A rivederlo oggi, Hiroshi Shiba è forse uno dei protagonisti più strani tra quelli che popolavano i robotici giapponesi degli anni Settanta. Non perché fosse particolarmente misterioso: al contrario, era impulsivo, rumoroso, appassionato di motori e spesso molto più facile da leggere di altri eroi della stessa stagione. La stranezza stava altrove, in qualcosa che allora poteva apparire soprattutto spettacolare e che con il tempo ha acquistato un significato diverso. Hiroshi non aveva semplicemente ricevuto un robot da pilotare. Qualcuno aveva trasformato il suo stesso corpo perché potesse diventare parte di quel robot.
Due pugni che si uniscono, il corpo che cambia forma, Hiroshi che diventa la testa di Jeeg e poi quei componenti lanciati dal Big Shooter che arrivano uno dopo l’altro ad assemblare il robot. Chi conobbe Jeeg robot d’acciaio sulle televisioni italiane ricorda probabilmente la trasformazione di Hiroshi Shiba prima ancora di molti dettagli della trama. Era una sequenza breve, ripetuta praticamente come un rito, ma conteneva qualcosa di molto diverso da ciò che gli altri robot dell’epoca ci avevano abituato a vedere. Hiroshi non correva verso una cabina di pilotaggio e non saliva dentro Jeeg: per combattere doveva smettere fisicamente di apparire come Hiroshi.
È proprio qui che il personaggio diventa più interessante di quanto suggerisca il suo carattere apparentemente semplice, impulsivo e spesso insofferente. Hiroshi scopre infatti che il proprio corpo non è più interamente quello con cui è nato: suo padre lo ha trasformato in un cyborg dopo un incidente quasi mortale e ha nascosto dentro di lui la Campana di Bronzo, facendone contemporaneamente un figlio salvato, un bersaglio per l’Impero Yamatai e il nucleo indispensabile di Jeeg. Prima ancora che inizi davvero la guerra, qualcuno ha già deciso che cosa dovrà diventare. Il suo problema non è soltanto sconfiggere Himika e i mostri Haniwa: è convivere con una vita che altri hanno riprogettato al suo posto.
Quando il pilota scompare dentro il robot
Quando Jeeg robot d’acciaio debutta in Giappone il 5 ottobre 1975, il pubblico conosce già molto bene una delle convenzioni fondamentali dei Super Robot: un essere umano controlla una macchina gigantesca. Koji Kabuto sale su Mazinga Z, Tetsuya Tsurugi entra nel Grande Mazinga, Actarus combatte dall’interno di Goldrake. La macchina può rappresentare un’eredità, un’arma, una responsabilità o persino il legame con un mondo perduto, ma tra uomo e robot rimane una separazione fisica chiarissima. Hiroshi rompe quella convenzione. Unendo i pugni si trasforma nella testa di Jeeg e solo allora può agganciarsi magneticamente ai componenti inviati da Miwa con il Big Shooter. Non è semplicemente l’uomo che impartisce ordini alla macchina: è la parte cosciente attorno alla quale la macchina viene letteralmente costruita.
La differenza cambia anche il modo in cui percepiamo il combattimento. Jeeg può perdere componenti, sostituirli, ricombinarsi e utilizzare differenti configurazioni, ma al centro di quella costruzione modulare rimane Hiroshi. L’idea del robot magnetico, nata anche attorno alla possibilità di assemblare e intercambiare fisicamente le sue parti, diventa così qualcosa di più di un espediente meccanico. Perfino Miwa assume una funzione particolare: non accompagna semplicemente l’eroe, perché senza i componenti lanciati dal Big Shooter Hiroshi non può completare Jeeg. È una trasformazione che ha bisogno di due persone e che, ogni volta, ricorda al protagonista una verità scomoda: possiede il cuore e la volontà del robot, ma il suo nuovo corpo da combattimento esiste soltanto attraverso ciò che gli altri costruiscono attorno a lui.
