Il portellone si apre, l’aria del pianeta entra come una sentenza e il terreno di ICARUS, laggiù, non promette nulla che assomigli anche solo da lontano all’idea di casa. Gli alberi sembrano troppo alti, il cielo troppo nervoso, la roccia troppo antica per tollerare un altro tentativo umano di chiamare “colonizzazione” quello che, a conti fatti, è solo un modo elegante per schiantarsi su un mondo che non ci vuole. ICARUS: Console Edition, sviluppato da RocketWerkz e pubblicato su console da Grip Digital, disponibile su PlayStation 5 e Xbox Series X|S dopo la precedente uscita su PC via Steam, mette il giocatore esattamente lì: sul margine sottile tra sopravvivenza e presunzione, in un survival PvE di fantascienza che combina raccolta risorse, crafting, missioni a tempo, basi temporanee e progressione su un pianeta nato da una terraformazione fallita. La versione testata è quella PlayStation 5, ma il cuore dell’esperienza resta identico: una lotta continua contro il clima, la fauna, la logistica e, qualche volta, anche contro l’interfaccia.
Il primo elemento che distingue ICARUS: Console Edition da molti survival sandbox più accomodanti è il suo rapporto col rischio. Qui non si entra in una mappa per costruire semplicemente una casetta, accendere un fuoco e fingere che il peggio sia passato. Si scende dall’orbita per una missione, si valuta quanto osare, si raccoglie ciò che serve, si erige un riparo che potrebbe essere abbattuto da un temporale di pessimo umore, e poi si deve tornare indietro vivi. Il loop è feroce e molto efficace: la sensazione di precarietà accompagna ogni scelta, e la struttura a estrazioni scandisce l’esperienza con una tensione quasi da spedizione scientifica finita nelle mani di un’università particolarmente sadica. L’inclusione dell’espansione New Frontiers fin dall’inizio allarga subito lo spettro del gioco, aggiungendo Prometheus, nuove creature, nuove risorse e una linea narrativa un po’ più marcata, senza però spostare davvero il baricentro dall’asprezza sistemica che definisce l’intero progetto.
La sopravvivenza come attrito permanente
Il grande merito del gioco sta nell’aver trasformato il pianeta in un avversario vero. Le tempeste non sono un sottofondo pittoresco, ma eventi che possono radere al suolo una struttura costruita con fatica. Gli incendi non sono incidenti decorativi, ma errori ecologici che si trasformano in panico. L’atmosfera tossica, i fulmini, gli animali ostili e il progressivo aumento delle esigenze materiali fanno sì che ogni avanzamento sembri guadagnato contro una volontà ostile. ICARUS: Console Edition rende molto bene quella fantasia fantascientifica da ultimi sopravvissuti su un pianeta sbagliato: si taglia legna, si estrae minerale, si forgiano strumenti, si costruiscono ripari, si cacciano creature che paiono uscite da un incrocio tra un bestiario terrestre e una vendetta geologica.
Questo rende la crescita estremamente soddisfacente. La progressione tecnologica, dagli strumenti primitivi a equipaggiamenti più avanzati, ha una concretezza notevole, e l’albero dei talenti riesce a dare una vera sensazione di specializzazione. Si può impostare un personaggio più adatto alla raccolta, alla costruzione, alla caccia o alla sopravvivenza pura, mentre l’officina orbitale introduce un ulteriore strato di ricompensa permanente legato alla materia esotica. In termini di ampiezza sistemica, il gioco è ricco, e per chi ama osservare un ecosistema ludico complesso che si apre progressivamente, qui c’è parecchio da studiare, ottimizzare e domare. Il punto, semmai, è che tutta questa ricchezza non viene servita con particolare gentilezza.
Missioni, mondi aperti e il prezzo della reiterazione
La struttura a modalità multiple è una delle intuizioni più intelligenti del progetto. Le missioni temporizzate offrono la forma più tesa e specifica dell’esperienza: si scende, si lavora, si rischia, si estrae e si fugge. L’Open World consente invece una relazione più distesa con il pianeta, utile a chi preferisca costruire basi durature e affrontare la sopravvivenza in modo meno compulsivo. Gli Avamposti, da parte loro, funzionano come spazi più sicuri e creativi, quasi un laboratorio per chi voglia smanettare con il sistema senza sentirsi sempre con un meteorologo psicopatico alle spalle. È una tripartizione sensata, che amplia davvero il pubblico potenziale del gioco.
Tuttavia, proprio la struttura delle missioni introduce anche uno dei punti più controversi. Il fatto che parte dei progressi si azzeri tra una discesa e l’altra genera un tipo di ripetizione molto particolare: non tanto quella da survival in cui si ripetono gesti simili per consolidare un dominio sul mondo, quanto quella da cantiere interrotto e continuamente ricominciato. Per alcuni è il cuore pulsante del gioco, perché dà valore a ogni estrazione e rende la sopravvivenza una parentesi ad alta pressione. Per altri rischia di diventare una frizione continua, una forma di lavoro reiterato che spezza il senso di slancio. Qui non c’è una risposta universale: dipende molto dalla tolleranza personale verso i giochi che chiedono pazienza strategica e una certa dose di umiltà mineraria.
Tra wilderness magnifica e interfacce poco collaborative
Sul piano della presentazione, ICARUS: Console Edition sa essere notevole e irritante a distanza di pochi minuti. Quando tutto funziona, il pianeta offre scorci di grande impatto: foreste dense, montagne severe, cieli elettrici, notti inquietanti, biomi alieni che in New Frontiers aggiungono anche un senso di alterità più marcato. Prometheus, in particolare, espande il lessico visivo dell’opera con aree che sembrano nate da una terraformazione interrotta a metà frase, e proprio per questo più interessanti di una wilderness semplicemente realistica. Il sound design rafforza tutto: vento, tuoni, fauna distante, incendi, scricchiolii e silenzi ostili fanno molto per vendere l’illusione di trovarsi davvero su un pianeta che continua a vivere benissimo anche senza l’essere umano.
Il problema è che la versione console, pur competente, non riesce sempre a rendere amichevole una struttura pensata altrove. I controlli moment to moment sono buoni: muoversi, raccogliere, combattere, costruire e interagire funziona abbastanza bene. Ma inventari, crafting avanzato e navigazione di certi menu rivelano ancora una certa rigidità “da PC trasportato con buone intenzioni”. Niente di tragico, sia chiaro, ma abbastanza da rallentare e irritare soprattutto quando si è già sotto pressione. Anche sul fronte tecnico si avvertono oscillazioni: il colpo d’occhio può essere molto suggestivo, ma non sempre stabile, e alcune incertezze prestazionali impediscono all’opera di sostenere costantemente la propria ambizione visiva.
Nel bilancio complessivo, ICARUS: Console Edition è un survival di notevole personalità, ma anche di notevole durezza caratteriale. È uno di quei giochi che chiedono tempo, dedizione, sopportazione e una discreta disponibilità a perdere qualcosa per capire meglio come non perderla la volta successiva. In cooperativa il tutto acquista più senso e anche più fascino, perché la fatica si distribuisce e il racconto emergente — chi costruisce, chi caccia, chi si perde, chi incendia involontariamente metà foresta — trova la sua forma migliore. In solitaria resta affascinante, ma anche più esposto alla ripetizione e alla severità del suo stesso impianto. La sensazione finale non è quella di aver domato un pianeta: è piuttosto quella di avergli strappato qualche giorno di tregua. E, in un gioco come questo, è già una piccola vittoria cosmica.




