La fila davanti al cancello non finisce mai. Volti scavati, occhi arrossati, mani che tremano per il freddo o per qualcosa di peggio. Il contatore Geiger scandisce il tempo più delle parole, mentre ogni respiro trattenuto pesa quanto una sentenza. In Shelter 78: Mutant Protocol, disponibile su PlayStation 5 e PlayStation 4 e testato in questa sede su PlayStation 5, non si combatte con le armi, ma con lo sguardo, con la paura di sbagliare, con la consapevolezza che ogni errore non è reversibile. Qui non si salvano mondi: si decide chi merita di continuare a esistere.
L’opera di Nostra Games si inserisce nel solco dei gestionali narrativi a forte impronta morale, costruendo un’esperienza che vive di tensione costante e di ripetizione ragionata. Il giocatore interpreta l’ufficiale di controllo dello Shelter 78, ultimo avamposto sotterraneo di un’umanità divorata da radiazioni, fame e mutazioni. Ogni sopravvissuto che si presenta al checkpoint è un’incognita, un possibile tassello per la rinascita o una minaccia capace di annientare ciò che resta del rifugio.
Il controllo come meccanica narrativa
Il cuore ludico di Shelter 78: Mutant Protocol risiede nell’atto dell’osservazione. Ogni individuo va analizzato con strumenti sempre più precisi: termometri, lampade UV, analizzatori di respirazione diventano estensioni dello sguardo del giocatore. Piccole anomalie – vene che pulsano, pelle irregolare, un respiro troppo affannoso – raccontano più di qualsiasi dialogo. Non esistono spiegazioni verbali, né giustificazioni rassicuranti: il linguaggio del gioco è visivo, meccanico, implacabile.
Le decisioni sono nette e definitive. Consentire l’accesso, isolare il soggetto, eliminarlo. Il titolo non cerca scorciatoie emotive né soluzioni “giuste”, ma costruisce un sistema in cui il dubbio è la vera risorsa scarsa. La ripetitività del loop, spesso citata come limite, diventa invece parte integrante del messaggio: la routine del controllo è ciò che logora, anestetizza, rende più facile l’errore.
Gestire il bunker, gestire il panico
Superato il cancello, il gioco si apre alla gestione interna dello Shelter. Cibo, medicine, carburante ed energia elettrica vanno distribuiti con attenzione, in un equilibrio fragile che non ammette sprechi. Ogni scelta compiuta all’esterno si riflette all’interno, alimentando tensioni, panico e talvolta rivolte silenziose. La popolazione del bunker non è un semplice numero: è un organismo instabile, influenzato da carenze, paura e speranza.
Il sistema di potenziamento consente di ampliare camere di isolamento, rafforzare laboratori medici e migliorare le difese, ma ogni espansione comporta costi crescenti e nuovi rischi. Anche la mutazione non è un fenomeno binario: alcune infezioni possono essere contenute, studiate, persino curate, ma il tempo gioca sempre contro il giocatore. Le mutazioni dormienti rappresentano una minaccia latente, pronta a esplodere quando le risorse o l’attenzione vengono meno.
Atmosfera, tecnica e limiti strutturali
Dal punto di vista tecnico, Shelter 78: Mutant Protocol sceglie una messa in scena funzionale, priva di eccessi. L’interfaccia è chiara e leggibile, costruita per accompagnare il gesto ripetuto del controllo senza distrazioni inutili. L’assenza di dialoghi parlati rafforza il senso di isolamento e concentra l’esperienza su segnali visivi e sonori essenziali, ma la localizzazione esclusivamente in lingua inglese, testi compresi, rappresenta un limite per una parte del pubblico italiano.
La direzione artistica non punta allo spettacolo, ma a una desolazione coerente, fatta di colori spenti e ambienti claustrofobici. Tuttavia, è proprio nella struttura che emergono i limiti più evidenti: la varietà delle situazioni, pur crescendo nelle fasi avanzate, fatica a rinnovarsi davvero, e il rischio di assuefazione è concreto.Shelter 78: Mutant Protocol chiede al giocatore di accettare questa staticità come parte dell’esperienza, ma non sempre riesce a trasformarla in tensione crescente.
Nel suo insieme, Shelter 78: Mutant Protocol restituisce un’esperienza compatta e deliberatamente austera, capace di trasmettere un senso di isolamento costante e una tensione latente che nasce più dall’atmosfera che dalla varietà delle situazioni. La scelta di un impianto essenziale, quasi ascetico, finisce però per richiedere una partecipazione attiva da parte del giocatore, chiamato a colmare con l’immaginazione e la pazienza ciò che il design non sempre riesce a modulare in modo progressivo. Un titolo che convince per coerenza e identità, ma che lascia affiorare con chiarezza i confini del proprio impianto ludico.

















