C’era un suono nella nebbia, un respiro metallico che sembrava venire da sotto la pelle del mondo. Polly corse, inciampando sul terreno vischioso dell’orfanotrofio abbandonato, e per un istante le parve che la foschia la seguisse come un animale affamato. Quel bracciale, che ora pulsava di luce rossa, era l’unico segno rimasto del patto stipulato con la creatura che viveva nei suoi ricordi. Non sapeva più se fuggiva da essa o da se stessa. Così comincia Silly Polly Beast, l’action adventure di Andrei Chernyshov pubblicato da Top Hat Studios, disponibile per PlayStation 5, PlayStation 4, Xbox One, Xbox Series X|S e PC tramite Steam: un’opera che si muove tra sparatutto, esplorazione e momenti stealth, offrendo un’esperienza perturbante, frammentata e intensamente atmosferica.
A differenza di molti indie horror che si limitano a suggerire l’inquietudine attraverso cliché visivi, Silly Polly Beast preferisce costruire un linguaggio proprio, fatto di contrasti e interruzioni. Il gioco non racconta solo la fuga di una ragazza, ma una discesa metafisica nella colpa, dove ogni passo diventa una confessione e ogni vittoria un peccato. Le sue atmosfere sono debitrici della scuola europea del grottesco e del simbolismo religioso, con echi di Zdzisław Beksiński e di Silent Hill, ma la visione di Chernyshov resta personale: spigolosa, sanguigna, più espressionista che gotica.
Tra orrore e redenzione
In Silly Polly Beast, l’inferno non è un luogo ma una condizione dell’anima. La giovane protagonista, fuggita da un orfanotrofio che somiglia a un incubo collettivo, si ritrova prigioniera di una città immersa nella nebbia letale, un limbo dove tutto — persone, oggetti, ricordi — sembra oscillare tra vita e morte. La struttura narrativa procede per frammenti, sussurri e ricordi distorti, lasciando al giocatore il compito di ricomporre un mosaico di colpa e sopravvivenza.
Chernyshov evita la linearità: il racconto si apre e si richiude su se stesso, seguendo la logica del trauma più che quella della trama. Ogni incontro diventa un enigma morale, ogni decisione un peso da portare. La dimensione onirica e simbolica è tale da rendere incerti persino i confini del reale: non si sa mai se Polly stia combattendo contro demoni o contro i fantasmi della propria mente. In questo senso, Silly Polly Beast è un horror intimo, più vicino al dolore che alla paura.
Un gameplay spezzato ma ambizioso
Dal punto di vista ludico, Silly Polly Beast è un esperimento che unisce generi apparentemente incompatibili. Le fasi a scorrimento laterale si alternano a momenti con visuale dall’alto, a sezioni di tiro e furtività, creando un flusso costante di cambiamento. Questa alternanza non è casuale, ma funzionale a rappresentare la frammentazione mentale di Polly: ogni variazione di prospettiva coincide con un crollo o una presa di coscienza.
Il sistema di combattimento è teso e brutale. Polly dispone di poche armi da fuoco e di incantesimi proibiti, che può potenziare studiando le “conoscenze perdute” raccolte nel mondo di gioco. Le risorse sono scarse, le munizioni limitate, la sopravvivenza mai garantita. Ogni scontro è un duello di nervi in cui il tempismo, la gestione della stamina e la scelta della distanza diventano essenziali. Le boss fight, spesso costruite su simbolismi visivi, si distinguono per intensità e imprevedibilità.
Su PlayStation 5 il titolo si comporta con discreta solidità: i caricamenti sono rapidi, le animazioni fluide, anche se alcune collisioni risultano imprecise e i comandi, specie nelle fasi più concitate, richiedono un rigore quasi punitivo. Tuttavia, la risposta aptica del DualSense contribuisce a rafforzare la fisicità degli scontri: il battito del bracciale della nebbia, che vibra quando il pericolo si avvicina, diventa un segnale tattile e narrativo al tempo stesso.
La struttura del gioco alterna esplorazione e combattimento, ma soffre a tratti di un ritmo disomogeneo. Le sezioni stealth o i minigiochi basati sullo skateboard di Polly offrono varietà ma rallentano la tensione, mentre la mancanza di un sistema di crescita articolato limita la percezione di progresso. Ciononostante, il loop di esplorazione, scoperta e sopravvivenza riesce a mantenere costante la curiosità, grazie anche a un ottimo bilanciamento tra rischio e ricompensa.
L’estetica del dolore
Visivamente, Silly Polly Beast è un piccolo trionfo di coerenza stilistica. Il tratto ricorda un fumetto animato: le sagome nere, i tagli di luce improvvisi e la palette ridotta a rossi, ocra e grigi restituiscono un mondo in decomposizione, come se tutto fosse dipinto su carta bruciata. Ogni scenario, dall’orfanotrofio ai quartieri sommersi nella nebbia, racconta qualcosa del passato di Polly, e i mostri che la perseguitano sembrano incarnare i suoi sensi di colpa.
Il comparto sonoro è altrettanto ispirato: l’industrial cupo, i violini stridenti e le pause di silenzio costruiscono un paesaggio acustico inquietante, dove anche il respiro della protagonista diventa ritmo narrativo. L’adattamento italiano dei testi, curato con sensibilità, riesce a mantenere il tono poetico e disperato dell’originale, contribuendo all’immedesimazione.
Dietro la sua superficie di orrore, però, il titolo nasconde un cuore profondamente umano. Silly Polly Beast parla di perdita e redenzione, della paura di dimenticare chi si è e di scoprire che il male non è mai del tutto esterno. L’inferno in cui si muove Polly è il riflesso del suo passato, e il giocatore, esplorandolo, diventa parte del suo percorso di espiazione.
Nel panorama degli indie horror contemporanei, pochi titoli riescono a unire ambizione artistica e intensità emotiva con questa sincerità. Pur non privo di difetti tecnici e momenti di disorientamento, il gioco di Chernyshov è un’esperienza che lascia tracce profonde: più che essere giocato, Silly Polly Beast viene vissuto, respirato, sognato.















