Rushing Beat X: Return of the Brawl Brothers entra in campo come entra un vecchio picchiatore in una palestra di periferia: niente presentazioni inutili, una cicatrice in più sul volto e quella sicurezza da veterano che non ha bisogno di alzare la voce per farsi largo. Neo-Cisco ribolle, il virus Zeekus allunga la sua ombra sulle strade, e Rick Norton con Douglas Bild tornano a menare come se il tempo non fosse passato, spalancando la porta a un beat ’em up che sa di asfalto, ferraglia e vecchie cartucce spremute fino all’ultimo frame. Sviluppato da City Connection e pubblicato da Clear River Games, il gioco è disponibile su PlayStation 5, Nintendo Switch 2, Xbox Series X|S e PC tramite Steam; la versione provata è quella PlayStation 5. Il suo statuto è limpido sin dal primo contatto: un picchiaduro a scorrimento in 2D di scuola classica, erede diretto di una trilogia che in Occidente fu conosciuta come Rival Turf!, Brawl Brothers e The Peace Keepers, ma che qui torna finalmente con un’identità più coerente e una continuità narrativa rimessa in ordine.
La buona notizia è che Rushing Beat X: Return of the Brawl Brothers non si limita a vivere di nome e memoria. La struttura resta quella che ogni amante del genere riconosce al primo colpo d’occhio: si attraversano livelli urbani, si ripuliscono strade, metropolitane, centri commerciali e laboratori da bande, ninja, mutanti e altre facce che chiedono soltanto di essere stese. La differenza è che sotto il gancio più immediato pulsa un sistema di combattimento più solido del previsto. Le combo automatiche aprono la porta anche a chi arriva a mani fredde, ma appena si comincia a scavare si scopre un impianto che invita a concatenare dash, salti, prese direzionali, armi conservate in inventario e contrattacchi con una cura che il beat ’em up medio contemporaneo spesso evita.
Il pugno entra facile, il mestiere si vede dopo
Il pregio principale del gioco è proprio questa doppia lettura. In superficie si può entrare in scena e iniziare a distribuire colpi senza troppe esitazioni: l’attacco tiene bene il ritmo, i personaggi reagiscono con prontezza e la regola di base è intuitiva come dev’essere in ogni rissa ben costruita. Però il gioco, invece di fermarsi alla scorciatoia dell’accessibilità, nasconde abbastanza profondità da premiare chi decide di sporcarsi davvero le mani. Il dash o il salto possono annullare molte azioni, e questo apre spiragli interessanti per tenere il nemico sotto pressione o uscire da situazioni altrimenti troppo affollate. Le prese cambiano a seconda della direzione, gli avversari possono essere lanciati uno contro l’altro o scagliati sullo sfondo per rompere elementi dello scenario e recuperare oggetti. È una finezza piccola, ma concreta: non serve soltanto a fare scena, serve a dare al campo un peso tattico.
La barra della rabbia lavora nella stessa direzione. Si riempie prendendo e infliggendo colpi, e quando raggiunge il massimo spalanca il Rage Burst, con annesso Beat Rush finale. In mano a un sistema povero sarebbe stato solo un interruttore per fare più male. Qui invece aggiunge una decisione vera: scaricarla appena possibile o conservarla per il momento in cui la rissa comincia davvero a stringere la gola. Anche il food truck Tuff E Nuff, trasformato in checkpoint e punto di combinazione del cibo, porta nel gioco una nota quasi ruvida ma simpatica di pianificazione tra un pestaggio e l’altro. Tenersi una cura in tasca, assemblare una combo di alimenti o conservare un’arma per il segmento successivo impedisce all’azione di ridursi a un puro automatismo da button mashing.
Vecchi quartieri, nuova pelle, qualche livido di troppo
Sul piano della presentazione, Rushing Beat X: Return of the Brawl Brothers ha abbastanza carattere da non sembrare un relitto rimesso in moto con un po’ di vernice fresca. I personaggi funzionano bene: i design richiamano l’epoca Super Nintendo senza comportarsi da figurine imbalsamate, e soprattutto le animazioni riescono a dare peso e temperamento ai sei protagonisti giocabili. Si percepisce una volontà precisa di recuperare il DNA della saga senza congelarlo. L’effetto è quello giusto: si riconosce il sangue vecchio, ma scorre in vene nuove.
Gli scenari sono più altalenanti. Alcuni quartieri di Neo-Cisco hanno atmosfera, profondità, colore, e si lasciano guardare con un certo gusto; altri sembrano invece finiti quando il grosso del lavoro era già stato consegnato, con fondali più magri, dettaglio ambientale meno convincente e una sensazione di minor cura. La differenza si nota, soprattutto perché il gioco passa da momenti visivamente molto efficaci ad altri che paiono un po’ troppo spogli. L’interfaccia, al contrario, ha una sfacciataggine fumettistica che funziona: numeri, indicatori, testi delle combo, tutto spinge nella direzione giusta, quella della rissa spettacolare da sala giochi. Su PlayStation 5 il titolo gira bene, regge i momenti più affollati e non tradisce un genere che vive di risposta immediata e pulizia del colpo.
Quando la rissa si allunga più del dovuto
Dove il gioco mostra qualche limite è soprattutto nel ritmo complessivo e nel perimetro dell’offerta. Alcuni livelli si trascinano un po’ oltre la misura ideale e capita che il combattimento, pur ricco di opzioni, perda parte del suo mordente prima che la sezione arrivi davvero al gong. È un difetto sottile ma presente: la tecnica regge, però non sempre la varietà delle situazioni tiene lo stesso passo. Inoltre, per un sistema di lotta così ben disposto a premiare lettura, tempi e sperimentazione, l’assenza di una vera modalità versus lascia una sensazione di occasione mancata. Il Free Play fa il suo lavoro e permette di tornare su sezioni completate per inseguire il punteggio, ma non basta a riempire quello spazio.
Resta poi una questione di scala e di identità contemporanea. Rushing Beat X: Return of the Brawl Brothers è un seguito riuscito soprattutto per chi sente ancora il richiamo del 16 bit nelle nocche, per chi sa cosa significhi passare da Final Fight a Streets of Rage e trovare nell’angolo anche una saga meno celebrata ma più sgraziata, cocciuta, piena di energia da strada. Proprio per questo il gioco convince di più come ritorno mirato che come rivoluzione del beat ’em up moderno. Non reinventa il genere, non prova a forzarne i confini, e in qualche passaggio mostra pure la natura di un progetto che conosce bene il proprio ring e preferisce non uscirne. Ma nel suo recinto pesta forte, e lo fa con intelligenza.
La vera vittoria del titolo sta allora nel non essersi limitato a sfruttare un marchio dimenticato. City Connection ha preso una saga che in Occidente era arrivata con nomi, trame e percezioni spezzate e l’ha rimessa in piedi con un seguito che rispetta la rissa di ieri e le dà abbastanza fiato per reggere quella di oggi. Non tutto è perfetto, e la quantità di contenuti non basta a farne un nuovo colosso da riferimento. Però il colpo entra. E quando entra, entra bene.
















