Una mattina la città si è svegliata con il frigorifero spalancato sull’inferno. Dai tombini sono usciti hamburger con i denti stretti come mollette da bucato, i cupcake hanno mostrato artigli da predatore da discount e un’ondata di formaggio fuso ha deciso che l’umanità sarebbe stata più gradevole servita calda. Nom Nom Apocalypse, sviluppato da Deadleaf Games e pubblicato su PlayStation, Xbox e Nintendo Switch da Upscale Studio, già disponibile su PC attraverso Steam, qui recensito nella versione PlayStation 5, prende questa sciocchezza gloriosa e la trasforma in un twin-stick shooter con salsa roguelite, dove una brigata di cuochi armati fino ai denti frigge l’Apocalisse a colpi di fucile alla senape, balzi evasivi e poteri speciali. Il tono è quello di una serie B infestata da cibi zombieschi, con il gusto per l’eccesso buffonesco che trasforma ogni scontro in una specie di festa patronale finita malissimo. Eppure, sotto la glassa impazzita e sotto il ketchup apocalittico, il gioco sa bene cosa vuole essere: un arcade rapido, leggibile, nervoso, costruito per partite brevi e per quella soddisfazione molto concreta che nasce quando lo schermo si riempie di mostri da mensa demoniaca e si riesce comunque a restare vivi.
La struttura è semplice nella maniera giusta. Cinque livelli, ambienti artigianali rimescolati con una spruzzata di proceduralità, personaggi diversi, perk da equipaggiare, armi a tema culinario e una progressione che invita a ripartire con una combinazione nuova. Nom Nom Apocalypse non costruisce la propria identità su una complessità vertiginosa, ma su un’energia subito comprensibile: si entra, si schiva, si spara, si usa l’ambiente, si attivano esplosivi, si raccolgono vantaggi e si prova a non diventare il ripieno di qualche atrocità da fast food. È un gioco che spiega la sua natura nel giro di pochi minuti, e fa bene a non complicarsi troppo la dispensa. Il suo pregio iniziale sta infatti nella capacità di tenere sempre leggibile l’azione, anche quando il piatto si fa molto affollato.
Quando il buffet accelera
Il combat system è il cuore del gioco, ed è abbastanza solido da sostenere quasi tutto il resto. Muoversi e sparare funziona con una prontezza immediata, la schivata ha il peso giusto, i nemici comunicano in modo abbastanza chiaro il tipo di minaccia che rappresentano e il ritmo delle arene riesce spesso a produrre quella tensione da sala giochi che spinge a dire “ancora una run” anche quando si era giurato di spegnere. Gli strumenti a disposizione aiutano molto: il fucile alla senape, la balestra a forchetta, il raggio microonde e gli altri assurdi ferri del mestiere non sono soltanto una trovata simpatica, ma offrono un feedback riconoscibile e una varietà sufficiente a incoraggiare il cambio di approccio. Il tono comico, in questo senso, non copre il gameplay: lo accompagna. È un merito meno scontato di quanto sembri, perché tanti giochi costruiti su una battuta visiva finiscono per ridursi a una gag prolungata. Nom Nom Apocalypse, invece, almeno sul piano meccanico sa rimanere un gioco prima ancora che una barzelletta ben condita.
Anche la componente roguelite, pur senza reinventare nulla, svolge il proprio compito con una certa onestà. I perk modificano davvero il passo della run, i personaggi forniscono piccole differenze utili a spezzare la monotonia e il sistema delle combinazioni regala un minimo di curiosità tattica. Non si raggiunge mai quella vertigine di sinergie che caratterizza i nomi più celebrati del genere, e sarebbe ingenuo cercarla qui. Il gioco punta piuttosto a una leggerezza funzionale, a una costruzione delle build abbastanza intuitiva da non soffocare il ritmo. In questo senso è accessibile, rapido da leggere e subito giocabile, qualità preziose in un titolo che vive soprattutto di impulso, velocità e ripetizione breve.
Mostri da snack, ripetizioni da digestione lenta
La prima vera ombra emerge quando l’entusiasmo iniziale si deposita e resta sul tavolo il contenuto nudo. Le creature alimentari sono spiritose, spesso ben animate, immediatamente riconoscibili, ma la varietà complessiva non basta sempre a tenere alto l’effetto sorpresa lungo tutta la durata. Dopo alcune run si comincia a vedere con maggiore chiarezza l’intelaiatura del gioco: arene familiari, combinazioni nemiche che tornano, progressione che offre abbastanza da divertire ma non abbastanza da trasformare davvero ogni nuova partita in qualcosa di imprevedibile. È il limite più evidente di Nom Nom Apocalypse, e anche il più difficile da ignorare se si ha una certa consuetudine con gli action roguelite. La salsa c’è, il fuoco pure, ma a tratti la ricetta si ripete con una fedeltà che smorza un poco la fame.
Lo stesso discorso vale per la profondità generale. La narrativa è poco più che condimento, i personaggi servono soprattutto da funzione ludica e il mondo resta un buon pretesto visivo più che un contesto da esplorare davvero. Va detto chiaramente: non è un difetto assoluto, perché questo progetto non aspira a diventare un poema post-apocalittico sul trauma da merendina. Però contribuisce a definirne il perimetro. Nom Nom Apocalypse è un gioco che vive nella corsia degli snack, non in quella del pasto lungo. Si accende in fretta, diverte con immediatezza, fa sorridere per qualche trovata felice, ma non sedimenta molto oltre il piacere del momento. Per qualcuno sarà perfettamente sufficiente. Per altri, soprattutto per chi frequenta molto il genere, resterà la sensazione di trovarsi davanti a una variante competente più che a una portata memorabile.
Il gusto dell’assurdo e i confini della ricetta
Sul piano audiovisivo il gioco sa vendersi bene. Colori vivaci, effetti chiari, esplosioni leggibili, attacchi facili da interpretare anche nel caos e un gusto cartoonesco che non cade quasi mai nell’indistinto. In uno shooter di questo tipo la pulizia visiva è una qualità decisiva, e Nom Nom Apocalypse la possiede. Su PlayStation 5 il colpo d’occhio resta ordinato anche quando la padella comincia a traboccare di nemici, proiettili e schizzi vari, e questa tenuta permette di apprezzare meglio la componente arcade. Anche il sonoro accompagna con buona disciplina il disastro, sostenendo il tono leggero senza diventare invadente. Non c’è una raffinatezza particolare, ma c’è coerenza, e per un progetto di questa scala è già un risultato apprezzabile.
Dove il giudizio deve farsi più netto è sulla collocazione complessiva dell’opera. Nom Nom Apocalypse è un action riuscito a metà alta della categoria “piccolo e onesto”, non un titolo capace di alzare davvero l’asticella del twin-stick shooter roguelite. Il suo humour regge, l’azione è viva, la cooperativa locale gli dona una dimensione naturale e l’assurdità del concept evita qualunque appiattimento anonimo. Al tempo stesso, la familiarità della struttura, il contenuto relativamente contenuto e una certa ripetitività di fondo lo tengono lontano da quei giochi che riescono a trasformare un’idea buffa in un vero punto di riferimento. In breve: diverte più di quanto lasci immaginare, ma non sorprende quanto potrebbe. E forse è proprio qui che si nasconde il suo verdetto più corretto. Non una portata da chef stellato dell’indie action, bensì un ottimo street food ludico: unto il giusto, saporito, rapido da consumare, destinato a piacere molto a chi arriva con l’appetito giusto.
