Un padre gli salva la vita, ma decide anche che cosa dovrà diventare
Il rapporto con il professor Shiba rende questa condizione ancora più ambigua. Dopo l’incidente automobilistico che lo lascia in fin di vita, Hiroshi viene salvato grazie alla trasformazione in cyborg, ma quella seconda possibilità ha un prezzo che nessuno gli ha chiesto di accettare consapevolmente. Nel suo corpo viene custodita la Campana di Bronzo ricercata dall’Impero Yamatai e, dopo la morte del professore, l’autorità paterna non scompare neppure davvero: conoscenze e volontà di Shiba sopravvivono nel Machine Father, che continua a guidare, rimproverare e addestrare il figlio. Hiroshi può ribellarsi, alzare la voce e tentare di sottrarsi al proprio destino, ma persino la morte non gli permette di liberarsi del progetto che suo padre ha preparato per lui.
Riguardato da questa prospettiva, il suo temperamento acquista un peso diverso. Koji riceve Mazinga Z dal nonno; Tetsuya è stato preparato per anni a pilotare il Grande Mazinga; Actarus porta con sé Goldrake e la responsabilità della propria storia. Hiroshi scopre invece che l’arma definitiva è già dentro di lui e che persino il suo corpo è stato modificato senza il suo consenso. La sua resistenza iniziale non è quindi soltanto il capriccio di un ragazzo testardo che preferirebbe dedicarsi alle corse automobilistiche: è il tentativo, spesso rabbioso e disordinato, di difendere uno spazio di autodeterminazione. Anche la seconda trasformazione di Hiroshi rende ancora più evidente questo paradosso. La sua crescita non consiste semplicemente nell’imparare a obbedire al padre, ma nel trasformare progressivamente un destino imposto in una responsabilità che possa riconoscere come propria.
In Italia ricordavamo Jeeg, ma dentro Jeeg c’era sempre Hiroshi
Quando la serie arriva sulle televisioni italiane nel 1979, l’animazione robotica giapponese ha già cominciato a modificare profondamente l’immaginario dei più giovani grazie al successo di UFO Robot Goldrake. Hiroshi entra però nelle nostre case con un’identità immediatamente diversa da quella del principe Actarus. Non possiede la sua malinconia aristocratica né l’aura dell’esule proveniente dalle stelle: è un ragazzo terrestre, appassionato di motori, irruento, spesso insofferente e molto meno disposto ad accettare con compostezza ciò che gli viene chiesto. Anche la sigla italiana di Jeeg robot d’acciaio contribuisce a fissare nella memoria soprattutto il ragazzo e il gesto della trasformazione. Per molti spettatori Jeeg e Hiroshi finiscono così per essere quasi due nomi della stessa figura, molto più di quanto avvenisse con gli altri eroi robotici dell’epoca.
A distanza di tanti anni emerge meglio anche quanto quella fusione fosse coerente con il carattere del personaggio. Hiroshi non possiede realmente un luogo nel quale rifugiarsi quando la battaglia termina: Jeeg non è parcheggiato in una base in attesa della missione successiva, perché una parte essenziale di Jeeg continua a camminare, discutere e vivere dentro di lui. Il robot magnetico sembra quasi rendere visibile questa condizione: pezzi diversi si agganciano intorno a una coscienza che resta sempre la stessa, mentre il ragazzo cerca di capire dove termini ciò che gli è stato imposto e dove comincino le sue decisioni. Persino quando Jeeg arriva al combattimento conclusivo contro il Signore del Drago, la logica non cambia: parti del corpo possono essere distrutte, sostituite e ricostruite, Hiroshi no. In una serie fondata visivamente sull’assemblaggio, è quasi un piccolo paradosso: ciò che rende Jeeg davvero indivisibile non è il magnetismo, ma la persona che ne costituisce la testa.
Ed è forse questo che rende Hiroshi Shiba ancora così particolare dentro la grande famiglia degli eroi robotici di Gō Nagai. La sua trasformazione sembra dirci che diventare Jeeg sia il suo destino, ma tutta la sua storia suggerisce qualcosa di leggermente diverso: un corpo può essere modificato, programmato e perfino preparato per combattere senza che questo basti a trasformare automaticamente una persona in un eroe. Hiroshi diventa davvero Jeeg soltanto quando smette di essere il ragazzo al quale altri hanno assegnato un compito e comincia a scegliere che cosa fare di ciò che gli è stato imposto. Non è neppure casuale che Jeeg e Goldrake abbiano debuttato in Giappone nello stesso giorno: Hiroshi e Actarus rappresentavano già allora due modi profondamente diversi di pensare il rapporto fra l’eroe e la macchina.
Articolo aggiornato e ampliato il 29 settembre 2026.
















