Farlands parte da un’idea immobiliare che farebbe impallidire qualunque agente: comprare un intero pianeta perché costa meno di un monolocale, salvo scoprire che il prezzo comprende erbacce aliene, impianti fuori uso e una nave con più acciacchi del proprietario. Sviluppato da JanduSoft ed Eric Rodríguez e pubblicato da JanduSoft, il gioco mescola simulazione agricola, esplorazione e vita di comunità in un sistema solare dimenticato. Lo abbiamo provato su PlayStation 5; è disponibile anche su PlayStation 4, Xbox Series X|S, Nintendo Switch e PC tramite Steam. L’ambientazione spaziale cambia il paesaggio, non il piacere molto terrestre di rimettere ordine dove per anni nessuno ha mosso una zappa.
Il richiamo a Stardew Valley è inevitabile e il gioco non perde tempo a nasconderlo: giornate scandite dall’energia, campi da liberare, semi da piantare, materiali da accumulare e abitanti da conoscere. La trovata migliore consiste nel trasformare la fattoria in una base operativa, collegata ad altri pianeti da visitare con una vecchia astronave. Coltivazione e viaggio finiscono così per sostenersi a vicenda, almeno quando la progressione concede abbastanza libertà. Le prime ore, più trattenute, chiedono invece pazienza e una certa predisposizione alla manutenzione ordinaria: prima di sentirsi pionieri galattici bisogna dimostrare di saper distinguere una risorsa utile dall’ennesimo cespuglio da falciare.
Il mutuo cosmico non era incluso
La routine agricola conserva una semplicità accogliente. Ripulire il terreno, preparare le parcelle, irrigare e raccogliere produce quella soddisfazione minuta su cui il genere ha costruito interi calendari virtuali. Farlands non sommerge di sistemi e permette di capire rapidamente priorità, costi e tempi, con attrezzi che diventano più efficienti e strutture che ampliano poco alla volta le possibilità della proprietà. Il rovescio della medaglia è una fase iniziale fin troppo prudente: alcune operazioni vengono ripetute più del necessario prima che il gioco mostri la propria carta migliore. Quando il raccolto serve a finanziare il prossimo miglioramento, la sensazione di progresso regge; quando occorre accumulare un ingrediente specifico, il ritmo si siede e guarda l’orologio.
L’interfaccia mantiene quasi sempre le informazioni sotto controllo, anche se inventario e gestione degli oggetti possono richiedere più passaggi di quanto sarebbe auspicabile. Su PlayStation 5 il pad risponde bene e le azioni principali diventano presto automatiche, ma la selezione di strumenti, materiali e caselle non raggiunge sempre la naturalezza dei migliori esponenti del genere. Sono piccoli attriti, più fastidiosi durante le giornate affollate, quando si tenta di irrigare, raccogliere, costruire e partire prima che il tempo chiuda la saracinesca cosmica. La struttura resta accessibile e raramente punitiva, tuttavia avrebbe beneficiato di qualche scorciatoia in più e di una distribuzione meno avara delle risorse richieste dagli snodi principali.
Una giornata dura ventiquattro ore anche nello spazio
La riparazione dell’astronave amplia davvero l’orizzonte. I pianeti vicini offrono biomi, materiali e piccoli obiettivi differenti, mentre il carburante e il tempo necessario agli spostamenti obbligano a programmare le escursioni. L’idea funziona perché l’esplorazione non vive in una stanza separata: ciò che si raccoglie lontano da casa alimenta attrezzi, edifici e potenziamenti, creando un circuito coerente tra partenza e ritorno. Non tutte le destinazioni possiedono la stessa densità e alcune visite si riducono a spedizioni di approvvigionamento, eppure la possibilità di cambiare cielo evita alla fattoria di diventare una prigione decorata con pomodori fluorescenti. Il viaggio restituisce respiro proprio quando la routine comincia a farsi prevedibile.
La progressione alterna quindi due velocità. Da una parte c’è il piacere del miglioramento visibile, con sentieri che riemergono, strutture riparate e strumenti capaci di abbreviare il lavoro; dall’altra permangono attese e richieste di materiali che sembrano progettate per allungare il calendario. Farlands dà il meglio quando propone più obiettivi in parallelo e lascia decidere se dedicarsi ai campi, alla raccolta o a una visita fuori pianeta. Perde brillantezza quando una singola risorsa blocca l’avanzamento e costringe a ripetere lo stesso tragitto. L’equilibrio complessivo resta gradevole, ma la promessa di un sistema solare da recuperare avrebbe meritato una varietà più marcata nelle attività, non soltanto scenari diversi per esigenze spesso simili.
Vicini di casa a distanza orbitale
La comunità è piccola, coerente con un angolo di galassia che ha visto tempi migliori, e proprio questa scarsità conferisce ai personaggi una presenza riconoscibile. Conversazioni, favori e incontri ricompongono gradualmente le ragioni che hanno spinto ciascuno a restare, mentre il mistero legato al declino del sistema aggiunge una direzione alle giornate. La scrittura preferisce toni quieti e qualche nota ironica, senza trasformare ogni abitante in una macchietta da regalo settimanale. Il rapporto con i residenti non possiede sempre lo sviluppo o la sorpresa necessari a renderli memorabili, ma contribuisce a far percepire i pianeti come luoghi abitati e non come distributori automatici di minerali. Persino il droide assistente, presenza modesta ma simpatica, aiuta a rendere meno solitario l’avvio della nuova vita.
La pixel art sfrutta colori netti e cieli molto diversi per distinguere mondi che, sul piano delle attività, tendono talvolta ad assomigliarsi. Vegetazione, edifici e piccoli movimenti ambientali costruiscono un quadro gradevole, sostenuto da musiche discrete che accompagnano senza occupare la scena. La versione PlayStation 5 si è mostrata stabile e rapida nei caricamenti, pur senza esibire vantaggi tecnici capaci di cambiare sensibilmente l’esperienza rispetto alle altre piattaforme. Mancano i sottotitoli italiani, un aspetto da tenere presente soprattutto per chi ha poca familiarità con l’inglese, sebbene dialoghi, incarichi e indicazioni restino generalmente semplici da seguire.
Nel bilancio finale, Farlands trova una buona identità nel collegare il lavoro agricolo alla mobilità interplanetaria, un’idea abbastanza forte da distinguere una formula altrimenti molto familiare. La routine resta rilassante, l’avanzamento offre ricompense visibili e il passaggio da un pianeta all’altro introduce quella pausa d’aria che molte simulazioni agricole cercano senza trovarla. Restano una fase iniziale lenta, qualche richiesta di materiali eccessivamente insistita, interazioni sociali non sempre profonde e una varietà di compiti inferiore alla varietà dei fondali. È consigliato soprattutto a chi ama costruire abitudini, organizzare giornate e vedere un luogo cambiare centimetro dopo centimetro; chi cerca esplorazione spaziale libera o sistemi gestionali complessi potrebbe sentirsi proprietario di un pianeta, sì, ma con un contratto pieno di clausole scritte in piccolo.
















