Nuevo Tokyo ha evidentemente saltato qualche riunione di urbanistica. Messico e Giappone si sono fusi in una città dove graffiti, bancarelle, insegne al neon, spiriti orientali e criminalità organizzata convivono sotto il controllo della Narkuza, la nuova classe dominante nata dall’unione fra Narcos e Yakuza. A opporsi al regime c’è Juan, ninja messicano deciso a farsi largo attraverso cinque zone e altrettanti capi criminali con metodi diplomatici che prevedono soprattutto lame, calci e persone lanciate per aria. Mexican Ninja potrebbe fermarsi alla battuta, perché già il titolo sembra quello di un finto film d’azione recuperato da una videoteca nel 1998. Madbricks, invece, usa quella follia come superficie di un beat ’em up molto più interessato a combo, posizionamento e costruzione del personaggio di quanto l’umorismo da taverna lasci inizialmente sospettare.
Pubblicato da Amber Studio, Mexican Ninja è un beat ’em up roguelite 2.5D e per questa recensione abbiamo giocato su PlayStation 5. Juan dispone di attacchi leggeri e pesanti, salto, scatto, parata e tecniche progressivamente più elaborate, mentre ogni nuova spedizione permette di scegliere percorsi, raccogliere potenziamenti temporanei e costruire combinazioni differenti. Morire riporta alla base, ma parte dei progressi resta e consente di ampliare stabilmente le possibilità del protagonista. La struttura classica del picchiaduro a scorrimento viene così piegata attorno alla ripetizione tipica dei roguelite: non si attraversa Nuevo Tokyo una volta sola, si torna sulle sue strade con un Juan diverso, più preparato e possibilmente abbastanza arrabbiato da trattare il primo boss come il tizio che ci aveva parcheggiato davanti al garage.

Premere tutto a caso è un piano, solo non molto buono
Il sistema di combattimento concede subito la soddisfazione fisica che ci si aspetta dal genere, ma chiede presto qualcosa in più del martellamento del tasto d’attacco. Colpi leggeri e pesanti possono essere concatenati, gli avversari vengono sollevati per proseguire le combo in aria, proiettili e attacchi possono richiedere una parata tempestiva e lo scatto diventa essenziale quando più nemici cercano di occupare contemporaneamente lo stesso pezzo di strada. Il posizionamento conta perché Juan deve controllare gruppi provenienti da direzioni diverse senza farsi chiudere, mentre il lancio di un avversario o una combo aerea possono creare lo spazio necessario per occuparsi del bersaglio successivo. Il piacere maggiore deriva dal passaggio fra queste azioni senza interrompere il ritmo: colpire, sollevare, inseguire, deviare un attacco e ripartire verso qualcun altro produce un caos che resta soddisfacente proprio perché richiede attenzione.
A rendere meno prevedibile la formula intervengono i jutsu messicani, tecniche speciali volutamente assurde che fondono l’immaginario ninja con il tono sguaiato di Nuevo Tokyo, insieme ai favori degli spiriti nippo-messicani raccolti durante le spedizioni. Non sono soltanto fuochi d’artificio: alcuni poteri introducono attacchi a distanza, vortici, effetti elementali o strumenti con cui prolungare le combo, e le scelte raccolte durante una run possono orientare Juan verso fuoco, colpi critici, contrattacchi, stordimenti e altre specializzazioni. Anche i percorsi si biforcano mostrando in anticipo il tipo di ricompensa disponibile, così scegliere la strada significa già decidere quale configurazione si vuole inseguire. Il roguelite acquista senso soprattutto qui, perché non serve soltanto a farci ripetere i combattimenti: modifica il repertorio con cui li affrontiamo.

