La portiera del pick-up si chiude con un tonfo metallico, la polvere si solleva come fumo da palcoscenico e l’orizzonte di Rutherford Ranch sembra disegnato con un pennarello troppo spesso. Un cartello piegato dal vento avverte di non oltrepassare il cancello, ma naturalmente è proprio lì che bisogna andare. In lontananza qualcosa stride, forse una lamiera, forse un respiro. Bastano pochi minuti per capire che questo non è un posto in cui si passeggia: si sopravvive. È l’impressione che trasmette I Hate This Place, sviluppato da Rock Square Thunder e pubblicato da Feardemic per PlayStation 5, Nintendo Switch, Xbox Series X|S e PC via Steam. La versione provata su PlayStation 5 chiarisce subito la natura dell’opera: un survival horror con visuale isometrica fondato su esplorazione, raccolta risorse e crafting, dove la pianificazione conta più della mira e la prudenza vale quanto un’arma carica.
L’impianto narrativo, ispirato all’omonima serie a fumetti candidata agli Eisner firmata da Kyle Starks e Artyom Topilin, abbraccia con decisione quell’estetica da horror americano anni Ottanta in cui il soprannaturale irrompe nella quotidianità con la stessa naturalezza di una porta che sbatte. Nei panni di Elena, tutto prende avvio da un gesto incauto, quasi banale: un rituale evocativo compiuto per gioco insieme a un’amica, un errore da adolescenti che spalanca invece un varco su qualcosa di antico e malevolo. Da quel momento Rutherford Ranch non è più soltanto una proprietà isolata nel nulla, ma un territorio deformato, una trappola vivente in cui le leggi della realtà si piegano e ogni ombra può celare una presenza. Braccata da entità che seguono i rumori come segugi e da una figura enigmatica nota come l’Uomo Cornuto, Elena è costretta a trasformarsi da vittima in sopravvissuta, alternando scontri armati, fughe improvvise e l’uso creativo dell’ambiente per riequilibrare una disparità di forze quasi sempre schiacciante. La storia procede così per frammenti, incontri e misteri disseminati tra avamposti, bunker e case infestate, più suggerita che spiegata, lasciando al giocatore il compito di ricostruire il senso di un incubo che sembra strappato direttamente dalle pagine di un albo illustrato.
Un orrore che sembra stampato su carta
La prima qualità che colpisce è la direzione artistica, tanto marcata da diventare dichiarazione d’intenti. Rutherford Ranch e le sue propaggini – boschi malati, case divorate dalla ruggine, bunker dimenticati sotto metri di cemento – sembrano usciti da un albo horror anni Ottanta. Colori saturi, ombre nette, contorni spessi: tutto possiede una dimensione grafica che richiama il fumetto americano, con un gusto quasi pop che convive con sangue, mostri e rovine. Non è un realismo fotografico, bensì una stilizzazione teatrale, e proprio per questo più incisiva. Ogni schermata pare una vignetta pronta a ospitare una didascalia sinistra, mentre le animazioni mantengono una leggerezza volutamente “cartoon”, come se la tragedia fosse raccontata con un ghigno laterale.
A sostenere questa identità interviene un comparto sonoro misurato ma efficace: sintetizzatori cupi, ronzii elettrici, scricchiolii che sembrano amplificati dal silenzio. Il risultato è un costante stato di allerta, una tensione che non esplode quasi mai ma serpeggia sotto pelle, come una radio lasciata accesa in una stanza vuota.
Il giorno è un favore, la notte una sentenza
Sul piano ludico, I Hate This Place abbraccia la grammatica del survival più classico. Le ore diurne rappresentano una tregua operosa: si esplora, si rovistano edifici, si raccolgono materiali e si potenzia l’accampamento. Ogni vite, ogni pezzo di metallo, ogni benda può fare la differenza quando il sole cala. Perché al tramonto il mondo cambia ritmo: le creature si moltiplicano, l’oscurità riduce la visibilità e muoversi senza un piano diventa un azzardo.
Interessante il sistema legato al rumore, che trasforma ogni azione in una scelta strategica. Correre, sparare, sfondare una porta significa annunciare la propria presenza. Spesso conviene aggirare, attirare i nemici verso trappole, sfruttare l’ambiente. È una tensione più mentale che muscolare, fatta di attese e deviazioni, in cui la sopravvivenza nasce dalla pazienza. Il crafting sostiene bene questa filosofia, consentendo di costruire strumenti, armi improvvisate e difese per il campo, anche se talvolta la generosità delle risorse smorza quella fame costante che il genere dovrebbe imporre.
Personalità forte, meccaniche meno affilate
Quando però si passa allo scontro diretto, emergono alcune esitazioni. I comandi non sempre risultano reattivi come dovrebbero e il combattimento, pur funzionale, manca di peso e soddisfazione. Colpire un mostro non restituisce sempre la sensazione di impatto desiderata, e talvolta evitare il conflitto appare più conveniente che affrontarlo, non tanto per scelta tattica quanto per limiti strutturali. Anche l’interfaccia e alcune soluzioni di navigazione mostrano una certa ruvidità, con piccoli inciampi tecnici che ricordano come il progetto non sia rifinito in ogni dettaglio.
Eppure, nonostante queste sbavature, l’opera conserva un carattere preciso. Non cerca il terrore viscerale, ma un equilibrio tra inquietudine e ironia nera, come un racconto pulp narrato con mezzo sorriso. È un horror che strizza l’occhio al lettore, consapevole della propria natura fumettosa, e proprio in questa coerenza estetica trova la sua forza.
Nel complesso I Hate This Place è un’esperienza irregolare ma autentica, capace di alternare momenti di vera tensione a fasi più meccaniche, sorretta da un immaginario visivo di grande fascino. Non è un capolavoro cesellato, bensì un albo sgualcito, sporco d’inchiostro e sangue, che si sfoglia volentieri per scoprire cosa si nasconde nella pagina successiva.
















