Il televisore era acceso da ore, ma nessuno lo guardava davvero. I canali scorrevano come sogni infranti di una generazione cresciuta a colpi di sitcom, pubblicità e spot di wrestling. Poi, un ronzio. Lo schermo lampeggia. Dal nulla, un rettile occhialuto e sgargiante emerge dallo statico, scagliandosi fuori dal tubo catodico con una battuta tagliente e una scia di riferimenti a cultura pop e cinema di serie B. Gex è tornato. Su PlayStation 5, Xbox Series X|S, Nintendo Switch, PC, Gex Trilogy riporta sotto i riflettori l’animale più verboso del panorama videoludico anni ’90, con una raccolta che alterna spirito d’epoca e accorgimenti moderni, tra 2D, 3D e nostalgie non sempre lucidate.
La trilogia di un’epoca analogica
Non si può affrontare Gex Trilogy senza comprendere cosa rappresentasse il personaggio per il suo tempo. Il primo Gex, a metà tra l’action platform classico e l’ironia da canale via cavo, nasce nel 1995 come titolo di punta per il 3DO, per poi approdare su altre piattaforme. È un gioco in 2D costruito su un level design verticale, dove il protagonista scala ambienti televisivi a suon di salti precisi e frasi taglienti, muovendosi tra templi horror, mondi cartoon e dimensioni digitali, con una padronanza dei comandi che ancora oggi sorprende per fluidità.
I due capitoli successivi, Gex: Enter the Gecko e Gex 3: Deep Cover Gecko, abbracciano la terza dimensione con risultati misti. Il level design diventa più aperto, mission-based, con obiettivi da completare in ogni scenario a tema, da astronavi a manieri infestati. La varietà è il cuore pulsante della raccolta, anche se il passaggio al 3D rivela oggi tutti i limiti dell’epoca: telecamere incerte, animazioni grezze, collisioni non sempre impeccabili. Eppure, persiste un fascino bizzarro, alimentato da uno humor fuori dal tempo e da una creatività che oggi si affida più al ricordo che alla struttura.
Pixel rimasterizzati e controlli svecchiati
Il lavoro di Limited Run attraverso il Carbon Engine punta a restituire la trilogia con cura, senza tradire l’identità originale. I giochi sono ora widescreen, con risoluzione migliorata, supporto al controllo analogico e funzioni quality of life come salvataggio rapido, rewind e filtri visivi opzionali, che emulano televisori CRT o aggiungono cornici d’epoca. La fluidità su PlayStation 5 è garantita, anche se i caricamenti tra le aree e alcune transizioni lasciano intendere la natura emulata della proposta.
Accanto al gameplay, la raccolta si distingue per la mole di contenuti extra. Le tracce audio originali, i bozzetti di sviluppo, gli spot pubblicitari e un’intervista inedita con Dana Gould, la voce americana di Gex, rafforzano la componente museale dell’operazione. Un archivio che celebra tanto l’icona quanto il suo tempo, più pensato per chi c’era che per chi scopre ora il geco parlante. È proprio qui che Gex Trilogy rischia di rimanere in bilico: da un lato tributo appassionato, dall’altro documento archeologico, talvolta difficile da decifrare per chi non ne condivide il vissuto.
E se il primo capitolo regge ancora il confronto con il panorama indie attuale, grazie a un’estetica nitida e una direzione artistica coesa, i due episodi 3D faticano a tenere il passo. Nonostante i comandi ammorbiditi e la buona resa generale, rimane un senso di goffaggine che ne limita il piacere puro. Non è colpa del gioco, ma dell’epoca che rappresenta, con le sue incertezze poligonali e una comicità che oggi suona come un jingle familiare, ma datato. Tuttavia, sarebbe ingeneroso non riconoscere alla raccolta il merito di aver mantenuto intatta la voce di Gex, il suo ritmo sincopato, il modo unico in cui sapeva interpretare lo spirito televisivo degli anni Novanta.















