C’è un tipo di videogioco che non chiede attenzione totale, ma finisce per prendersela lo stesso. Non urla, non spettacolarizza, non promette rivoluzioni: si limita a mettere tra le mani un attrezzo, un obiettivo semplice e una tentazione irresistibile. Hole Digging Master, sviluppato e pubblicato da Nostra Games e disponibile su console PlayStation e Nintendo Switch, appartiene esattamente a questa categoria. È uno di quei titoli che si provano “per curiosità”, si mettono giù “dopo un’oretta”, e poi, a distanza di settimane, tornano a bussare alla porta della memoria con la forza di un’abitudine piacevole. Un altro scavo. Un’altra discesa. Un altro “ancora cinque minuti” che diventa mezz’ora.
Non è questione di novità: la sorpresa iniziale, quella di trasformare un giardino domestico in un pozzo senza fondo, dopo un po’ si attenua. Eppure il gioco regge. Anzi, spesso migliora nella percezione proprio col tempo, perché la sua vera natura non è quella di un’avventura da completare, ma di un rituale da ripetere.
Il fascino del gesto: scavare come idea, non come compito
La forza di Hole Digging Master sta nella sua semplicità disarmante, che non va confusa con povertà di contenuti. Scavare è un’azione primaria, quasi infantile, ma il gioco la riveste di un senso di progressione costante: ogni colpo di pala non è solo terreno che sparisce, è una promessa. Sotto potrebbe esserci un minerale più raro, una vena più ricca, un’area che cambia le regole della raccolta. La profondità diventa un obiettivo psicologico prima ancora che numerico, e quel misuratore sempre visibile finisce per comportarsi come un contachilometri dell’ossessione.
È qui che, a distanza di mesi, il titolo continua a risultare sorprendentemente efficace. Non serve ricordare una trama, non serve “riprendere il filo”: basta tornare al capanno, controllare cosa manca, potenziare un pezzo dell’equipaggiamento e ripartire. La struttura si adatta perfettamente a sessioni brevi, ma è altrettanto capace di inghiottire ore intere quando si entra in quella modalità mentale da scavo compulsivo, in cui l’unica domanda è “quanto ancora posso scendere?”.
La progressione, sostenuta da decine di potenziamenti, non è solo un modo per rendere lo scavo più veloce: è la promessa di un’efficienza crescente, di un controllo maggiore su un ambiente che all’inizio sembra ostile e poi diventa familiare. La pala migliora, la batteria dura di più, gli strumenti cambiano ritmo e ambizione, fino a quando la terra non è più un limite ma un materiale da consumare. È un piacere meccanico, quasi tattile, e non sorprende che riesca a restare in testa come un piccolo vizio digitale.
Tra biomi, segreti e attrezzatura: la progressione come ricompensa emotiva
Il gioco, nella sua essenza, vive di un ciclo chiaro: raccogliere risorse, venderle, reinvestire. Eppure, a farlo funzionare nel lungo periodo, è la sensazione di scoprire qualcosa che non era previsto. I biomi differenziano l’esperienza, cambiano la resa dei materiali e modulano la difficoltà, mentre strumenti come dinamite e radar aggiungono un’idea di “preparazione” che va oltre il semplice scavare in verticale. Anche quando si torna dopo tempo, il sistema rimane leggibile: non bisogna reimparare tutto, basta riprendere confidenza con i propri ritmi.
C’è poi un piacere particolare, quasi collezionistico, nel portare alla luce un oggetto raro o un passaggio che sembra aprire a un’altra fase della discesa. Non è solo ricchezza virtuale: è un premio narrativo, un piccolo colpo di scena costruito attraverso la materia. Il capanno diventa un punto di riferimento rassicurante, una base operativa che scandisce il ritmo dell’impresa, e anche il gesto di “tornare su” per convertire i tesori in potenza ha qualcosa di gratificante. È una routine, sì, ma una routine che sa ricompensare.
La rigiocabilità, inoltre, non si appoggia a missioni elaborate o a contenuti narrativi aggiuntivi: si appoggia alla rigenerazione del mondo e alla curiosità del giocatore. Cambiare approccio, ottimizzare il percorso, capire come sfruttare meglio gli strumenti, cercare miniere segrete con più metodo: sono obiettivi autoimposti, e proprio per questo funzionano. Hole Digging Master non costringe, suggerisce. Non spinge, tenta.
Un “comfort game” imperfetto, ma con una presa notevole
Naturalmente, non tutto è levigato. Anche a distanza di mesi, restano alcuni limiti che possono spezzare l’incantesimo: l’assenza di un salvataggio automatico pesa più di quanto dovrebbe in un gioco costruito sulla ripetizione, e la sensazione di perdere tempo per una distrazione è un attrito evitabile. I comandi rigidi e non rimappabili si fanno notare nelle sessioni più lunghe, così come un sistema di danni da caduta non sempre coerente, capace di trasformare un errore banale in una punizione poco chiara.
Sul fronte tecnico, l’illuminazione dinamica e l’atmosfera sotterranea riescono spesso a rendere i cunicoli suggestivi, ma non mancano rallentamenti e piccole frustrazioni legate alla navigazione, soprattutto quando detriti e geometrie si mettono di traverso. Anche la colonna sonora, per quanto discreta, non ha la varietà necessaria per sostenere ore e ore di scavo senza diventare un rumore di fondo ripetitivo.
Eppure il punto è proprio questo: Hole Digging Master non è un’esperienza perfetta, ma è una di quelle che “tengono”. Non perché siano impeccabili, bensì perché centrano un bisogno. È un gioco da accendere quando si vuole spegnere il cervello senza spegnere del tutto la curiosità, un passatempo metodico che dà la sensazione di avanzare sempre, anche quando si sta semplicemente scavando un altro metro di terra.
In un panorama dove spesso tutto deve essere enorme, narrativo, definitivo, il titolo di Nostra Games si permette di essere piccolo, insistente, quasi umile. E forse è proprio questa la sua forza: trasformare un gesto semplice in una dipendenza gentile, che continua a far sorridere anche quando la sorpresa iniziale è ormai diventata abitudine.















