C’è un momento, in ogni laboratorio videoludico degno di questo nome, in cui qualcuno dovrebbe fermarsi e dire: forse dare forza e intelligenza umanoidi a una cavia non è stata proprio l’idea più prudente della settimana. In Rat Protocol, invece, gli scienziati fanno quello che gli scienziati dei videogiochi fanno sempre quando la situazione comincia a sfuggire di mano: preparano una serie di stanze piene di casse, laser, esplosivi e interruttori, poi osservano se il povero roditore riesce a uscirne vivo. Sviluppato da Pufferfish Digital ed eastasiasoft, e pubblicato da eastasiasoft, il gioco è un rompicapo isometrico disponibile su PlayStation 5, PlayStation 4, Xbox Series X|S, Xbox One e Nintendo Switch. Il test è stato condotto su PlayStation 5.
L’idea di partenza è semplice, quasi da fumetto del sabato mattina con budget pericolosamente basso: una cavia ottiene capacità fuori scala, il laboratorio decide di trasformarla in un soggetto da test e il giocatore deve guidarla attraverso camere sempre più elaborate. Il risultato è un puzzle game vicino alla tradizione di Sokoban, dove si spingono blocchi, si aprono percorsi, si bloccano raggi laser, si attivano meccanismi e si cercano chiavi magnetiche prima di raggiungere l’uscita. Rat Protocol non finge di essere una rivoluzione del genere e, per fortuna, non si presenta nemmeno con il camice da capolavoro nascosto. È un giochino, sì, ma uno di quelli che sanno esattamente dove mettere i baffi.

La scienza dei blocchi spinti bene
Le prime stanze introducono il funzionamento con una chiarezza apprezzabile. Il roditore si muove su ambienti compatti, osservati dall’alto, e ogni livello chiede di capire l’ordine corretto delle azioni: spostare una cassa qui, bloccare un laser là, raggiungere una chiave magnetica, evitare una morte prematura e possibilmente non dare troppa soddisfazione agli scienziati. La struttura è familiare, ma efficace. Ogni errore è leggibile, ogni soluzione appare logica una volta trovata, e il gioco evita di affidarsi a trucchi oscuri o a regole spiegate male. La soddisfazione nasce dal momento in cui la stanza, prima caotica, comincia improvvisamente ad avere senso.
Il pregio principale sta nel ritmo con cui vengono introdotte nuove idee. Interruttori, laser, bombe, pavimenti ghiacciati, portali e altri elementi si sommano poco alla volta, senza trasformare l’apprendimento in una seduta punitiva. Rat Protocol preferisce accompagnare il giocatore anziché prenderlo a schiaffi con un manuale invisibile, e questo lo rende piacevole anche per chi non vive di pane e rompicapi sadici. Le stanze più avanzate richiedono di pensare diversi passaggi in anticipo, soprattutto quando gli oggetti devono essere mossi nell’ordine giusto, ma il gioco mantiene quasi sempre un livello di sfida gentile. È più topo da laboratorio curioso che ratto da scacchiera infernale.

Un roditore con più cervello del previsto
La progressione funziona perché ogni meccanica nuova modifica il modo di guardare lo spazio. I laser costringono a ragionare sulle coperture, gli esplosivi impongono sequenze più precise, le superfici scivolose trasformano un semplice spostamento in un piccolo calcolo balistico da corridoio, mentre i portali chiedono di prevedere non solo dove andremo noi, ma dove finirà anche tutto quello che spingiamo. Rat Protocol non raggiunge mai il livello di crudeltà mentale di titoli come Baba Is You, ma non è nemmeno un passatempo completamente automatico. Lavora su incastri puliti, su stanze compatte e su un piacere molto classico: vedere la soluzione scattare come una trappola, ma questa volta a favore del topo.
Una delle idee migliori arriva nelle fasi più avanzate, quando il gioco introduce un clone olografico legato ai movimenti del protagonista. Senza rovinare troppo la scoperta, questa trovata cambia davvero il modo di affrontare alcune stanze, perché obbliga a controllare due presenze contemporaneamente e a considerare il rischio da più posizioni. È il momento in cui Rat Protocol mostra il suo lato più brillante: non inventa un nuovo alfabeto, ma prende una formula nota e la piega con intelligenza sufficiente a rinfrescare l’esperienza. Peccato che non spinga sempre tutte le sue meccaniche fino al limite, perché quando osa un po’ di più dimostra di avere denti piccoli, ma ben affilati.

Pixel, provette e qualche formaggio in meno
Sul piano visivo siamo dalle parti dell’essenziale, e conviene dirlo senza girarci intorno come un topo in un labirinto: Rat Protocol non è un gioco che si installa per restare dieci minuti a contemplare la direzione artistica. La pixel art è pulita, colorata, leggibile, ma anche piuttosto semplice. I laboratori hanno un’identità chiara, gli elementi interattivi si riconoscono subito e il protagonista riesce comunque a strappare simpatia con piccole animazioni e una presenza buffa quanto basta. Non c’è ricchezza scenica, non c’è grande sorpresa estetica, ma c’è funzionalità. In un puzzle game di questo tipo, vedere bene laser, casse, pulsanti e pericoli vale più di una parete decorata con il poster del Nobel per la scienza pazza.
I limiti sono altrettanto evidenti. La sfida resta accessibile, forse troppo per chi cerca rompicapi capaci di far fissare lo schermo con lo sguardo di chi ha appena dimenticato il proprio nome. L’assenza di obiettivi secondari davvero significativi riduce anche la voglia di tornare sui livelli già completati, perché una volta trovata la soluzione c’è poco altro da spremere. La narrazione è volutamente leggera e funziona come cornice, ma non lascia grandi tracce, mentre la struttura generale resta quella di un prodotto piccolo, onesto, simpatico e senza ambizioni sproporzionate. In altre parole, il topo fa il topo: corre, spinge, sopravvive, ogni tanto salta in aria, ma non pretende di riscrivere la storia della sperimentazione animale digitale.
Il bilancio, però, rimane positivo proprio perché Rat Protocol conosce bene le proprie dimensioni. È un puzzle game compatto, accessibile, ben ritmato, con idee distribuite in modo intelligente e una simpatia di fondo che aiuta a perdonare una presentazione modesta. Non è il titolo da consigliare a chi vuole la sfida definitiva, né a chi cerca una produzione visivamente memorabile, ma funziona molto bene come rompicapo rilassato, ordinato e capace di regalare una serie costante di piccoli momenti “ah, ecco come si fa”. Per chi ama spostare casse con metodo, evitare laser con dignità e tifare per un roditore più sveglio dell’intero reparto scientifico che lo ha creato, l’esperimento può dirsi riuscito.













