici, fare cose che in un corso sulla sicurezza sul lavoro verrebbero probabilmente mostrate sotto il titolo “mai, mai, mai”. Eppure, sotto la battuta, il gioco nasconde una struttura da puzzle adventure isometrica più ordinata di quanto sembri, fatta di livelli compatti, soluzioni pratiche e una quantità sospetta di clacson.
Il fascino iniziale nasce proprio da questa sproporzione. Non si salva il mondo, non si sconfigge un dio antico, non si affronta una crisi esistenziale davanti a un tramonto viola. Si arriva in Giappone, si prende confidenza con un carrello elevatore e si scopre che tutto, dalla gestione dei parcheggi alla preparazione del ramen, può diventare materia da muletto. L’ambientazione richiama un Giappone rurale e gentile, filtrato da colori morbidi, stradine tranquille, auto minuscole e una leggerezza visiva che strizza l’occhio a un immaginario animato senza copiarlo in modo sfacciato. Il risultato è accogliente, buffo, quasi rilassante. Poi si prova a sollevare la prima macchina, la fisica decide di avere personalità, e l’idillio si trasforma in un balletto logistico con responsabilità civili molto discutibili.
La forchetta, la kei car e il panico con le ruote
Il cuore di Do You even Forklift? è semplice: ogni livello propone un problema da risolvere manovrando il muletto, spesso spostando auto, liberando passaggi o portando oggetti nei punti giusti. La visuale isometrica aiuta a leggere gli spazi, mentre la guida del carrello elevatore conserva quella goffaggine precisa che rende il tutto più divertente. Il mezzo non si controlla come una macchinina arcade, e per fortuna. Ha peso, ingombro, una direzione che va capita e una naturale tendenza a far sembrare ogni manovra un piccolo esame di pazienza con esiti potenzialmente ridicoli.
La fisica è la vera comica della compagnia. Un’auto caricata male sulle forche comincia a dondolare, una curva presa con troppa sicurezza può mandare a monte un piano apparentemente perfetto, un angolo sfiorato con leggerezza può trasformare una soluzione ordinata in una scenetta da magazzino posseduto. Da donna adulta e teoricamente responsabile, dovrei dire che certe cose vanno fatte con attenzione. Da giocatrice, invece, confesso di aver riso parecchio ogni volta che una microcar finiva in una posizione che nessun perito assicurativo avrebbe mai potuto spiegare con calma.
Il bello è che il caos non annulla il puzzle. Il gioco resta leggibile, e le soluzioni hanno quasi sempre una logica chiara. Si capisce cosa bisogna fare, poi bisogna capire come farlo senza incastrare un veicolo, bloccare una via, attivare un allarme o commettere l’ennesima infrazione creativa. Gli enigmi crescono gradualmente: all’inizio basta spostare, poi entrano in scena parcheggi colorati, cancelli, auto collegate, ostacoli ambientali e piccole varianti che costringono a pensare in anticipo. Nulla diventa davvero crudele, ma il gioco riesce a mantenere quella giusta sensazione da “posso farcela, purché il muletto collabori e io smetta di guidare come se stessi inseguendo un gelato”.
Un’isola gentile dove nessuno dovrebbe darmi le chiavi
La progressione funziona perché ogni livello ha una dimensione contenuta. Do You even Forklift? non chiede di perdersi in mappe immense, ma di osservare piccoli spazi pieni di possibilità sbagliate. Il design introduce una meccanica, la fa respirare, poi aggiunge una complicazione. È una grammatica da puzzle game classico, resa più vivace dal fatto che lo strumento principale non è una leva astratta o un potere magico, ma un veicolo industriale che sembra sempre sul punto di chiedere scusa prima di fare danni.
La componente più riuscita è la libertà con cui il gioco accetta soluzioni poco eleganti. In molti casi esiste una via ordinata, pulita, quasi professionale. Poi esiste la via umana, cioè quella in cui si spinge una macchina di traverso, si sfrutta un rimbalzo sospetto, si parcheggia con la precisione emotiva di chi ha ormai rinunciato alla geometria e si scopre comunque che il livello considera valida la soluzione. Questa elasticità è preziosa, perché trasforma l’errore in parte del divertimento. Non sempre si fallisce: a volte si inventa un metodo alternativo che nessun istruttore approverebbe, ma che il videogioco, con grande maturità morale, decide di premiare.
