Il mondo dell’editoria manga, oggi più globale e visibile che mai, rischia paradossalmente di perdere uno dei suoi pilastri: gli editor che leggono davvero manga. A sostenerlo è Kazuaki Ishibashi, editor veterano noto per il suo lavoro su Mob Psycho 100 e The World Only God Knows, che in un lungo intervento pubblicato su X ha espresso frustrazione e preoccupazione per un trend sempre più evidente nella formazione delle nuove leve.
ほぼ漫画業界コラム278
【最近の漫画編集者志望が、驚くほど漫画を読んでいない話】
漫画編集者を育成していて、正直かなり戸惑うことがある。それは――本当に皆漫画を読んでいないということだ。
「え? なんで漫画編集者志望したの?」…
— 石橋和章 /Zoo (@mikunikko) January 18, 2026
Secondo Ishibashi, molti aspiranti editor che ha incontrato e seguito negli ultimi anni possiedono ottime credenziali e abilità comunicative, ma leggono una quantità di manga nettamente inferiore rispetto a quanto era considerato normale in passato. Una constatazione che, nelle sue parole, sfocia spesso in incredulità: l’idea di voler lavorare come editor senza avere un rapporto quotidiano e quasi ossessivo con il medium gli appare un controsenso, perché un editor, per definizione, dovrebbe leggere persino più degli autori.
Tra algoritmi, selezione estrema e “letture” per procura
Ishibashi collega questo cambiamento a un mutamento dell’ambiente culturale. Un tempo, racconta, il manga era letteralmente ovunque: sugli scaffali di casa, nelle abitazioni di amici e parenti, nelle librerie e nelle edicole. Oggi, pur in presenza di un’offerta digitale sterminata, la minore disponibilità di volumi fisici e la frammentazione dei canali avrebbero reso la fruizione più selettiva e meno spontanea, riducendo la quantità di letture “di scoperta” che formavano il gusto e l’esperienza.
A incidere, sempre secondo l’editor, è anche la logica delle piattaforme digitali, che tramite algoritmi tendono a proporre contenuti allineati ai gusti già consolidati, limitando l’esplorazione e la curiosità. In questo contesto, diventa più facile restare in una bolla di titoli simili, senza costruire quella visione ampia e comparativa che un editor dovrebbe avere.
Ishibashi cita inoltre diverse modalità con cui i più giovani finiscono per “conoscere” un’opera senza leggerla davvero: video riassuntivi, tavole celebri condivise sui social e persino adattamenti anime che sostituiscono l’esperienza diretta del fumetto. Strumenti utili, ma insufficienti, se diventano l’unica fonte di contatto con il medium.
Il lavoro da editor non è una moda: serve competenza, memoria e “follia”
Un altro punto centrale dell’intervento riguarda la motivazione. Ishibashi osserva come la figura dell’editor manga sia diventata in parte “trendy”, e come molte aspirazioni ruotino attorno a desideri comprensibili ma generici: lavorare nell’intrattenimento, essere coinvolti in un IP, supportare i creator, svolgere un mestiere che “sembra divertente”. Nulla di sbagliato, sottolinea, ma troppo raramente emergerebbe quella passione assoluta, quasi fanatica, che in passato definiva l’identità professionale dell’editor come “esperto” del settore.
La conseguenza, per Ishibashi, è che l’abbondanza di media e la facilità di accesso a informazioni rapide possono illudere di poter sapere tutto senza aver costruito un vero bagaglio di letture. Eppure, proprio durante i meeting creativi, entrano in gioco riferimenti, archetipi, somiglianze con opere del decennio precedente, esempi riusciti o fallimentari: elementi che richiedono memoria, contesto e sensibilità critica, non soltanto cultura “di superficie”.
Per spiegare il problema con un’immagine netta, Ishibashi paragona un editor che legge poco manga a un produttore musicale che non ascolta musica. Senza esperienza diretta del medium, diventa impossibile prendere decisioni davvero utili per autori e artisti, e ancor più difficile guidare un progetto verso una direzione solida e consapevole. In un’industria che continua a crescere e a trasformarsi, il messaggio dell’editor è chiaro: la passione non è un optional, ma la base stessa del mestiere.
Fonti consultate: Automaton West.













