Le città costiere dovrebbero vendere serenità: un po’ di sole, qualche negozietto, il lungomare, i tetti da cartolina, i passanti tranquilli convinti che il massimo del pericolo sia un gabbiano con cattive maniere. Poi arriva Pawbay e affida tutto questo patrimonio urbano a un gatto che considera la quiete pubblica una sfida personale. Sviluppato e pubblicato da Commando Panda per PlayStation 5, PlayStation 4, Nintendo Switch, Nintendo Switch 2, Xbox One e Xbox Series X|S, con versione Steam in arrivo, qui provato su PlayStation 5, il gioco mette in scena un sandbox leggero fondato sulla libera esplorazione, sui piccoli sabotaggi e su una semplice ma efficacissima verità zoologica: se un gatto vede un oggetto in equilibrio, prima o poi lo farà cadere. La struttura è immediata. Si corre, si salta, ci si arrampica, si infilano musetti e zampe dappertutto, si completano incarichi più o meno assurdi e si accumulano stelle utili a sbloccare qualche accessorio cosmetico. Tutto, in teoria, ruota attorno al piacere del guaio improvvisato.
Il merito di Pawbay è capire bene che il suo fascino non nasce dalla complessità, ma dal comportamento. La città è costruita come un piccolo parco giochi orizzontale e verticale, con tetti, vicoli, interni, scorciatoie e punti d’interesse distribuiti in modo da premiare la curiosità. La cooperativa locale a schermo condiviso, poi, aggiunge un grado ulteriore di follia domestica: se un gatto può essere una scocciatura memorabile, due sono materiale da delibera comunale straordinaria. Il problema è che questa libertà iniziale, molto simpatica e molto felina, con il passare del tempo deve fare i conti con una struttura meno ricca di quanto il primo impatto lasci sperare. E lì il gioco mostra tanto la propria grazia quanto i propri limiti.
Il piacere serio del sabotaggio stupido
Pad alla mano, Pawbay dà il meglio di sé quando smette di sembrare un elenco di attività e si affida del tutto alla logica storta del suo protagonista. Il gioco capisce bene il piacere molto specifico del comportarsi da gatto indisponente: infilarsi dappertutto, sabotare piccole abitudini altrui, saltare su banconi, arraffare oggetti e spezzare la quiete quotidiana con la tranquilla faccia tosta di chi sa che, in fondo, verrà perdonato quasi tutto. Il movimento ha la leggerezza giusta, l’esplorazione della cittadina procede con fluidità e la compattezza dello scenario evita quasi sempre quella fastidiosa sensazione da sandbox riempito d’aria. Non serve una mappa enorme quando bastano un tetto ben piazzato, un vicolo curioso o un negozio da trasformare in un piccolo reato con i baffi.
Anche la lista degli obiettivi aiuta a dare un minimo di direzione a quella che altrimenti sarebbe solo una piacevole anarchia. Ci sono attività generali di area, piccoli compiti più specifici, minigiochi, corse, consegne, interazioni sparse e una quantità sufficiente di cose da fare per tenere viva la curiosità nelle prime ore. Il gioco sa essere cordiale nel suo modo di accompagnare il giocatore verso il disastro: non punisce davvero, non costruisce tensione, non mette mai in scena un sistema severo di conseguenze. Si limita a dire, più o meno, “vai pure a rovinare la giornata a qualcuno, poi torna quando hai finito”. In questa leggerezza quasi totale c’è una parte del suo fascino, perché Pawbay non vuole essere una simulazione profonda della vita felina, ma una vacanza breve dentro la fantasia del gatto assolutamente ingestibile.
Il momento in cui il gomitolo si srotola troppo
Il limite emerge quando l’entusiasmo iniziale comincia a consumare il repertorio. Dopo avere preso confidenza con le aree principali, con le attività e con il tono del gioco, si avverte una certa ripetizione di fondo. Non tanto perché manchino cose da fare in senso assoluto, quanto perché molte finiscono per variare poco nella sostanza. Cambiano i luoghi, cambia la cornice, ma il gesto richiesto resta spesso simile a sé stesso: disturbare, raccogliere, rompere, inseguire, completare una lista. È un problema comune a tanti sandbox leggeri, ma in Pawbay si sente prima del previsto, anche perché la scala contenuta del progetto rende più visibili le ripetizioni e meno efficace l’illusione della scoperta continua.
A questo si aggiunge una certa povertà di reazione del mondo. Gli abitanti si lamentano, si agitano, protestano con moderazione, ma raramente il caos prodotto dal gatto genera vere conseguenze sistemiche o una risposta più articolata. Si ottiene quindi una città graziosa da scombinare, ma non una città viva nel senso più interessante del termine. La differenza è sottile ma decisiva. Quando il mondo reagisce poco, anche il sabotaggio perde un po’ di sapore, come una sala giochi dove tutte le gru sono accese ma nessuno controlla davvero se i premi cadono o no. Perfino alcuni momenti spiritosi, come certe gag di movimento o le inevitabili citazioni da gatto teppista, rischiano alla lunga di trasformarsi in una routine gradevole ma un po’ meccanica.
Una piccola peste simpatica, con qualche ciuffo fuori posto
Sul piano tecnico, la versione PlayStation 5 fa il suo dovere senza grande dramma ma anche senza miracoli. La telecamera richiede un breve periodo di adattamento e ogni tanto conserva una lieve goffaggine, soprattutto negli spazi più stretti o nei movimenti rapidi, ma nulla di davvero rovinoso. Si nota anche qualche rigidità pratica, per esempio nella personalizzazione del gatto: per modificare accessori e aspetto bisogna tornare al menu principale, una soluzione un po’ macchinosa per un gioco che dovrebbe invece incoraggiare un flusso più immediato e spensierato. Sono dettagli, certo, però contribuiscono a quell’impressione generale di titolo simpatico e curato quanto basta, senza la rifinitura brillante che avrebbe potuto trasformarlo in qualcosa di più memorabile.
Visivamente, però, Pawbay sa presentarsi bene. La città è colorata, leggibile, piena di scorci gradevoli e con una scala che invita davvero a muoversi come si muoverebbe un gatto curioso: basso, rapido, obliquo, sempre un po’ fuori dal percorso pensato per gli esseri umani. È un mondo che non punta a stupire per densità o virtuosismo, ma a risultare accogliente e maneggevole, e in questo riesce. Anche la scelta di mantenere il tono sempre leggero, senza mai cercare profondità che non gli appartengono, finisce per essere un pregio e un limite insieme. Da una parte salva il gioco dalla pretesa; dall’altra lo espone al rischio di diventare presto un divertimento passeggero. Il punto, quindi, non è stabilire se Pawbay sia piacevole — lo è — ma quanto a lungo riesca a restarlo prima che la sua grazia felina inizi a girare un po’ in tondo. La risposta dipende molto dalla disponibilità a farsi bastare un sandbox piccolo, spensierato e dispettoso, più bravo a strappare sorrisi che a lasciare davvero il segno.
