Il tono aiuta moltissimo. L’isola è graziosa, colorata, piena di dettagli buffi e situazioni leggere. C’è una cura evidente nel rendere piacevoli anche i momenti di pura manovra. Le kei car sono adorabili nella loro ostinazione a essere sollevate male, i piccoli quartieri hanno un’aria accogliente e il pulsante del clacson è una delle funzioni meno necessarie e più fondamentali dell’intero pacchetto. Non serve a molto, ed è proprio questo il punto. Suonare mentre si porta avanti una complicata operazione di logistica abusiva dà al tutto una dignità teatrale. O almeno così mi sono raccontata mentre disturbavo la quiete pubblica con entusiasmo.
Quando il lavoro diventa routine, anche il muletto sospira
Il limite principale emerge nella seconda metà dell’avventura. Do You even Forklift? ha una buona idea di base, la usa bene e la presenta con grande simpatia, ma non sempre riesce a rinnovarla abbastanza. Alcuni livelli sembrano più grandi che più intelligenti: la soluzione appare presto, mentre l’esecuzione richiede diversi minuti di spostamenti, aggiustamenti e micro-correzioni. In quei momenti il gioco scivola dal rompicapo alla mansione, e la differenza si sente. Risolvere è divertente; fare trasloco con tre auto, due cancelli e una fisica capricciosa lo è un po’ meno quando il percorso mentale è già chiaro.
Anche i collezionabili e le attività secondarie seguono questa doppia natura. I ramen nascosti, le piccole sfide extra e le trovate più assurde sono perfettamente in linea con l’identità del gioco, ma non sempre aggiungono profondità. Spesso sono un pretesto simpatico per tornare nei livelli, non una vera evoluzione del design. Il gatto da portare in giro sul muletto, per esempio, appartiene a quella categoria di idee che non dovrebbero funzionare e invece strappano un sorriso immediato. Però, finito l’effetto “ma davvero sto facendo questo?”, resta un contenuto più carino che sostanzioso.
La presentazione visiva, però, continua a sostenere bene l’esperienza. Lo stile morbido, quasi da diorama giocoso, rende ogni scenario leggibile e piacevole. Non siamo davanti a un titolo tecnicamente ambizioso, ma a un progetto che conosce il proprio tono e lo mantiene con coerenza. Su PlayStation 5 la fluidità è stabile, i caricamenti sono rapidi e i comandi rispondono in modo adeguato alla natura fisica del mezzo. Qualche imprecisione va messa in conto, ma spesso è difficile stabilire dove finisca la fisica volontariamente comica e dove inizi la goffaggine del sistema. Nel dubbio, ho dato la colpa al muletto. Mi è sembrato giusto.
Il comparto sonoro accompagna con leggerezza, senza rubare la scena. Le musiche rilassate aiutano a mantenere il tono disteso anche quando una manovra fallisce per la quarta volta e la tentazione di dichiarare guerra all’arredo urbano diventa concreta. Gli effetti fanno il loro lavoro, mentre il clacson, come già detto, meriterebbe una categoria separata nei premi di fine anno: miglior strumento per sentirsi autorevoli mentre si compie qualcosa di oggettivamente discutibile.
Il bilancio è positivo, purché si entri nel gioco con le aspettative giuste. Do You even Forklift? non reinventa il puzzle game fisico e non sempre riesce a evitare la ripetizione, soprattutto quando la campagna insiste su varianti già assimilate. Però ha un’identità chiara, un tono irresistibilmente sciocco, una fisica abbastanza imprevedibile da generare commedia e un mondo così gradevole che anche i momenti meno brillanti si attraversano senza troppa fatica. È un piccolo gioco di logistica surreale, parcheggi impossibili e muletti molto motivati. Non tutte le idee arrivano in fondo con la stessa forza, ma quando funziona riesce a trasformare una manovra da magazzino in una gag interattiva. E, francamente, non capita tutti i giorni di cucinare ramen con un carrello elevatore. Per fortuna, o forse purtroppo.
















