From the Bunker comincia come cominciano certe grandi imprese della fine del mondo: con un’accetta in mano, un bunker che cade a pezzi e la sensazione che l’interior design dell’apocalisse sia stato affidato a un comitato di persone molto arrabbiate con le porte. Il protagonista si ritrova intrappolato in un dedalo sotterraneo di stanze, ferraglia, mobili, barriere e passaggi otturati, dove la speranza di una fuga passa attraverso una pratica antica e nobile: spaccare cose finché il problema non cambia forma. Sviluppato e pubblicato da Upscale Studio, From the Bunker è disponibile su PlayStation 5, PlayStation 4, Nintendo Switch 2, Nintendo Switch e Xbox Series X|S; la versione provata è quella PlayStation 5. La sua natura è chiarissima fin dal primo sguardo: un survival puzzle con visuale dall’alto, costruito attorno a esplorazione, raccolta di materiali, distruzione ambientale e progressione tramite potenziamento dell’attrezzo da lavoro più importante del dopobomba, cioè l’ascia.
Il gioco non rincorre la grande epopea post-apocalittica, e francamente gli va dato atto di conoscere i propri mezzi. Niente cavalcate radioattive, niente filosofie sulla rovina della civiltà, niente eroi da manifesto con il cappotto lungo che fissano l’orizzonte. Qui si sopravvive in maniera più concreta e più ridicola: si tagliano casse, si rompono armadietti, si smontano tavoli, si raccolgono legno, metallo, tessuti, ingranaggi e qualsiasi altro materiale il bunker decida di sputare fuori dopo una buona accettata. A ogni passo si percepisce anche un altro elemento piuttosto evidente: From the Bunker tradisce le sue origini da mobile con una certa onestà, sia nella semplicità immediata del loop sia nella leggibilità molto diretta dei sistemi. Questo non è necessariamente un male, ma è un dato che accompagna tutta l’esperienza.
L’apocalisse, ridotta a questione di falegnameria
Il cuore del gioco è semplice e funziona proprio perché non cerca di fingere una complessità che non possiede. Si entra in una nuova area, si osserva cosa può essere distrutto, si raccolgono materiali, si migliorano gli strumenti, si sbloccano nuovi livelli di interazione e si procede verso stanze prima inaccessibili. È un impianto che ricorda certi titoli nati per sedurre con la ripetizione produttiva più che con la sorpresa pura, e infatti il piacere che From the Bunker offre è quasi interamente legato alla progressione materiale. Prima non si poteva rompere quel mobile, poi sì. Prima quella porta guardava il giocatore con superiorità, poi viene ridotta a segatura. Prima quel corridoio sembrava la fine della strada, poi si apre un nuovo passaggio e il bunker concede altri problemi da risolvere.
Questo sistema ha una presa abbastanza efficace, soprattutto nelle prime ore, perché restituisce una soddisfazione concreta e molto leggibile. La visuale dall’alto aiuta: si ha sempre la sensazione di tenere il bunker sotto controllo almeno quel tanto che basta a pianificare il prossimo scempio edilizio. Gli oggetti luminosi, le stanze segrete, le scorciatoie e i potenziamenti fanno il resto, trasformando l’avanzata in una forma di archeologia aggressiva. Non si esplora un luogo per comprenderlo, ma per smontarlo progressivamente e capire quale combinazione di materiali, strumenti e testardaggine permetta di violarlo. È un’idea elementare, eppure riesce a creare quella sindrome da “ancora una stanza e poi smetto” che nei giochi di questa famiglia conta più di molte nobili ambizioni narrative.
Umorismo involontario, mobile nelle ossa
C’è poi un aspetto che merita di essere detto con chiarezza: la grafica di From the Bunker, con la sua impostazione semplice, colorata e un po’ caricaturale, lavora spesso più sul grottesco leggero che sulla vera oppressione. Anche quando il gioco parla di sopravvivenza, pericolo e urgenza, il colpo d’occhio resta quello di un mondo post-apocalittico visto attraverso una lente quasi da giocattolo malconcio. Questo tono visivo, per certi versi, lo rende anche più simpatico di quanto la premessa faccia immaginare. Però contribuisce pure a tradire senza troppe maschere la sua origine mobile: menù, progressione, struttura delle stanze, leggibilità degli oggetti, economia dei materiali, tutto suggerisce un design nato per sessioni rapide e per una gratificazione immediata, poi trasportato su console con relativa dignità ma senza una vera metamorfosi.
Qui sta uno dei nodi più importanti della recensione. Perché se da un lato questa chiarezza “da mobile” aiuta il gioco a risultare subito comprensibile, dall’altro gli impedisce spesso di acquistare davvero profondità. Le meccaniche sono intuitive, ma raramente sorprendenti. La progressione è chiara, ma piuttosto meccanica. I sistemi tengono in piedi il viaggio, ma difficilmente lo elevano oltre il livello di passatempo robusto. Anche l’umorismo che nasce dal vedere il personaggio abbattere letti, sedie, frigoriferi e mezza infrastruttura del bunker con la perseveranza di un traslocatore mistico finisce per diventare parte del fascino dell’opera. Solo che è un fascino che diverte più per la sua ostinazione che per una reale raffinatezza.
Quando la ripetizione diventa arredamento
Il limite più evidente emerge nel medio periodo. Una volta capito il ritmo — raccogli, rompi, crafta, migliora, apri, avanza — il gioco fatica a reinventare davvero le proprie situazioni. Le stanze cambiano, le soglie richieste per abbattere nuovi elementi aumentano, entrano in scena materiali diversi e altre richieste, ma la sostanza dell’azione resta molto simile a sé stessa. Il bunker diventa così una grande tabella di marcia dell’usura: cosa posso rompere adesso, cosa potrò rompere tra dieci minuti, quale materiale mi manca, quale conversione devo avviare. È una forma di coinvolgimento legittima, ma anche una che rischia di consumarsi se non si entra subito in sintonia con il suo carattere quasi compulsivo.
Anche la leggibilità di alcuni materiali o di certe necessità di crafting non è sempre irreprensibile. In più di un momento si avverte quella lieve confusione da interfaccia e da logica interna che nei giochi mobile si perdona più facilmente perché fanno parte di un consumo rapido, mentre su console si nota di più. Nulla di drammatico, ma abbastanza da spezzare il flusso e spostare l’esperienza dal rompicapo al piccolo attrito amministrativo. In questo senso From the Bunker resta un titolo più insistente che elegante, più caparbio che raffinato.
Su PlayStation 5 il gioco fa comunque il suo dovere con una certa stabilità, e sarebbe ingiusto negargli un merito fondamentale: sa intrattenere proprio grazie alla concretezza del suo loop. Non c’è grandezza, non c’è ambizione autoriale fuori scala, non c’è una vera reinvenzione del survival puzzle. C’è però una struttura abbastanza solida da trascinare il giocatore per un buon tratto, soprattutto se si è inclini a quel piacere molto specifico che nasce dal ripulire mappe, sbloccare livelli d’interazione e smantellare sistematicamente il mobilio di una catastrofe planetaria. In definitiva, From the Bunker assomiglia a quei prodotti che non diventano mai memorabili, ma riescono a restare sorprendentemente attaccati alle mani proprio perché sanno quanto sia difficile resistere alla promessa di un’altra porta finalmente pronta a cedere.




