Forensic – M.E. Protocol entra nella scena del crimine dalla porta meno rumorosa: niente inseguimenti, niente sparatorie, niente detective geniali che piegano la realtà con un’intuizione teatrale. Sviluppato da K148 Game Studio e pubblicato da Jandusoft, il titolo propone un simulatore investigativo costruito attorno a nove casi indipendenti, disponibile su PlayStation 5, Xbox Series X|S, Nintendo Switch e PC tramite Steam, con questa recensione basata sulla versione PlayStation 5. La sua identità è chiara sin dai primi minuti: si osserva, si ispeziona, si ricostruisce, si procede con gli strumenti della medicina legale e con una pazienza che il gioco considera parte integrante dell’esperienza.
Il ruolo assegnato è quello di un medico legale chiamato a intervenire su delitti, rapimenti, crimini passionali e vicende più ramificate, dove ogni luogo conserva tracce minute e spesso decisive. Forensic – M.E. Protocol preferisce il passo ragionato alla tensione artificiale. Le scene non vengono trasformate in luna park dell’orrore, e questa scelta paga soprattutto quando il gioco lascia che un dettaglio ambientale, un residuo chimico o una traiettoria plausibile parlino più di una lunga spiegazione. La promessa è quella di catturare i colpevoli con la scienza, e il titolo la prende sul serio, anche quando il suo impianto interattivo mostra qualche rigidità di troppo.
Il piacere sporco della procedura
La parte più riuscita dell’esperienza sta nel modo in cui l’indagine viene spezzata in gesti semplici, ripetuti e progressivamente più significativi. Si entra in un ambiente, si analizzano superfici, si raccolgono campioni, si fotografa ciò che sembra utile, si torna sui propri passi quando un elemento appena scoperto cambia il senso di quanto osservato in precedenza. La struttura dei casi evita la complessità labirintica fine a sé stessa e preferisce costruire un rapporto abbastanza credibile tra luogo, prova e deduzione.
Gli strumenti avanzati danno carattere al ritmo. Il drone consente di raggiungere visuali altrimenti impossibili, mentre i robot da terra permettono di entrare in condotti, spazi angusti e zone inaccessibili al personaggio. L’analisi chimica completa il quadro con campioni di sangue, fibre, tossine e residui che spostano il baricentro delle ipotesi. Il merito del gioco è trasformare questi elementi in passaggi integrati, non in accessori da usare perché il tutorial lo pretende. Quando una traccia apparentemente secondaria ribalta la lettura di un caso, il sistema produce una soddisfazione asciutta, quasi burocratica, ma proprio per questo efficace.
Il passo lento non equivale però a inerzia. L’assenza di timer e di fallimenti improvvisi permette di studiare ogni stanza con calma, senza quella pressione che spesso nei titoli investigativi diventa un espediente per mascherare enigmi poveri. Qui la tensione nasce dal sospetto, dalla sensazione che un oggetto fuori posto abbia un peso specifico, dalla necessità di separare il dato utile dalla decorazione scenica. Il rischio, in alcuni momenti, è che la ricerca dell’ultimo indizio si trasformi in una caccia al pixel mascherata da metodo scientifico. Alcuni oggetti si fondono troppo con lo sfondo, alcune interazioni richiedono un ordine preciso, e il gioco pretende talvolta una sequenza logica più rigida di quanto la scena suggerisca.
Nove fascicoli e qualche impronta già vista
La scelta antologica funziona perché impedisce alla formula di consumarsi troppo rapidamente. Ogni caso possiede un proprio scenario, un taglio narrativo riconoscibile e una curva investigativa autonoma. Vicoli umidi, appartamenti ordinari, strade suburbane e spazi più chiusi vengono usati come piccoli teatri della conseguenza: non interessa tanto assistere al delitto, quanto leggerne l’ombra dopo che tutto è già accaduto. In questo senso Forensic – M.E. Protocol intercetta bene il fascino delle serie procedurali, depurandolo da molti eccessi televisivi.
