Quando Shooty McSpaceFace entra in scena, non perde tempo a scaldare il motore. Il gioco sviluppato da Brad Erkkila Games e pubblicato da Penguin Pop Games per PlayStation 5, PlayStation 4, Nintendo Switch, Xbox One e Xbox Series X|S, qui provato su PlayStation 5, si presenta come uno shooter-platform laterale che mette subito il piede sull’acceleratore: base spaziale invasa, un guerriero solitario, 59 livelli in 6 zone, un boss alla fine di ciascun settore e un arsenale sufficiente a trasformare ogni corridoio in una corsia di emergenza piena di rottami fumanti. La struttura è quella dell’arcade dichiarato, senza diversivi narrativi, senza mitologie da gonfiare e senza la pretesa di sembrare più grande di quanto sia. L’impianto è molto semplice: modalità principale, Arena, dodici attacchi speciali, sei miglioramenti unici e dieci design del personaggio.
La sua qualità migliore è proprio questa schiettezza. Shooty McSpaceFace non cerca un’identità complicata: vuole essere rapido, leggibile e abbastanza elastico da tenere in piedi il piacere del “salta, spara, schiva, riparti”. E per un buon tratto del viaggio ci riesce. I livelli sono brevi, la progressione è scandita in modo chiaro e il gioco capisce bene che il vero carburante di un progetto simile non è la sorpresa continua, ma la capacità di offrire una risposta pronta a ogni pressione del tasto e un flusso di ostacoli abbastanza serrato da tenere il giocatore sempre in lieve sovrasterzo. Il problema, semmai, è che una macchina del genere deve continuare a girare bene anche quando il primo entusiasmo del lancio è già alle spalle.
Un arcade che entra bene in curva
Pad alla mano, Shooty McSpaceFace funziona soprattutto grazie alla pulizia del suo nucleo. Il personaggio principale ha un’arma base, scudi, un attacco speciale e una mobilità abbastanza pronta da permettere schivate veloci, piccoli aggiustamenti in aria e una gestione decente del caos a schermo. I nemici arrivano secondo pattern presto riconoscibili, gli ostacoli ambientali aggiungono il giusto grado di pressione e i checkpoint, per un titolo di questo tipo, sono disposti con una severità ragionevole. Il gioco non è profondo in senso stretto, ma sa costruire una cadenza efficace: avanzare di qualche metro, ripulire l’area, leggere il prossimo pericolo, tenere la traiettoria giusta e non inchiodarsi nel momento peggiore.
Anche la suddivisione in stage corti è una scelta azzeccata. Invece di allungare artificialmente le sezioni, il gioco preferisce piccoli strappi ben separati, quasi come se ogni livello fosse un tratto di pista pieno di trappole da chiudere con una guida pulita. Questo aiuta moltissimo il ritmo generale, perché l’errore pesa meno, il riavvio non diventa punitivo e la struttura si presta bene tanto alla sessione breve quanto alla maratona più ostinata. La semplicità, qui, non è povertà automatica: è una forma di economia. Il gioco toglie tutto ciò che non gli serve e corre dritto sul proprio asse.
I boss sono i veri rettilinei finali
Dove Shooty McSpaceFace trova il meglio di sé è negli scontri con i boss. Sono il momento in cui la formula smette di sembrare solo una buona routine e acquista un minimo di personalità. Pattern da leggere, finestre d’attacco, proiettili da evitare e necessità di restare lucidi anche quando lo schermo si riempie: nulla di rivoluzionario, ma abbastanza per dare a ogni zona una chiusura riconoscibile. Il gioco capisce che in un arcade come questo la memoria non la fanno i singoli soldatini spaziali, ma il duello di fine settore, quello in cui serve stare composti anche quando tutto invita a premere i tasti con l’eleganza di un tamponamento a catena.
L’altro elemento che aiuta a tenere accesa la corsa è la progressione esterna. Gli upgrade non cambiano radicalmente lo stile di gioco, però bastano a dare un senso all’avanzamento. Le dodici mosse speciali e i sei potenziamenti non costruiscono una personalizzazione profonda, ma introducono quel tanto di margine necessario per far sentire la campagna meno piatta. Lo stesso vale per la modalità Arena: non allarga davvero il respiro del progetto, però offre una pista secondaria utile per tornare al nucleo più puro dell’azione senza rifare intere zone. È un contenuto laterale onesto, coerente con la scala dell’insieme.
Dove il motore resta piccolo
Il limite più evidente emerge con il passare dei livelli. Shooty McSpaceFace gira bene, ma gira sempre sullo stesso circuito. I nemici cambiano abbastanza da evitare la noia immediata, non abbastanza da trasformare davvero il modo in cui si affronta il gioco. Il sistema di upgrade accompagna, ma non sconvolge. Le ambientazioni fanno il loro dovere, ma la varietà estetica non è il tratto che si ricorda di più. Perfino la musica e la grafica rétro, pur coerenti, restano più funzionali che memorabili. Tutto questo non manda fuori strada il progetto, ma lo mantiene in una zona molto precisa: quella del titolo piacevole, compatto, ben leggibile, che però difficilmente allarga il proprio raggio oltre il primo colpo riuscito.
Va poi segnalata una nota pratica: sulle versioni console la lingua a schermo è solo l’inglese. In un gioco d’azione puro pesa molto meno che in una visual novel o in un RPG, ma resta comunque un dettaglio utile da sapere. Alla fine il giudizio su Shooty McSpaceFace dipende soprattutto dalla disponibilità ad accettarne il formato per ciò che è: un piccolo arcade laterale dal prezzo budget, tutto costruito su immediatezza, ripetizione ben dosata e boss fight come principali punti di richiamo. Non cerca di diventare il re del genere, ma neppure si schianta subito al primo muro. Corre onestamente, fa rumore quanto basta e arriva al traguardo con qualche ammaccatura prevedibile ma senza perdere pezzi essenziali.
















