Per una volta, l’idraulica nei videogiochi riguarda davvero tubi, valvole, perdite d’acqua e attrezzi da lavoro. Bôni non possiede baffoni celebri né trascorre le giornate saltando sulla testa di tartarughe: lavora per il servizio idrico di Salvador, in Brasile, e durante un intervento precipita dentro un tombino, ritrovandosi in una vasta struttura dimenticata sotto il centro storico. Da quel momento Plungeez le affida un programma professionale leggermente più impegnativo del previsto: riattivare impianti, attraversare camere allagate, comprendere vecchi meccanismi e soprattutto trovare un modo per tornare in superficie. Nessun mostro da prendere a chiave inglese, quindi. Del resto, per chiunque abbia mai affrontato un lavandino otturato, il concetto di nemico finale è già abbastanza chiaro.
Sviluppato dal team brasiliano Team Zeroth e pubblicato da QUByte Interactive, Plungeez è destinato a PlayStation 5, PlayStation 4, Xbox Series X|S, Xbox One, Nintendo Switch e PC tramite Steam. La nostra prova si è svolta su PS5. La struttura prende diversi elementi dal metroidvania, a cominciare dalla grande mappa interconnessa e dagli strumenti che consentono di raggiungere luoghi inizialmente inaccessibili, ma elimina completamente il combattimento e consegna il centro dell’esperienza agli enigmi. Per una veterana cresciuta fra puzzle che pretendevano attenzione prima ancora della rapidità, l’idea è subito invitante: qui il pericolo maggiore consiste nell’aver visto una strana tubatura mezz’ora prima e nel non ricordare più dove accidenti fosse.

La ventosa è più potente della spada
Bôni risolve i problemi con ciò che conosce, e questa coerenza rende la progressione particolarmente simpatica. Le due ventose permettono di aderire alle pareti e modificano immediatamente il modo di osservare gli ambienti; la chiave inglese consente di intervenire su determinati meccanismi, mentre la muta da immersione apre sezioni completamente sommerse. Ogni nuovo attrezzo amplia quindi le possibilità di movimento e interazione senza sembrare un potere infilato nell’inventario soltanto per rispettare una tradizione del genere. Quando si torna in un’area precedente, una parete, una valvola o un tratto allagato assumono improvvisamente un significato diverso. È quel piccolo momento di soddisfazione in cui ci si ricorda di un dettaglio visto molto prima e si parte spedite nella direzione giusta con la sicurezza di chi ha appena risolto da sola un problema domestico senza chiamare nessuno.
Gli enigmi sfruttano soprattutto spazio e funzionamento dell’ambiente. Bisogna accendere caldaie e lampade, modificare flussi d’acqua, attivare dispositivi e capire come attraversare stanze nelle quali il percorso corretto raramente coincide con la prima soluzione immaginata. L’assenza di combattimenti e limiti di tempo lascia la libertà di fermarsi, osservare e sperimentare, caratteristica che dona a Plungeez una piacevole tranquillità senza privarlo della sfida. Il gioco chiede pazienza, memoria e capacità di mettere in relazione elementi lontani fra loro; quando la soluzione arriva, la ricompensa è proprio quel clic mentale che gli appassionati di puzzle conoscono bene. Se invece si entra aspettandosi azione continua, dopo mezz’ora le tubature potrebbero cominciare a sembrare molto più lunghe di quanto siano realmente.

Perdersi nelle fogne con metodo
Il sottosuolo di Salvador funziona come un unico grande rompicapo distribuito su una mappa non lineare. Passaggi secondari, scorciatoie e settori temporaneamente irraggiungibili obbligano a costruirsi una discreta memoria dei luoghi, perché Plungeez preferisce suggerire piuttosto che disseminare indicazioni. La scelta valorizza l’esplorazione: riconoscere una stanza visitata in precedenza e capire finalmente come superarla restituisce un senso di scoperta che un indicatore luminoso avrebbe inevitabilmente ridotto. Anche l’acqua diventa parte attiva degli enigmi, con canali, camere sommerse e impianti che collegano fra loro porzioni diverse del labirinto. Più si scende, più le fogne smettono di apparire come una successione di stanze e cominciano a sembrare un sistema da comprendere pezzo dopo pezzo.
Questa fiducia nel giocatore possiede però un rovescio. Quando si dimentica un dettaglio o non si individua il collegamento richiesto, distinguere fra “mi manca ancora uno strumento” e “sono passata davanti alla soluzione tre volte” può diventare complicato. Una mappa leggermente più informativa o qualche segnalazione discreta delle zone lasciate in sospeso avrebbe ridotto il backtracking meno produttivo senza trasformare l’avventura in una lista della spesa. È una frizione particolarmente evidente proprio perché gli enigmi migliori funzionano così bene: quando tutti gli elementi si incastrano, Plungeez regala un’eccellente sensazione di scoperta; quando un singolo particolare sfugge, si rischia invece di visitare lo stesso tubo abbastanza volte da poterlo inserire fra i parenti stretti.

Salvador sotto il pavimento
L’ambientazione brasiliana aiuta il gioco a distinguersi anche visivamente. Invece dell’ennesimo castello in rovina o laboratorio fantascientifico, Team Zeroth costruisce un mondo sotterraneo legato alla storica Salvador, fatto di infrastrutture dimenticate, acqua, murature, caldaie e passaggi che suggeriscono una città molto più antica di ciò che si vede in superficie. La pixel art è colorata, gradevole e funzionale agli enigmi, con oggetti importanti generalmente facili da individuare rispetto agli elementi decorativi. Sulla PS5 utilizzata per la prova, però, l’impatto resta quello di una produzione indipendente piuttosto semplice: lo stile ha personalità, ma sul piano del dettaglio e della ricchezza visiva non rappresenta certo una dimostrazione delle capacità della console. Fortunatamente, in un gioco del genere conta molto di più capire quale valvola girare che ammirarne i riflessi in ray tracing.
Bôni contribuisce parecchio al tono complessivo. La sua professione non serve soltanto alla battuta iniziale: spiega perché sappia intervenire sugli impianti e permette agli strumenti quotidiani di diventare capacità di esplorazione senza perdere coerenza con il mondo. Anche l’ironia sul mestiere funziona perché rimane sullo sfondo e lascia agli enigmi il ruolo principale. Ne deriva un’avventura rilassata nei tempi ma non passiva, adatta a chi trova piacevole trascorrere qualche minuto davanti a una stanza cercando di capire cosa abbia trascurato. L’assenza di nemici contribuisce molto a questa atmosfera: ci si può fermare, tornare indietro e sperimentare senza dover ripulire ogni corridoio, trasformando la curiosità stessa nella principale forma di avanzamento.
Proprio questa scelta determina anche il pubblico di Plungeez. Chi associa piattaforme ed esplorazione alla necessità di combattere potrebbe sentirne presto la mancanza, mentre chi ama puzzle ambientali e progressione basata sulla comprensione troverà una proposta molto più particolare. La struttura non lineare può creare qualche fase di stallo e la realizzazione grafica, pur graziosa, rimane modesta per gli standard di PS5; sono limiti concreti, ma non cancellano la qualità delle idee migliori. Team Zeroth sfrutta bene ventose, chiavi, immersioni e impianti idraulici per costruire un’avventura nella quale ogni nuovo strumento modifica realmente il modo di osservare la mappa. E quando un vecchio corridoio improvvisamente rivela la propria soluzione, la soddisfazione vale parecchio più di qualsiasi barra dell’esperienza.













