Chi abbia frequentato abbastanza a lungo il fumetto popolare e il videogioco d’azione sa bene che esiste una nobiltà particolare anche nelle opere imperfette. Non tutto ciò che merita di essere ricordato coincide infatti con ciò che resiste intatto alla prova del tempo. Marvel MaXimum Collection, sviluppato e pubblicato da Limited Run Games, disponibile su PlayStation 5, Nintendo Switch, Xbox Series X|S e PC tramite Steam e qui provato su PlayStation 5, appartiene precisamente a questa categoria: quella delle raccolte che non mettono in vetrina soltanto i trionfi, ma anche le stranezze, le asperità, i titoli sbilenchi e i reperti di un’epoca in cui bastavano uno sprite generoso, una licenza prestigiosa e qualche gettone per dare alla fantasia l’illusione di essere invincibile. Dentro vi trovano posto X-Men: The Arcade Game, Captain America and the Avengers, Spider-Man/Venom: Maximum Carnage, Venom/Spider-Man: Separation Anxiety, Spider-Man/X-Men: Arcade’s Revenge e Silver Surfer, insieme a diverse rispettive varianti domestiche.
È una raccolta che, fin dal principio, impone un chiarimento di metodo. Non siamo davanti a una teoria di classici indiscutibili, né a un canone nascosto che attendeva soltanto di essere restaurato. Siamo piuttosto al cospetto di una piccola biblioteca irregolare, in cui convivono pagine ancora vitali e capitoli che il tempo ha reso più interessanti da studiare che da abitare. L’operazione di Limited Run Games è dunque meritoria innanzitutto sul piano archivistico: opzioni video, salvataggi rapidi, riavvolgimento, lettore musicale, galleria di materiali storici e, nel caso di X-Men: The Arcade Game, anche il multiplayer online fino a sei giocatori con rollback netcode. Il punto, semmai, è capire quanta sostanza ludica resti sotto questa benemerita impalcatura conservativa.
Le glorie del corridoio arcade
Il titolo che continua a possedere una sua forza quasi immediata è X-Men: The Arcade Game. Non perché sia profondo o particolarmente raffinato, ma perché incarna con limpidezza il modo in cui il coin-op sapeva trasformare la ripetizione in spettacolo e il caos in festa. I colpi hanno peso relativo, la struttura è elementare, l’equilibrio spesso capriccioso, eppure l’insieme conserva ancora quella baldanza rumorosa che appartiene ai migliori prodotti da sala: si sceglie il proprio mutante, si entra nell’inquadratura come in una tavola d’apertura e si procede fra esplosioni cromatiche e assalti continui con un entusiasmo che, per quanto rozzo, sa ancora farsi contagioso.
Anche Spider-Man/Venom: Maximum Carnage e Venom/Spider-Man: Separation Anxiety possiedono un richiamo non trascurabile per chi abbia amato la Marvel dei primi anni Novanta, quella più ipertrofica, nervosa, quasi barocca nelle pose e nelle tinte. Tuttavia, rigiocati oggi, mostrano con una certa franchezza i loro limiti: animazioni legnose, risposta dei comandi non sempre persuasiva, progressione monotona, combattimenti che raramente trovano una vera cadenza. Rimane il gusto del fumetto interattivo, della New York simbiontica e tumultuosa, ma sul piano strettamente ludico la seduzione dura meno di quanto il ricordo lasciasse sperare.
Curiosità, inciampi e vecchie severità
Laddove la raccolta si fa più discutibile, e forse anche più interessante per il giocatore anziano e un poco filologo, è nella parte meno celebrata del pacchetto. Captain America and the Avengers, nelle sue diverse incarnazioni, appare oggi come un manufatto sgraziato, poco armonico, talvolta addirittura sfinente. Vi si intravede l’ambizione dello spettacolo corale, ma il risultato ha qualcosa di goffo, come certi adattamenti fumettistici nati da entusiasmo sincero e strumenti troppo limitati. È con ogni probabilità il titolo meno riuscito dell’intera raccolta, e non basta l’aura dei personaggi a riscattarlo.
Ancora più singolare è il caso di Spider-Man/X-Men: Arcade’s Revenge, gioco che ha il pregio, o il difetto, di restare memorabile più per la sua bizzarria che per la sua qualità. C’è qualcosa di ostinatamente scomposto nella sua costruzione, come se il design volesse continuamente sfidare chi impugna il pad invece di accompagnarlo. Silver Surfer, dal canto suo, appartiene alla vecchia scuola della severità quasi ostile: difficile, inflessibile, pronto a punire l’errore minimo con una crudeltà che oggi appare quasi archeologica. Eppure proprio strumenti moderni come il riavvolgimento e i save state ne cambiano radicalmente la leggibilità, trasformandolo da reliquia punitiva a oggetto di studio finalmente affrontabile senza spirito di martirio.
Un museo giocabile, più che una festa
Il merito più grande di Marvel MaXimum Collection consiste forse nell’aver compreso che preservare non significa abbellire artificialmente, ma rendere accessibile. L’archivio digitale con scansioni di confezioni, manuali e materiali pubblicitari restituisce il contesto culturale di questi titoli; il lettore musicale valorizza colonne sonore che, in più di un caso, hanno attraversato gli anni con una dignità superiore a quella del gameplay; i filtri CRT e le opzioni grafiche permettono di scegliere se inseguire la nitidezza o la rievocazione. Su PlayStation 5 tutto questo funziona in modo ordinato, con un’interfaccia pratica e una fruizione nel complesso pulita.
Resta però il fatto essenziale. Una raccolta di questo tipo vive sul crinale fra archeologia e intrattenimento, e l’equilibrio non sempre regge. I neofiti difficilmente vi troveranno una porta d’ingresso privilegiata all’universo Marvel videoludico del passato; più facile che avvertano il peso di formule invecchiate, la povertà di certi sistemi di combattimento, l’approssimazione di numerose conversioni. Gli appassionati di lunga data, invece, potranno guardare a questa antologia con quello sguardo duplice che solo gli anni concedono: indulgente verso il fascino dell’epoca, ma abbastanza lucido da non confondere il valore della memoria con quello dell’opera in sé. In questo senso Marvel MaXimum Collection è meno una parata trionfale di eroi restaurati che un’aula magna della nostalgia, dove alcuni ospiti parlano ancora con voce ferma e altri sopravvivono soprattutto per il rispetto dovuto alla loro testimonianza.
