La scrittura dà il meglio quando lavora per sottrazione. I casi più convincenti non gridano il colpo di scena, lo preparano con indizi parziali e piccole contraddizioni. Un alibi troppo pulito, una posizione del corpo incoerente, un residuo nel posto sbagliato: il gioco sa usare questi segnali per rendere gratificante il momento in cui il quadro generale trova una sua forma. La maturità dei temi, tra passioni distruttive, sequestri e complotti, concede alla raccolta un tono cupo senza scivolare di continuo nel sensazionalismo.
Resta una certa dipendenza da archetipi noti del thriller investigativo. Chi ha una frequentazione abituale con gialli, crime drama e fiction procedurali riconoscerà alcune traiettorie prima che il gioco le formalizzi. Alcuni personaggi di contorno servono più alla funzione narrativa che alla costruzione di un mondo umano davvero sfaccettato, e in certe svolte si avverte il desiderio di sorprendere anche quando la soluzione più interessante sarebbe stata una maggiore sobrietà. Il risultato resta solido, perché i casi reggono soprattutto come architetture deduttive, ma la scrittura non sempre raggiunge la stessa precisione della componente forense.
Anche il dialogo mostra oscillazioni. Alcuni scambi hanno la secchezza professionale giusta, altri diventano più rigidi, specialmente quando devono sostenere una tensione emotiva elevata. L’interpretazione vocale accompagna questa discontinuità: corretta nel complesso, meno persuasiva nei momenti in cui servirebbero sfumature più fini. Il gioco conserva comunque una qualità rara, cioè la capacità di far percepire il delitto come un fatto umano prima ancora che come un rompicapo.
Una scena fredda, leggibile, imperfetta
Sul piano visivo Forensic – M.E. Protocol lavora con risorse misurate e una direzione abbastanza coerente. Gli ambienti sono più importanti dei personaggi, e si vede. Cucine segnate da una quotidianità interrotta, corridoi con luci malate, laboratori sterili e strade semideserte costruiscono una temperatura emotiva precisa. La scena del crimine appare vissuta prima dell’arrivo del giocatore, dettaglio tutt’altro che secondario in un titolo che vive di osservazione ambientale.
La direzione artistica punta su un realismo funzionale, non sull’impatto spettacolare. Funziona soprattutto quando la luce organizza lo sguardo, guidando senza dichiararlo verso superfici, impronte, macchie o oggetti fuori posto. Meno efficaci risultano i modelli dei personaggi, che nelle conversazioni ravvicinate possono apparire rigidi, con animazioni facciali poco capaci di restituire turbamento, menzogna o esitazione. È un limite visibile, ma non rovinoso, perché il centro dell’esperienza rimane l’ambiente investigabile.
La versione PlayStation 5 offre una resa stabile, con caricamenti rapidi, controlli reattivi e navigazione generalmente pulita tra le aree. La produzione non mette alla prova l’hardware, però la continuità tecnica conta parecchio in un gioco dove ogni attrito superfluo rischia di disturbare la concentrazione. L’interfaccia svolge il proprio compito con chiarezza, pur senza raggiungere sempre l’eleganza che un simulatore basato su campioni, ricostruzioni e strumenti analitici avrebbe potuto cercare con maggiore convinzione.
Il comparto sonoro completa bene l’atmosfera. Il silenzio, i ronzii elettrici, la pioggia sui vetri e i rumori minimi delle stanze vuote diventano parte dell’indagine, perché suggeriscono una tensione trattenuta invece di imporla. La musica resta discreta, malinconica, più interessata a sostenere il peso dei luoghi che a manipolare la reazione emotiva. Forensic – M.E. Protocol costruisce così un’identità precisa: un investigativo lento, a tratti spigoloso, più intelligente nella gestione della procedura che nella rappresentazione dei volti, capace di premiare chi accetta la calma come strumento critico e non come semplice assenza di ritmo.
















