Ho passato abbastanza tempo a inseguire ditate sui vetri, aloni sui fornelli e misteriose sostanze appiccicate sotto i tavoli per sapere una cosa: lo sporco non dorme mai. Cambia casa, cambia forma, cambia quartiere, ma resta lì a guardarti con quella sfacciataggine da nemico che sa di avere il vantaggio numerico. PowerWash Simulator 2, sviluppato da Futurlab e disponibile su PlayStation 5, Xbox Series X|S, Nintendo Switch 2 e PC attraverso Steam, qui provato su PlayStation 5 insieme all’Adventure Time Pack, prende questa verità domestica e la trasforma di nuovo in un rituale quasi mistico. L’idea resta comicamente semplice: si arriva in un posto indecente, si accende l’idropulitrice e si restituisce dignità al creato. Solo che stavolta i lavori aumentano, gli strumenti migliorano, la campagna si allarga e, come se non bastasse, tocca pure salvare le Terre di Ooo da uno stato igienico francamente imbarazzante.
Il cuore del gioco, inutile girarci attorno, resta sempre quello: il getto d’acqua che passa sulla superficie giusta, la crosta che si stacca, il colore originale che riaffiora e quel piacere infantile, quasi disonorevole, di vedere una linea netta dividere il prima dal dopo. Si potrebbe ridere della cosa, e infatti è giusto farlo, perché in fondo stiamo parlando di un gioco che trasforma una pulizia industriale in una vocazione spirituale. Però la faccenda continua a funzionare. PowerWash Simulator 2 conosce benissimo il meccanismo della dipendenza minuta: “finisco solo questo angolo”, “già che ci sono pulisco anche la grondaia”, “ormai manca soltanto il retro del parafango”. E così un incarico diventa un pomeriggio, un pomeriggio diventa una professione e ci si ritrova a parlare con grande serietà del sapone come se fosse una svolta tecnologica degna dell’allunaggio.
La santa arte del prima e del dopo
Il punto di forza del sequel sta nel non avere la pessima idea di stravolgere ciò che già funzionava. Futurlab rifinisce, amplia, rende più comodi alcuni passaggi e aggiunge abbastanza varietà da far sentire il ritorno meno pigro di quanto si potrebbe temere. Il sapone, per esempio, è finalmente uno strumento davvero utile e meno simile a quel prodotto costosissimo che in casa si tiene sotto il lavello “per le grandi occasioni” e poi non si usa mai. Qui aiuta sul serio a stanare le porcherie più ostinate e a leggere meglio le superfici, soprattutto quando la differenza tra pulito e sporco è sottile come la pazienza di chi sta facendo le faccende da tre ore.
Anche i nuovi strumenti del mestiere hanno un loro senso concreto. Il sistema di discesa in corda doppia, la piattaforma sospesa e la pulitrice di superfici danno ai lavori un ritmo più vario e meno piatto. I nuovi incarichi a più fasi, poi, sono una bella aggiunta: aprono zone, sbloccano interni, cambiano il perimetro della fatica e impediscono a certe missioni di ridursi a un girotondo eterno attorno allo stesso edificio come una collaboratrice domestica condannata da una strega. Non si tratta di rivoluzione, e meno male: la formula non ne aveva bisogno. Aveva bisogno di una ditta seria che arrivasse con gli strumenti giusti e dicesse: “adesso sistemiamo anche gli angoli dove non guardava nessuno”.
Più comfort, più coccole, stessa ossessione
Il gioco prova anche ad allargare un poco il proprio carattere con la base personalizzabile, i gattini che gironzolano come supervisori inutili ma deliziosi e la cooperativa, ora anche a schermo condiviso. Sono aggiunte sensate, in certi casi persino graziose, che non cambiano la sostanza dell’esperienza ma la rendono più abitabile. La base non diventa mai un secondo gioco, e per fortuna: nessuno sentiva l’urgenza di arredare un salotto per poi tornare a lavare una cisterna con il fiato corto. Però concede un piccolo spazio di decompressione, quasi un retrobottega dove riporre la divisa mentale tra un disastro e l’altro.
