Confesso una cosa con il coraggio di chi ha appena chiamato “mia” una palla che stava andando comodamente fuori di tre metri: ogni volta che un videogioco promette di insegnarmi qualcosa sulla pallavolo, finisce quasi sempre per ricordarmi che il mio contributo storico a questo sport consiste soprattutto nel piegare male le ginocchia e chiedere scusa. Smash it Wild, sviluppato da Goblinz Studio insieme a Ernestine e disponibile su PlayStation 5, Nintendo Switch, Xbox Series X|S e PC via Steam, qui provato su PlayStation 5, prende la nobile arte della schiacciata e la trascina in un torneo fantasy a turni con struttura roguelike, squadre di animali, oggetti, allenamenti e sconfitte che rispediscono senza pietà al punto di partenza. Sulla carta sembra il genere di idea che nasce alle due di notte tra un genio e una persona che non andrebbe lasciata sola con una lavagna. In pratica funziona molto meglio del previsto.
La prima sensazione pad alla mano è di lieve panico sportivo. Il gioco mescola pallavolo e dodgeball dentro una griglia tattica, e quindi costringe a ragionare in modi che il mio cervello da mediocre frequentatore di palestre scolastiche ha sempre provato a evitare. Qui ogni movimento conta, ogni posizione ha un peso, ogni tocco della palla può diventare un assist glorioso oppure una dichiarazione pubblica di incompetenza. La struttura roguelike, poi, aggiunge la simpatica idea che una serie di errori ben distribuiti lungo il torneo non porti soltanto alla sconfitta, ma a un elegante rientro diretto agli spogliatoi della vita. Ed è proprio in questa combinazione di sport, strategia e sofferenza pedagogica che Smash it Wild trova la propria identità più forte.
La palla vola, il cervello ansima, il turno passa
La trovata migliore del gioco è il modo in cui trasforma uno sport normalmente fondato sul riflesso in qualcosa di deliberato, quasi scacchistico, ma senza togliergli del tutto il gusto della catastrofe imminente. Il campo è una griglia, le azioni sono misurate, i personaggi si muovono, passano, schiacciano, murano e disturbano gli avversari con una logica a turni che all’inizio spiazza e subito dopo comincia a incastrarsi in testa con una certa perfidia. Il dodgeball non è un semplice condimento buffo: diventa un elemento destabilizzante, perché la palla non serve solo a segnare, ma anche a spostare, rompere la postura altrui, creare aperture e trasformare una situazione ordinata in una rissa tattica da campetto fantasy.
Questa doppia natura della palla è il cuore del gioco. Si può cercare il punto pulito, la costruzione elegante, il gesto quasi da manuale, oppure si può giocare sporco e usare il possesso come una clava sociale. In teoria tutto questo è magnifico. In pratica lo è davvero, ma dopo un’iniziale fase di smarrimento piuttosto umiliante. Le prime partite sono una specie di corso accelerato di pallavolo per persone che pensavano di cavarsela solo perché sanno la differenza tra bagher e schiacciata. Posizionare male un singolo atleta, sottovalutare la traiettoria o usare un’abilità nel turno sbagliato basta a trasformare una situazione promettente in una sconfitta molto educativa. È un gioco che non perdona la distrazione, e questo va detto con rispetto ma anche con le ginocchia sbucciate.
Quando però i meccanismi cominciano a entrare in circolo, il gusto aumenta parecchio. Le partite diventano piccoli rompicapi di posizione, tempismo e cattiveria sportiva. Si inizia a vedere il campo come una somma di angoli, minacce, coperture e opportunità; si comincia perfino a intuire che quella bestiola dall’aria innocua in realtà è un mostro da rete con evidenti problemi di convivenza civile. Il bello è che Smash it Wild non punta mai sull’immediatezza consolatoria: preferisce chiedere attenzione, memoria e capacità di adattamento. È una scelta che gli dona carattere, anche se rende l’ingresso un po’ meno accogliente di quanto il suo stile colorato potrebbe far pensare.