Ogni sconfitta paga almeno qualcosa
La progressione permanente è affidata anche alla Via dell’Asino, il nome poco cerimonioso dato dal gioco al proprio albero delle abilità. Le risorse ottenute fra una spedizione e l’altra permettono di migliorare salute, danni, recupero, combo e altri parametri, rendendo gradualmente più gestibili avversari che all’inizio possono mettere fine alla corsa senza troppi complimenti. Il sistema lavora bene insieme agli sblocchi temporanei perché offre due livelli di crescita diversi: durante una run si cerca una configurazione efficace con ciò che capita, mentre alla base si costruisce lentamente un Juan più completo. Perfino i costumi partecipano al gioco invece di limitarsi all’estetica, perché alcuni modificano guadagni o capacità offensive. Vestirsi male per ottenere più soldi è dunque una scelta tattica. Finalmente anni di moda discutibile trovano una giustificazione scientifica.
La struttura mostra però con maggiore evidenza i propri limiti quando le spedizioni cominciano ad accumularsi. I boss vengono affrontati secondo una progressione piuttosto definita e, per quanto abbiano attacchi e personalità più curate dei nemici comuni, ritrovarli nello stesso percorso riduce parte dell’incertezza che normalmente alimenta un roguelite. Anche i tipi di avversari tornano con variazioni di resistenza e aggressività, mentre gli spostamenti fra uno scontro e l’altro tendono a riproporre una successione familiare di passaggi e arene. Le diramazioni e le configurazioni differenti impediscono che due tentativi siano perfettamente identici, ma la varietà del combattimento cresce più velocemente di quella degli spazi che lo ospitano. Il risultato è curioso: Juan continua ad acquisire nuovi modi di fare a pezzi la gente mentre Nuevo Tokyo ha progressivamente meno sorprese da offrirgli.

Una città che ha mangiato troppi tacos e troppi anime
Sul piano visivo Mexican Ninja abbraccia fino in fondo la propria fusione culturale. Il tratto cel-shaded e le proporzioni caricaturali ricordano certi cartoon dei primi anni Duemila, mentre mercati, graffiti e simboli messicani vengono mescolati con neon, iconografia Yakuza, spiriti, Shinigami e riferimenti all’animazione giapponese. La combinazione avrebbe potuto ridursi a un mucchio di citazioni urlate, invece possiede una coerenza sufficiente a rendere Nuevo Tokyo immediatamente riconoscibile. Anche le sequenze narrative impostate come tavole a fumetti seguono la stessa direzione. La quantità di elementi presenti nelle arene, però, può diventare eccessiva rispetto a un combattimento già molto rapido: scenografia, nemici, effetti e oggetti interattivi competono tutti per l’attenzione, proprio quando sarebbe più utile distinguere immediatamente Juan dal mucchio di malcapitati che sta facendo volare.
L’umorismo merita un discorso separato, perché qui la misura è rimasta probabilmente chiusa in un armadietto dello studio. Mexican Ninja usa slang spagnolo, parodie, doppi sensi, scorregge incendiarie e una quantità di volgarità perfettamente consapevole della propria stupidità. Alcune battute sfruttano con intelligenza l’incrocio fra culture, altre puntano semplicemente alla reazione più infantile possibile; pretendere raffinatezza sarebbe come entrare in un chiosco di tacos chiedendo il menu degustazione da undici portate. Il tono rimane comunque coerente dall’inizio alla fine e permette alla storia della ribellione contro la Narkuza di restare leggera senza diventare irrilevante. Va invece segnalato che il gioco non dispone di testi in italiano: nella versione PlayStation 5 sono disponibili, fra le altre, inglese, spagnolo latinoamericano e giapponese, aspetto da considerare vista la quantità di dialoghi e descrizioni.
Sotto tutta questa confusione rimane un beat ’em up costruito con più attenzione di quanto la sua facciata faccia credere. Mexican Ninja regge perché combo, parate, movimento e costruzione delle configurazioni alimentano lo stesso piacere di diventare progressivamente più pericolosi, mentre la progressione permanente dà un valore concreto anche alle spedizioni finite male. La ripetizione dei percorsi e un’eccessiva densità visiva impediscono alla struttura roguelite di raggiungere la stessa varietà del combattimento, ma il nucleo ha abbastanza sostanza da evitare che Nuevo Tokyo viva soltanto della propria assurdità. Si comincia sorridendo davanti a un ninja messicano che combatte Narcos e Yakuza fusi insieme; si continua perché lanciare un nemico in aria, inseguirlo e trasformarlo nel primo pezzo di una combo da demolizione urbana rimane un ottimo motivo per ripartire.













