Per noi italiani cresciuti con Jeeg robot d’acciaio, “Mostro Haniwa” poteva tranquillamente sembrare uno dei tanti nomi fantastici inventati per indicare la creatura di turno. Himika era una regina sotterranea dai poteri misteriosi, la Campana di Bronzo un oggetto capace di decidere le sorti del mondo e l’Impero Yamatai un regno sepolto che aspettava soltanto di tornare alla luce. Dietro quelle parole, però, si nascondevano immagini che per un bambino giapponese avevano un sapore molto meno esotico: haniwa, dōtaku e il nome stesso di Himika rimandavano a frammenti riconoscibili del passato più remoto del Giappone. Solo che Jeeg li prendeva, li mescolava e li trasformava in qualcos’altro.
È questa una delle caratteristiche che rende ancora particolare l’universo della serie. Mentre tanti nemici robotici degli anni Settanta arrivavano dalle stelle, da pianeti lontani o da civiltà tecnologicamente superiori, l’avversario di Hiroshi emergeva letteralmente da sotto i suoi piedi. L’antico impero governato da Himika non scende sulla Terra per conquistarla da straniero: si risveglia all’interno del Giappone moderno e pretende di ristabilire il proprio dominio. La minaccia, quindi, non viene dal futuro e nemmeno dallo spazio. Viene da qualcosa che era già lì, sepolto abbastanza a lungo da essere diventato leggenda.
La stessa trama ufficiale giapponese insiste su questa idea. Toei Animation definisce il nemico come l’antico Jama Daiōkoku e lega il suo ritorno alla dōtaku scoperta dal professor Shiba, quella Campana di Bronzo successivamente nascosta nel corpo di Hiroshi. Himika scatena contro di lui i suoi guerrieri Haniwa, quei mostri di roccia che in Italia sarebbero diventati una delle immagini più riconoscibili della serie, nel tentativo di recuperarla e riaprire simbolicamente il passato. Anche la condizione dello stesso Hiroshi Shiba finisce così per dipendere da qualcosa di antichissimo: il protagonista più tecnologicamente modificato della serie porta dentro il corpo un oggetto che viene da un mondo precedente alla tecnologia moderna.
Himika non arriva dallo spazio: vuole riprendersi ciò che considera suo
La differenza rispetto a molti antagonisti robotici contemporanei non è soltanto scenografica. Himika non guida una flotta extraterrestre e non osserva la Terra da una base costruita ai confini del sistema solare: governa un mondo sotterraneo fatto di pietra, magia, rituali e guerrieri risvegliati. Persino i suoi mostri sembrano venire da un terreno archeologico impazzito. Gli Haniwa Genjin prendono forme gigantesche e aggressive, ma il nome richiama oggetti che appartengono davvero alla storia giapponese. Nella serie il passato non viene studiato o conservato in un museo: si alza, prende vita e attacca.
Per questo Himika è più interessante se la consideriamo non semplicemente come “la cattiva” della prima parte di Jeeg, ma come sovrana di un ordine che non accetta di essere diventato passato. Le prime battaglie contro i Mostri Haniwa mettono già di fronte due mondi che sembrano appartenere a epoche incompatibili: da una parte la Base Antiatomica, il Big Shooter, il magnetismo e un ragazzo trasformato in cyborg; dall’altra una regina dotata di poteri soprannaturali e guerrieri che sembrano usciti da una tomba. Non è semplicemente tecnologia contro magia. È il Giappone moderno costretto a combattere contro una versione fantastica del proprio passato.
Yamatai, Himiko e Haniwa: la storia vera è più complicata
Qui, però, conviene separare la fantasia dalla storia. Nell’edizione italiana si è consolidato il riferimento all’Impero Yamatai, mentre l’originale giapponese parla del Jama Daiōkoku. Il richiamo alla Yamatai storica resta comunque evidente nell’immaginario costruito attorno a Himika. Le cronache cinesi del III secolo parlano infatti di una sovrana chiamata Himiko, regina del paese di Wa, che nel 239 inviò emissari alla corte cinese dei Wei. La localizzazione del suo regno, Yamatai o Yamatai-koku, è ancora oggi uno dei grandi temi dell’archeologia giapponese. Il nome Himika, il suo ruolo di regina dotata di poteri e l’ambientazione in un remoto passato giapponese sembrano giocare consapevolmente con quella memoria, senza che questo trasformi naturalmente l’anime in una ricostruzione storica. Anche il rapporto tra Himika e la figura storica di Himiko va quindi letto come una rielaborazione fantastica, non come un’identificazione letterale.
Lo stesso vale ancora di più per gli Haniwa e per la Campana di Bronzo. Gli haniwa reali erano manufatti di terracotta collocati sui grandi tumuli funerari del periodo Kofun; inizialmente soprattutto cilindrici, assunsero poi forme di case, oggetti, animali e figure umane. I guerrieri dall’aspetto vagamente inquietante che conosciamo nei musei sono quindi reali, ma appartengono soprattutto a una fase successiva rispetto alla Yamatai di Himiko. La dōtaku, invece, appartiene principalmente alla precedente cultura Yayoi: grandi campane di bronzo probabilmente utilizzate in contesti rituali e spesso ritrovate sepolte lontano da abitazioni e tombe. Insomma, Jeeg prende materiali separati da secoli di storia e li mette nello stesso contenitore narrativo. Storicamente è un pasticcio; come mitologia da anime funziona benissimo.
Jeeg costruisce un Giappone antico che non è mai esistito
È proprio questa libertà a rendere interessante l’operazione. L’universo di Himika non corrisponde a un’epoca precisa perché non vuole farlo. Yamatai, haniwa, dōtaku, sovrani sciamanici, tombe e culti antichi diventano ingredienti di un’unica civiltà immaginaria. In fondo è un procedimento molto vicino a quello con cui Jeeg stesso viene costruito pezzo dopo pezzo: elementi differenti vengono agganciati fino a formare qualcosa di nuovo e immediatamente riconoscibile. Solo che nel caso dell’Impero di Himika i componenti non sono magnetici, ma archeologici.
Per uno spettatore italiano questa stratificazione era quasi invisibile, ed è forse il dettaglio più divertente da recuperare a distanza di tanti anni. Quando sentivamo gridare “Mostro Haniwa”, difficilmente pensavamo a figure funerarie disposte intorno a un kofun; e la Campana di Bronzo sembrava un puro MacGuffin fantastico, non la trasformazione narrativa di un oggetto realmente prodotto nel Giappone Yayoi. Un bambino giapponese poteva invece riconoscere almeno parte di quel vocabolario culturale. La stessa serie, quindi, arrivava nei due paesi con un piccolo scarto: ciò che per il pubblico d’origine deformava immagini familiari, da noi diventava direttamente un nuovo immaginario.
Ed è qui che Himika acquista una funzione che va oltre quella dell’antagonista. Rappresenta un passato che rifiuta di restare passato, una memoria trasformata in minaccia proprio perché pretende di tornare identica a ciò che era. Hiroshi e Jeeg non devono distruggere la storia del Giappone, naturalmente: combattono la sua versione fantastica, autoritaria e risvegliata, costruita dalla serie mescolando epoche e simboli differenti. Ma dietro i Mostri Haniwa e le magie della regina rimane una trovata sorprendentemente efficace: mentre altri eroi guardavano verso lo spazio per trovare il nemico, Jeeg doveva guardare sotto terra. E scoprire che anche il futuro, qualche volta, deve fare i conti con ciò che credeva di essersi lasciato alle spalle.
















