Certi videogiochi degli anni Ottanta avevano un talento molto speciale: spiegavano tutto in tre secondi, poi pretendevano che il giocatore sopravvivesse come se avesse frequentato un’accademia militare per robot trasformabili. FZ: Formation Z, sviluppato da City Connection e pubblicato da Clear River Games, arriva su PlayStation 5, Xbox Series X|S, Nintendo Switch 2 e PC tramite Steam; la versione provata è quella PlayStation 5. Il gioco riprende lo storico sparatutto arcade di Jaleco e lo ricostruisce per le piattaforme moderne, mantenendo l’idea centrale del passaggio istantaneo tra Forma Robot e Forma Volo. In pratica, si pilota l’Ixpel attraversando cinque missioni estese, alternando combattimenti terrestri, sezioni aeree, boss massicci, percorsi aperti, potenziamenti, personalizzazione e Score Attack. Una premessa semplice, certo, ma non ingenua: quando un mezzo può camminare, sparare, colpire da vicino e trasformarsi in caccia, il vero problema non è capire cosa faccia. È capire quando farlo, possibilmente prima che lo schermo diventi una dichiarazione di fallimento balistico.
Il ritorno di Formation Z ha senso perché parte da un’idea arcade ancora leggibile. Molti revival si limitano a lucidare un nome, confidando che la nostalgia faccia il resto come un parente generoso alle feste comandate. FZ: Formation Z prova invece a lavorare sulla struttura: mantiene il fascino immediato dell’originale, ma amplia movimento, armi, progressione e contenuti collaterali. Non cerca di trasformare il classico Jaleco in un kolossal narrativo, scelta saggia e igienica, perché il cuore resta quello dello shooter a scorrimento orizzontale. La differenza sta nel respiro più ampio delle missioni, nella maggiore verticalità e in una gestione della trasformazione che diventa il vero metro della bravura del giocatore.
Il robot cammina, il caccia scappa, il pilota deve ragionare
La trasformazione è la ragione per cui il gioco funziona. Passare dalla Forma Robot alla Forma Volo non serve solo a cambiare silhouette o a soddisfare quella parte del cervello cresciuta con giocattoli trasformabili e sigle sparate a volume pericoloso. Le due configurazioni hanno ruoli distinti: a terra l’Ixpel controlla meglio gli spazi, può gestire scontri più misurati, sfruttare colpi ravvicinati e mantenere una precisione maggiore; in volo guadagna velocità, accesso a traiettorie elevate e capacità di attraversare segmenti più ampi dello scenario. Il gioco chiede continuamente di alternare le due forme, non per moda, ma per necessità.
Il limite energetico della Forma Volo aggiunge il dettaglio decisivo. Restare in aria troppo a lungo significa esporsi al momento sbagliato, rimanere a terra quando bisognerebbe salire equivale a presentarsi a un esame di aeronautica con gli stivali di cemento. FZ: Formation Z costruisce buona parte della tensione su questo calcolo: quando trasformarsi, quanto consumare, dove atterrare, quale rotta seguire, quale nemico affrontare da vicino e quale aggirare con maggiore prudenza. Nei momenti migliori, la meccanica restituisce una bella sensazione di controllo dinamico, quasi una danza meccanica tra due nature che non devono alternarsi a caso, ma completarsi.
La risposta ai comandi su PlayStation 5 è solida e abbastanza precisa da sostenere questa impostazione. La trasformazione avviene con naturalezza, il ritmo degli scontri resta chiaro e l’Ixpel comunica bene la differenza tra movimento terrestre e spinta aerea. Alcuni passaggi chiedono una lettura rapida dello spazio, soprattutto quando nemici, ostacoli e proiettili iniziano a comprimere il margine di manovra. Qui emerge l’anima arcade del progetto: FZ: Formation Z vuole essere padroneggiato, non semplicemente attraversato. Lo dice con garbo relativo, come un istruttore che sorride mentre aumenta la velocità del tapis roulant.
Cinque missioni, molti rottami e qualche curva troppo lunga
La campagna si articola in cinque missioni estese, una scelta che sulla carta può sembrare ridotta, ma che viene compensata da livelli più ampi, percorsi alternativi e una maggiore stratificazione rispetto a uno sparatutto arcade tradizionale. Il gioco spinge a esplorare, trovare traiettorie, gestire la verticalità e imparare la disposizione degli scontri. Non si limita a infilare ondate nemiche in linea retta: alterna tratti più aperti, sezioni di pressione, boss, variazioni di ritmo e momenti pensati per sfruttare la doppia natura dell’Ixpel. Quando tutto si incastra, la missione dà la sensazione di essere un piccolo teatro bellico in movimento, non un corridoio con esplosioni decorative.