Le squadre, le combo e il sottile confine tra strategia e preghiera
Fuori dal campo, il gioco lavora su squadra, sinergie e crescita in modo abbastanza intelligente da sostenere il formato roguelike. Si scelgono potenziamenti, si assegnano oggetti, si costruiscono combinazioni e si tenta di capire come spremere il meglio da una rosa di animali atleti che non hanno nessuna intenzione di rendere semplice la vita al loro allenatore. Ogni team ha inclinazioni diverse, e questa varietà aiuta a evitare che tutte le run si confondano in un’unica lunga serie di schiacciate andate male. C’è gusto nello scoprire una combinazione efficace, nel vedere un personaggio difensivo aprire la strada a uno più aggressivo o nel costruire una piccola macchina da punti che funziona finché l’universo decide di non odiarti troppo.
Qui emerge anche uno degli aspetti più riusciti dell’esperienza: il senso di permanenza interna alla run. Ogni scelta pesa. Un upgrade sciocco preso con leggerezza, un oggetto equipaggiato solo perché sembrava carino, una sessione di allenamento gestita male: tutte cose che più avanti tornano a chiedere il conto con l’aria di chi aveva avvisato eccome. Il gioco riesce quindi a creare quella tensione tipica dei roguelike solidi, dove la sconfitta non sembra mai arrivare del tutto dal nulla ma neppure si lascia ridurre a una semplice colpa individuale. A volte si perde perché si è giocato male; altre volte perché la run ha deciso di vestirsi da sadica.
Il punto delicato è che l’equilibrio fra strategia e casualità non sempre resta impeccabile. Alcune combinazioni sembrano molto più forti di altre, e certe run prendono una piega brillante o deprimente con una rapidità quasi offensiva. Il gioco conserva comunque abbastanza struttura da non sembrare affidato solo ai dadi del destino, però ogni tanto si avverte quella fastidiosa impressione per cui una buona parte della fatica venga premiata o punita anche in base a quanto l’algoritmo abbia deciso di volerti bene. È un difetto tipico del formato, ma in un gioco così rigoroso sul campo si sente un po’ di più, proprio perché il sistema centrale dà l’impressione di meritare un contorno altrettanto controllato.
Colori, animali e il gusto sottile della sconfitta ben confezionata
Sul piano visivo Smash it Wild sceglie una strada brillante, leggibile e molto funzionale alla quantità di informazioni che deve mettere in circolo. I personaggi sono espressivi, il campo si lascia seguire bene, le animazioni aiutano a leggere lo svolgimento dell’azione e l’universo fantasy-sportivo conserva una personalità simpatica senza perdersi in decorazioni superflue. È una scelta saggia: un gioco così avrebbe potuto facilmente annegare nel proprio stesso entusiasmo grafico, invece riesce a restare chiaro anche quando la partita si fa complicata. La colonna sonora accompagna con energia sufficiente, senza pretendere di diventare il centro dell’universo, e su PlayStation 5 l’esperienza si lascia giocare con buona fluidità generale.
Dove il titolo mostra un altro piccolo limite è nel contorno meno strettamente ludico. Il mondo c’è, il torneo c’è, le squadre pure, ma la cornice narrativa resta molto leggera. Non è un dramma, perché il gioco non nasce per raccontare grandi epopee da spogliatoio, però il risultato è che la rigiocabilità si appoggia quasi tutta sulla solidità meccanica e molto meno sul fascino dell’ambientazione o dei personaggi. In altre parole: si torna in campo perché il sistema è interessante, non perché si muoia dalla voglia di sapere cosa pensi il pubblico del campionato o quale oscuro trauma sportivo si nasconda dietro un procione centrale. È una rinuncia legittima, ma limita un poco il raggio della sua presa emotiva.
Alla fine, però, Smash it Wild si porta a casa una qualità che conta più di molte altre: lascia il segno. Non perché sia perfetto, e infatti non lo è. Non perché vinca sempre il set con autorità, perché ogni tanto si incarta, concede qualcosa alla casualità e chiede un apprendistato non proprio amoroso. Ma perché costruisce un’identità molto netta e la sostiene con un sistema davvero originale, capace di trasformare la pallavolo in una faccenda di geometrie, rischi e sofferenze tattiche. Per chi ama i giochi che prendono un’idea improbabile e la spingono fino a farla funzionare, qui c’è parecchio da apprezzare. Per chi cerca un’esperienza subito trasparente, accomodante e senza lividi psicologici, il muro potrebbe arrivare in faccia con una certa puntualità. E lo dico da persona che sul muro, storicamente, ha sempre avuto un rapporto molto teorico.
















