Shinobi: Art of Vengeance aveva già dimostrato di saper riportare in vita un nome storico di Sega con una sicurezza che non era soltanto estetica. Lizard Cube non si era limitata a rivestire Joe Musashi di nostalgia ben illustrata, ma aveva costruito un action platform nervoso, preciso e spesso spietato, capace di tenere insieme rigore arcade, mobilità moderna e una certa eleganza da fumetto animato. Nella nostra recensione del gioco originale, già pubblicata sul sito, avevamo sottolineato proprio questo: la forza del progetto stava meno nell’operazione revival e molto di più nella qualità concreta del suo combat design, nel ritmo degli scontri e nella capacità di dare nuova energia a una serie che rischiava di restare prigioniera del proprio mito.
Shinobi: Art of Vengeance – Livello Sega Villains arriva allora in una posizione quasi ideale, perché non deve dimostrare che il gioco funzioni: quello lo si dava già per acquisito. Deve piuttosto capire come piegare una formula solida a una trovata da crossover che, detta ad alta voce, ha qualcosa di deliziosamente assurdo: prendere Joe Musashi e spedirlo contro Majima, Dr. Eggman e Death Adder, cioè tre personaggi che in qualunque assemblea Sega finirebbero per litigare sulla precedenza scenica prima ancora dei titoli di testa. Questo contenuto scaricabile, disponibile per PlayStation 4, PlayStation 5, Nintendo Switch, Xbox Series X|S e PC attraverso Steam, qui provato su PlayStation 5, aggiunge cinque stage, tre boss, tre ninpo, tre skin, sei brani ispirati alle saghe coinvolte e due modalità Boss Rush dedicate. Sul piano della sostanza è soprattutto altro Shinobi: Art of Vengeance, e quindi altro tempismo, altra aggressività controllata, altra piattaforma percorsa col coltello fra i denti. Il punto, semmai, è capire quanto l’idea dei “cattivi Sega” cambi davvero il gusto del piatto: abbastanza da renderlo più saporito nei momenti migliori, non sempre a sufficienza da trasformarlo fino in fondo.
Un crossover con la camicia ben stirata
La sorpresa più evidente è che il crossover, per lunghi tratti, rimanga quasi educato. Majima, Dr. Eggman e Death Adder sono nomi che portano con sé mondi interi, tic riconoscibili, iconografie fortissime e una certa predisposizione al caos, eppure i livelli che portano fino a loro restano spesso saldamente ancorati all’impianto del gioco base. L’Ankou Rift continua a dominare con i suoi spazi astratti e i suoi scenari sospesi, lasciando qua e là qualche occhiolino visivo alle serie ospiti, come se il DLC volesse dire: “Sì, tranquilli, li abbiamo invitati, sono in lista”.
Questa moderazione ha una sua logica, perché preserva la coerenza stilistica di Shinobi: Art of Vengeance, ma riduce anche l’impatto dell’operazione. Da un contenuto costruito attorno a tre antagonisti così riconoscibili ci si poteva aspettare una contaminazione più spinta nei nemici, nelle situazioni o almeno nel modo di articolare alcuni segmenti. Invece il DLC preferisce restare nel seminato e limitarsi a un remix ben confezionato della grammatica già nota, lasciando ai fondali e ai riferimenti il compito di evocare Golden Axe, Sonic the Hedgehog e Yakuza. Piacevole, sì. Un po’ trattenuto, altrettanto sì.
Quando arrivano i cattivi veri, il DLC si sveglia
Le cose cambiano appena entrano in scena i boss, e qui il DLC comincia davvero a giustificare il proprio titolo. Majima, Eggman e Death Adder non sono sagome illustri incollate sopra il sistema di combattimento, ma incontri pensati con attenzione, leggibili e spettacolarmente nervosi senza mai trasformarsi in confusione gratuita. Ognuno conserva qualcosa del proprio immaginario di provenienza e, allo stesso tempo, si adatta con naturalezza all’estetica affilata e teatrale di Lizard Cube. È in questi momenti che il contenuto smette di sembrare una buona idea ben amministrata e diventa finalmente un’ottima esecuzione.
Death Adder è probabilmente il confronto più riuscito, perché porta con sé la giusta dose di imponenza barbarica e una presenza scenica che basta quasi da sola a giustificare il viaggio. Majima, dal canto suo, è il più istrionico del gruppo e traduce bene sul piano ludico quella sua energia da mina vagante che sembra divertirsi quanto il giocatore a rendere il duello più complicato del necessario. Eggman, invece, punta più sul controllo, sulla meccanica e sulla necessità di leggere bene la situazione prima di reagire. Nessuno dei tre dà l’impressione di essere lì soltanto per fare la foto ricordo.
Più Shinobi, con qualche vecchio vizio al seguito
Tolto il fascino dell’ospitata di lusso, il DLC conferma soprattutto la bontà del gioco madre. I nuovi stage spingono con decisione sulla precisione, alzano la pressione degli scontri e sfruttano bene quel misto di mobilità, rischio e tempismo che rende Shinobi: Art of Vengeance così godibile quando entra davvero in temperatura. Da questo punto di vista, l’espansione funziona quasi come una versione più lineare e concentrata della campagna principale: meno deviazioni, meno esitazioni e più spazio per l’azione pura. Quando il ritmo si accende, il DLC ricorda con una certa prepotenza quanto questo impianto sappia ancora mordere.
Riemerge però anche uno dei limiti già noti del gioco base, cioè una certa tendenza ad allungare gli stage oltre la soglia in cui l’intensità resta davvero impeccabile. Non si tratta di livelli brutti o stanchi, ma di segmenti che ogni tanto chiedono qualche minuto di pazienza in più rispetto a quanto sarebbe ideale, soprattutto per chi ha voglia di rigiocarli e limarli per ottenere le valutazioni migliori. Su PlayStation 5 tutto gira con pulizia e buona leggibilità, mentre ninpo, musiche e Boss Rush completano il pacchetto con coerenza. Alla fine il giudizio resta favorevole: crossover un po’ tirato col freno a mano, ma DLC solido, intelligente e molto più pericoloso di quanto il suo garbo iniziale lasci intuire.
