La cooperativa, invece, è la classica idea che sulla carta fa sorridere e nella pratica funziona meglio del previsto. Lavare in due o in quattro trasforma la pulizia in una piccola impresa di cantiere, con il rischio sempre presente che uno faccia il lavoro preciso mentre l’altro, più creativo, spruzzi acqua ovunque con la disciplina tattica di un idrante impazzito. Resta comunque una modalità piacevole, soprattutto per un gioco che vive benissimo di chiacchiere parallele, lavori condivisi e silenzi operosi. Chi preferisce la soddisfazione solitaria del “questa parete l’ho salvata io” continuerà a trovare nella modalità singola la forma più pura dell’esperienza, ma il multiplayer allarga davvero le possibilità invece di sembrare una casella da spuntare.
Il limite, semmai, è che la sostanza ludica resta inevitabilmente monotematica. Chi nel primo episodio avvertiva già la ripetizione come una forma di tortura idraulica non troverà qui una seconda vita filosofica. Si continua a lavare. Si continua a cercare l’ultimo granello di sporco con la dedizione di una persona che, ormai, ha litigato con il concetto stesso di macchia. Il sequel migliora il contorno, smussa gli spigoli, organizza meglio il servizio, ma non cambia il mestiere. E in fondo è giusto così: una ditta di pulizie che durante il secondo intervento si reinventasse come gruppo jazz avrebbe anche il suo fascino, ma probabilmente non risolverebbe il problema del patio.
Adventure Time, ovvero pulire casa d’altri con grande dignità
Il pacchetto dedicato a Adventure Time è, prevedibilmente, il dessert zuccherino dopo il pranzo di detersivi. Le Terre di Ooo, la Casa sull’Albero, il castello del Re Ghiaccio, i veicoli caramella: tutto viene riletto attraverso il filtro ormai collaudato del lavaggio ad alta pressione. La cosa più riuscita è la resa visiva. L’estetica del cartone si adatta molto bene alla formula e regala al gioco una leggerezza nuova, quasi da servizio di pulizia interdimensionale specializzato in case di protagonisti televisivi notoriamente disordinati. Vedere questi luoghi ridotti in condizioni indegne e poi riportati a uno splendore presentabile ha qualcosa di sciocco e adorabile, cioè esattamente ciò che dovrebbe avere.
Anche qui, però, la struttura resta separata dal grosso della campagna e l’effetto è quello di un crossover ben confezionato ma un po’ isolato, più escursione che parte integrante del viaggio. Inoltre si sente una certa occasione mancata sul piano sonoro e sulla presenza dei personaggi: il pacchetto sfrutta bene l’immaginario, ma avrebbe potuto suonare e parlare con una voce ancora più marcata. Resta comunque un’aggiunta riuscita, che non inventa nulla ma dà un colore diverso al getto d’acqua e regala alcune ore molto piacevoli a chi ha voglia di lavare il fantastico con la stessa serietà con cui ha appena ripulito un capannone.
Alla fine PowerWash Simulator 2 fa quello che dovrebbe fare un buon sequel: prende il primo gioco, gli toglie un po’ di grasso inutile, gli aggiunge qualche strumento utile, più varietà, più comodità e abbastanza novità da giustificare il ritorno senza mettersi in testa strane ambizioni. L’Adventure Time Pack, dal canto suo, segue la stessa filosofia: niente scosse di paradigma, ma una bella variazione sul tema per chi vuole continuare a spruzzare acqua con senso del dovere e una vaga gioia infantile. Per chi era già stato catturato dal richiamo del primo PowerWash Simulator, questo seguito è una promozione. Per chi invece davanti all’idea di pulire un gazebo virtuale avverte già un principio di esaurimento nervoso, non c’è sapone al mondo che possa cambiare il verdetto.
