Questa maggiore ampiezza porta però con sé un rischio evidente. Alcuni segmenti durano più del necessario e ripropongono pattern o tipologie di scontro che avrebbero beneficiato di una potatura più severa. L’arcade classico viveva anche di sintesi brutale: poco tempo, poche esitazioni, un’idea forte e subito il conto da pagare. FZ: Formation Z espande quella formula, ma non sempre controlla con la stessa precisione la densità delle sue missioni. In certe fasi la progressione mantiene energia; in altre sembra allungare il decollo prima del prossimo momento davvero memorabile.
La difficoltà resta arcigna. Il gioco non nasconde la propria eredità e propone una sfida che può diventare severa, soprattutto quando la disposizione dei nemici, gli ostacoli ambientali e la gestione dell’energia si sommano. Alcune morti hanno il sapore giusto della lezione imparata: si capisce l’errore, si riparte, si corregge. Altre scivolano più vicino al territorio del tentativo obbligato, con formazioni nemiche e passaggi che sembrano voler sorprendere prima ancora che mettere alla prova. È il classico confine tra scuola arcade e pedagogia del ceffone. FZ: Formation Z lo attraversa più di una volta, senza mai perdere del tutto la bussola, ma ricordando spesso che il passato non era sempre gentile. Era affascinante, sì, ma anche discretamente antipatico.
La fabbrica dell’Ixpel e il piacere della ripartenza
La personalizzazione dà al gioco una struttura moderna più robusta. I Punti FZ ottenuti nelle missioni permettono di sbloccare nuove unità Ixpel, potenziamenti, varianti estetiche, colori, adesivi e moduli equipaggiabili in quattro slot. È una scelta importante, perché trasforma la ripetizione in investimento. Tornare in missione non significa soltanto migliorare il proprio punteggio o memorizzare meglio un passaggio, ma anche costruire una macchina più vicina al proprio stile. Si può cercare equilibrio, spingere sulla mobilità, rafforzare l’attacco, migliorare l’efficienza energetica o compensare una debolezza evidente. In altre parole: si può finalmente smettere di dare tutta la colpa al robot e cominciare a prendersela con le proprie decisioni di build.
La Modalità Score Attack rafforza questa vocazione. Una volta completata una missione, rigiocarla con l’Ixpel personalizzato diventa un esercizio di pulizia, memoria e ottimizzazione. I migliori sparatutto arcade vivono di ritorni successivi, di traiettorie rifinite, di punteggi limati e di piccoli orgogli numerici. FZ: Formation Z capisce questa logica e la sostiene con archivi, Registro di Guerra, dati dei nemici e galleria sbloccabile. Sono contenuti che non cambiano la natura dell’esperienza, ma ne ampliano la permanenza. Chi ama completare, studiare e ripulire ogni voce troverà motivi concreti per restare oltre la campagna.
Sul piano audiovisivo, il lavoro di ricostruzione è convincente. La nuova veste modernizza l’immaginario robotico e fantascientifico senza cancellare del tutto il sapore arcade di partenza. Le esplosioni hanno buon impatto, le trasformazioni funzionano bene a schermo e i nemici conservano quella personalità da fantascienza meccanica un po’ ingenua e molto diretta che appartiene al materiale originale. Non tutto ha lo stesso livello di dettaglio, e alcune ambientazioni appaiono meno ricche se osservate fuori dal ritmo dell’azione, ma durante il movimento il colpo d’occhio regge. La colonna sonora spinge con energia, aiutando a tenere alta l’intensità anche nei tratti più punitivi.
Il pregio maggiore di FZ: Formation Z è non avere paura della propria identità. È un revival che capisce il valore della trasformazione, la espande e la usa come principio di design, non come citazione da museo. Allo stesso tempo, conserva alcune spigolosità che limiteranno il pubblico: difficoltà severa, checkpoint e passaggi punitivi, missioni talvolta più lunghe del necessario e una certa dipendenza dalla ripetizione. Chi cerca uno shooter moderno pienamente morbido e accomodante potrebbe trovare l’esperienza più aspra del previsto. Chi invece apprezza l’idea di studiare un livello, migliorare il proprio mezzo, rigiocare per fare meglio e domare un sistema trasformabile con pazienza quasi modellistica, troverà un ritorno più sostanzioso della semplice operazione nostalgia.
















