Diciamolo con la necessaria chiarezza: Doll Defenders non entra in scena, sfila. Prende una statua sacra, la piazza al centro del palco, le scatena contro orde di mostri e poi, con assoluta serenità, decide che lungo il percorso sarà pure il caso di disseminare eroi da salvare che sembrano usciti da un catalogo molto sicuro del proprio fascino. Sviluppato da eastasiasoft con Male Doll Adventures e pubblicato da eastasiasoft per PlayStation 5, PlayStation 4 e Nintendo Switch, qui provato su PlayStation 5, il gioco abita la zona dell’action isometrico con difesa della base dentro il multiverso “Male Doll”. I numeri sono chiari e senza fronzoli: tre mondi, quindici livelli, dodici armi, otto personaggi da liberare e una reliquia da proteggere mentre il resto del creato prova a ridurla in polvere con zelo anche troppo professionale. Il primo impatto è quello con un titolo sfacciato, civettuolo e perfettamente consapevole del fatto che, prima ancora di combattere, deve farsi guardare.
La cosa interessante è che, passato il sorriso iniziale, sotto quella faccia tosta c’è un impianto molto semplice e molto rapido da assorbire. Non ci sono grandi sistemi da studiare, né complicazioni che pretendano un rapporto tossico con i menu. Si entra nel livello, si tiene lontana la feccia dalla statua, si colpisce, si schiva, si incassa, si sblocca qualcosa e si riparte. Tutto è costruito per muoversi in fretta e con una certa leggerezza. Doll Defenders preferisce lavorare di ritmo, di atmosfera e di presenza scenica, come quei giochi che magari non hanno un’enciclopedia da offrire, però sanno benissimo come stare sotto la luce giusta e farsi ricordare.
La statua al centro, il caos attorno, e il boomerang che fa miracoli
Pad alla mano, la componente tower defense va presa con una certa elasticità. La statua va difesa davvero, e gli assalti nemici sono il cuore di ogni stage, ma la sensazione concreta è più vicina a un piccolo action isometrico di contenimento delle ondate che a un tower defense classico nel senso più rigido del termine. Non si progettano percorsi, non si costruiscono fortificazioni, non ci si sente un architetto militare con problemi di sonno. Qui si corre, si colpisce, si schiva e si cerca di impedire ai mostri di trasformare il centro della mappa in un cratere decorativo.
Le dodici armi sono il principale strumento con cui il gioco prova a cambiare sapore. Alcune funzionano meglio, altre restano più ornamentali che decisive, ma almeno il tentativo di offrire stili diversi esiste. La spada iniziale fa il suo mestiere con dignità, il boomerang si rivela sorprendentemente utile e certe opzioni successive danno l’impressione di essere state scelte più per posa che per reale impatto in battaglia. È qui che si capisce uno dei limiti del gioco: l’arsenale c’è, ma non sempre invita davvero a essere esplorato fino in fondo. Alcune soluzioni diventano presto le più comode, e una volta trovato il proprio giocattolo preferito viene voglia di ignorare il resto del guardaroba bellico.
Quando però il flusso resta svelto, Doll Defenders sa essere piacevole. Le ondate arrivano, si ripulisce l’area, si salvano i bei ragazzi di turno, si passa oltre. Il ritmo regge e la leggerezza del sistema gli giova. Non è un gioco che chiede grande studio, ma sa almeno tenere in piedi la serata con una certa grazia. Il punto è che questa grazia dipende soprattutto dal tono e dall’immediatezza, più che da una vera profondità del combattimento, e prima o poi la differenza si avverte.
Il vero boss è la ripetizione, solo che arriva truccata benissimo
La parte meno brillante emerge quando il gioco ha già mostrato quasi tutte le sue carte e continua a rilanciarle con la sicurezza di chi spera che basti cambiare l’angolo della mascella. I mondi cambiano, i livelli scorrono, i personaggi si sbloccano, ma il cuore dell’esperienza resta molto simile a sé stesso. I boss provano ogni tanto ad alzare un po’ il tono, e in qualche momento ci riescono, ma non abbastanza da cambiare davvero il passo dell’avventura. Doll Defenders si racconta presto e poi resta fedele a quella prima impressione, che è simpatica, brillante e anche un po’ leggera.
Questo significa che la ripetizione arriva abbastanza in fretta. Non in modo disastroso, non fino a spegnere del tutto il divertimento, ma quel tanto che basta per capire che il progetto non ha una seconda pelle pronta a comparire più avanti. La progressione non muta davvero il modo di stare in campo, le mappe non sorprendono quanto potrebbero e il sistema resta più accomodante che davvero esigente. Con una struttura più cattiva, più varietà nelle ondate e un po’ più di coraggio nel bilanciamento, il risultato avrebbe potuto avere ben altro mordente.
Eppure il gioco non crolla, e il motivo è semplice: ha personalità. I personaggi, il tono malizioso, l’universo di riferimento, la maniera in cui tutto sembra ammiccare senza diventare mai completamente ridicolo: sono queste le cose che tengono alto l’interesse quando la meccanica comincia a girare su sé stessa. In pratica, è uno di quei casi in cui il fascino, la posa e il carisma fanno una parte sostanziosa del lavoro. Non basta per fare miracoli, ma basta per evitare che tutto diventi anonimo.
Molto stile, discreta sostanza, e una nicchia che si conosce benissimo
Sul piano visivo, Doll Defenders sa come presentarsi. I personaggi sono curati, il mondo di gioco ha colore, i mostri si leggono bene e l’insieme possiede abbastanza sicurezza da non sembrare un progetto montato in fretta con materiali avanzati. Non siamo davanti a una produzione tecnicamente clamorosa, ma nemmeno a una che si trascina senza identità. Il gioco ha una faccia precisa, e in una fascia così affollata è già un merito concreto. Anche su PlayStation 5 l’esperienza si lascia attraversare senza particolari attriti: i controlli rispondono bene, la struttura a livelli aiuta e tutto fila con una rapidità che serve molto a un titolo del genere.
Il punto, semmai, è che questa bella faccia regge meglio sulle distanze brevi che su quelle lunghe. Doll Defenders funziona bene quando lo si affronta a blocchi, come un diversivo brillante che entra, fa il numero e se ne va prima di esagerare. Allungando troppo la permanenza, invece, emergono più chiaramente i limiti del suo scheletro. In questo senso sembra una persona deliziosa a una festa: impeccabile nell’ingresso, ottima presenza, sorriso giusto, battuta pronta, ma dopo un po’ si accorge anche il più innamorato della sala che il repertorio non è infinito.
Alla fine, il suo profilo più vero è proprio questo. Doll Defenders non è il gioco da consigliare a chi cerca un’evoluzione importante del genere o una struttura capace di arricchirsi davvero col passare delle ore. È invece un titolo di nicchia che lavora su una fantasia molto precisa, la serve con cura, la veste con gusto e le costruisce attorno un action essenziale ma accessibile. In quella nicchia il bersaglio lo centra. Fuori da lì, si vedono soprattutto i limiti di una formula più spiritosa che robusta. Ma bisogna ammetterlo: anche così, ha comunque il buon gusto di non essere mai noioso da guardare.
















