C’è un tipo di avventura che oggi sembra quasi impossibile da replicare: quella in cui il mondo è grande, pericoloso e un po’ assurdo, eppure basta una frusta, un boomerang o una spada per sentirsi al centro di un racconto più vasto, sospeso tra pulp, occulto e immaginario anime. Earnest Evans Collection, sviluppata da Wolf Team e pubblicata da Limited Run Games su PlayStation 5, PlayStation 4, Nintendo Switch e PC, non è il classico porting “singolo” ripulito e rimesso in vetrina, ma una piccola antologia che riunisce tre titoli legati dallo stesso universo narrativo e da una comune ambizione autoriale: El Viento, Earnest Evans e Annet Returns. Nati tra Mega Drive e Sega CD, questi giochi portano con sé tutto il fascino irregolare dei primi anni Novanta: cutscene d’impronta cinematografica, direzione artistica sorprendentemente curata, colonna sonora di peso e, soprattutto, quella sensazione di “esperimento” tipica di un’epoca in cui anche l’action più diretto poteva permettersi deviazioni bizzarre e scelte spigolose. A impreziosire il pacchetto ci pensano inoltre i filmati animati di Earnest Evans e Annet Returns, realizzati dai creativi di MADHOUSE, e le musiche firmate da Motoi Sakuraba, nome che avrebbe lasciato un’impronta profonda su molta cultura JRPG e non solo. È una raccolta che non chiede indulgenza, perché i suoi limiti restano visibili e talvolta rumorosi: pretende piuttosto uno sguardo critico, capace di separare la forza delle idee dalla loro realizzazione, e di apprezzare il valore storico di opere che non sono sempre comode, ma sanno ancora farsi ricordare.
Tre identità, un universo: pulp, occulto e mutazioni di genere
Il primo merito della raccolta è mostrare come, in appena tre giochi, lo stesso universo narrativo possa cambiare pelle senza perdere del tutto la propria impronta. El Viento è un action a scorrimento che procede con disciplina arcade: livelli compatti, ritmo serrato, nemici insistenti e una protagonista che alterna colpi diretti e magia, in un equilibrio semplice ma funzionale. Il design non rivoluziona il genere, eppure ha una pulizia che lo rende leggibile anche oggi, soprattutto quando si entra nel flusso e si accetta la sua durezza, figlia di un’epoca in cui la difficoltà era parte dell’identità.
Il capitolo omonimo, Earnest Evans, è invece l’episodio più problematico e, paradossalmente, quello più “mitizzato”. L’idea dell’avventuriero alla ricerca del proibito, tra gangster e suggestioni lovecraftiane, resta potente; il gioco, però, è segnato da una fisicità sgraziata, da collisioni spesso incerte e da un senso di controllo che alterna momenti accettabili a passaggi frustranti. È qui che la raccolta fa un favore al giocatore moderno: non nasconde le asperità, ma offre strumenti per attraversarle senza trasformare ogni errore in una condanna.
La chiusura con Annet Returns sposta ancora l’asse, virando verso un beat ’em up più tradizionale, con una costruzione che cerca immediatezza e spettacolo. Non tutto funziona: il feeling dei colpi è meno incisivo di quanto la premessa suggerisca e l’immaginario “sentai” di alcuni nemici spezza l’atmosfera costruita prima. Eppure, proprio questa irregolarità racconta qualcosa di prezioso: l’idea di un team che sperimenta, inciampa, cambia direzione, e lascia tracce riconoscibili del proprio gusto visivo.
La raccolta come restauro: extra, filtri e qualità della conversione
Il lavoro di confezionamento è la vera colonna portante di Earnest Evans Collection. Non si tratta soltanto di mettere tre ROM in un menu, ma di costruire un contesto: manuali scansionati, illustrazioni, bozzetti e materiali d’archivio diventano un secondo gioco, fatto di carta e matita, che restituisce l’estetica di un’industria ancora innamorata dell’anime e dell’illustrazione promozionale. È un patrimonio che vale quasi quanto i titoli stessi, perché illumina ciò che spesso i limiti tecnici dell’epoca non riuscivano a esprimere pienamente.
Sul piano pratico, il pacchetto introduce comfort moderni come salvataggio rapido e riavvolgimento, elementi che non banalizzano l’esperienza ma la rendono percorribile. In El Viento e Annet Returns servono a limare l’attrito; in Earnest Evans diventano quasi indispensabili per evitare che un sistema di controllo incostante rovini il piacere della scoperta. Anche i filtri video, pur non essendo determinanti, contribuiscono a dare coerenza alla fruizione, trasformando l’operazione in un piccolo restauro domestico.
Tecnicamente, su PlayStation 5 l’emulazione appare stabile, con un’immagine pulita e una risposta ai comandi fedele ai limiti originali. Non è una remaster che “corregge” i giochi: è una cornice che li preserva e li rende accessibili, senza tradire il loro carattere. E in questo, la raccolta è onesta: non promette un capolavoro ritrovato, ma un frammento di storia, con le sue crepe.
Fascino e attrito: a chi parla davvero questa trilogia
Il valore di Earnest Evans Collection sta nel suo essere, contemporaneamente, un oggetto di curiosità e un banco di prova per la pazienza. Chi cerca un action moderno, rifinito e “giusto”, rischia di inciampare in tempi morti, hitbox arcigne e difficoltà punitiva. Chi invece ama il retrogaming come linguaggio, e non solo come nostalgia, troverà una trilogia che racconta un momento preciso: quando l’azione a scorrimento era ancora un territorio di sperimentazione, e l’immaginario anime poteva convivere con pulp, occulto e criminalità da romanzo d’appendice.
C’è anche un aspetto più sottile, quasi emotivo: osservare Wolf Team prima che il suo nome si leghi ad altre strade significa cogliere un laboratorio, non un prodotto finito. Ed è in questo laboratorio che la raccolta diventa interessante: non perché ogni gioco sia grande, ma perché insieme compongono un ritratto. Un ritratto imperfetto, a tratti irritante, spesso affascinante, e proprio per questo difficile da dimenticare.
















