Ferruccio ha un problema. Da ex pilota e meccanico italiano emigrato negli Stati Uniti, durante una tranquilla ispezione è riuscito a distruggere la preziosa Rosso 50. Non sappiamo come sia andata esattamente, ma immaginiamo il successivo pranzo di famiglia piuttosto silenzioso. I figli Mario e Giulia scelgono allora la soluzione più razionale possibile: iscriversi a un torneo clandestino internazionale nel quale proprio quella vettura viene offerta come premio. Parte così Grand Car Racing, racing game sviluppato da SP Games e arrivato su console con Upscale Studio, disponibile su PlayStation 5, PlayStation 4, Nintendo Switch e PC tramite Steam. La prova si è svolta su PS5.
Qui occorre però aprire subito il cofano delle curiosità. Fuori dall’ecosistema PlayStation il gioco si chiama ancora Gran Carismo, nome con il quale era già arrivato su PC e Nintendo Switch; sulle console Sony è stato ribattezzato Grand Car Racing dopo aver attirato attenzioni legali comprensibilmente poco entusiaste per la somiglianza con un certo simulatore automobilistico che da quelle parti conoscono piuttosto bene. Cambia la targa, insomma, ma la macchina è la stessa: un titolo di corse dichiaratamente accessibile, con oltre venti vetture, circuiti sparsi per il mondo e una componente narrativa che tenta di trasformare ogni vittoria in un passo verso la riconquista della Rosso 50.

Mario, Giulia e la patente presa al distributore
La guida punta immediatamente alla semplicità. Acceleratore, freno e sterzo richiedono pochi minuti per essere assimilati, le vetture perdonano parecchi errori e anche una traiettoria affrontata con l’eleganza di un carrello della spesa può essere corretta senza mandare necessariamente la gara in rovina. Differenze di accelerazione, velocità massima e tenuta distinguono le oltre venti auto disponibili, ma il comportamento generale rimane fortemente arcade. L’idea è consentire a chiunque di entrare in pista e divertirsi senza studiare assetti, temperature degli pneumatici o grafici di telemetria. Ferruccio approverebbe: dopo l’incidente con la Rosso 50, probabilmente in famiglia hanno vietato qualsiasi menu contenente la voce “impostazioni avanzate”.
Circuiti tradizionali, prove a tempo, gare fuoristrada e competizioni di drift cercano di spezzare il ritmo, mentre gli scenari passano da strade montane a zone desertiche e tratti asfaltati più veloci. Il problema è che il sistema di guida cambia poco insieme alle discipline. Sterrato e asfalto richiedono qualche correzione differente, il drift domanda maggiore attenzione all’angolo della vettura, ma manca quella trasformazione delle sensazioni che avrebbe dato carattere ai vari eventi. Dopo alcune gare si comprende rapidamente ciò che il modello di controllo chiede e la crescita successiva deriva soprattutto dalla conoscenza dei percorsi. Accessibile, certamente; profondo abbastanza da sostenere a lungo la ricerca del decimo perfetto, molto meno.

Una soap opera con la benzina nel sangue
La vicenda di Ferruccio, Mario e Giulia prova almeno a dare un contesto alle corse. La Rosso 50 non rappresenta soltanto una vettura da aggiungere al garage, ma il simbolo dell’errore paterno e della volontà dei figli di rimediare attraverso il torneo Gran Carismo. Gare e spostamenti assumono così il tono di tappe in una scalata familiare fatta di rivalità, orgoglio e redenzione. Il melodramma corre spesso senza cintura: dialoghi e situazioni insistono parecchio sull’importanza dell’onore automobilistico e la plausibilità non è esattamente l’elemento su cui conviene effettuare una verifica tecnica. Eppure questa serietà quasi ingenua possiede un certo fascino, soprattutto quando il gioco sembra convinto che recuperare un’auto distrutta sia una questione ereditaria da risolvere attraversando mezzo pianeta a tavoletta.
La presenza della storia distingue almeno la progressione da una semplice successione di eventi selezionati da un menu, ma il collegamento fra corse e scene narrative non sempre mantiene un buon ritmo. I passaggi dedicati alla famiglia possono interrompere la continuità proprio quando si vorrebbe rientrare velocemente in pista, mentre le gare raramente traducono davvero in termini meccanici la posta emotiva raccontata fra un evento e l’altro. Il risultato assomiglia più a due corsie parallele che a una fusione completa: da una parte il campionato, dall’altra Ferruccio e la sua tragedia automobilistica. Ogni tanto si incontrano alla rotonda, si salutano e poi ripartono ciascuno nella propria direzione.

PS5 fuori, PS2 dentro
Poi arriva il momento di guardare Grand Car Racing, e qui la Rosso 50 potrebbe chiedere di essere nuovamente coperta dal telo. Sulla nostra PS5 la resa grafica appare parecchio distante dagli standard contemporanei: modelli delle vetture semplici, scenari spogli, vegetazione essenziale, illuminazione poco sofisticata e materiali capaci di riportare alla mente produzioni di un paio di generazioni fa. Il paragone con l’epoca PS2 viene spontaneo soprattutto per densità ambientale e costruzione dei tracciati, più che per una volontà estetica retrò che il gioco, in realtà, non rivendica. L’interfaccia resta funzionale e gli elementi necessari alla guida sono chiari, ma la presentazione difficilmente può costituire un motivo d’acquisto su PS5.
Il comparto sonoro segue un’impostazione altrettanto essenziale. Motori ed effetti cercano di dare energia alle gare, accompagnati da musica adatta all’immaginario delle competizioni clandestine, senza però costruire una particolare personalità sonora. La sensazione di velocità esiste, soprattutto nelle sezioni più dritte e con le vetture rapide, ma viene frenata dalla povertà degli scenari e da animazioni che non sempre restituiscono adeguatamente peso e inerzia. Tecnicamente la prova non ci ha messo davanti a problemi tali da impedire di giocare, ed è importante distinguerlo: il limite non riguarda tanto il funzionamento quanto il livello di rifinitura e l’impressione complessiva di trovarsi davanti a un prodotto molto più vecchio dell’hardware sul quale viene eseguito.
Il prezzo contenuto e l’approccio immediato aiutano a inquadrare correttamente la proposta. Chi desidera disputare qualche gara senza configurazioni, licenze, strategie complesse o un modello fisico severo può trovare una discreta quantità di eventi e più di venti vetture con cui sperimentare. Il problema è che semplicità di guida, variazioni limitate fra le discipline e presentazione datata finiscono per sommarsi, lasciando poca motivazione a lungo termine. Anche la storia di Ferruccio, simpatica proprio per l’enorme serietà con cui tratta la questione Rosso 50, non possiede abbastanza forza da trascinare da sola l’intera progressione. Grand Car Racing corre, derapa e cambia persino nome quando necessario, ma sotto il cofano offre un racing game modesto, adatto soprattutto a chi pretende poco e vuole semplicemente partire senza passare prima dall’autoscuola virtuale.













