Era morta da secoli. Il corpo dimenticato, il nome cancellato. Ma ora si ridesta tra i rottami di un vascello millenario, fluttuante nel vuoto cosmico. Adrestia, ex tribuno divinizzato, riceve una seconda possibilità: impedire che sua sorella gemella, Harmonia, consumi ciò che resta dell’universo. Un compito arduo, incastonato in un intreccio di miti, tecnologia e follia, che prende vita in Somber Echoes, metroidvania sviluppato da Rock Pocket Games e Lav Games, pubblicato da Bonus Stage Publishing e disponibile su PlayStation 5, Xbox Series X|S e PC. La versione da noi testata su console Sony mostra l’ambizione di un progetto che non si limita a replicare le convenzioni del genere, ma tenta di travalicarle, fondendo estetica, narrazione e meccanica in un’unica, inquietante visione.
Il peso della mitologia, la grazia della meccanica
Nel cuore narrativo di Somber Echoes c’è un dramma di origine greca, ricontestualizzato in uno scenario sci-fi corroso dal tempo. La nave spaziale Atromitos, un tempo gloria dell’ingegneria greco-romana, è ora un relitto posseduto da entità ultradimensionali. Le rovine parlano di culti spezzati, conoscenze arcane e scelte morali senza ritorno. Nei panni di Adrestia, il giocatore esplora biomi differenti e narrativamente coerenti, ciascuno con una propria identità visiva e sfida ambientale. Il titolo spicca per la qualità del world building, che coniuga la solennità marmorea del classicismo con la freddezza metallica della deriva fantascientifica.
Il gioco si distingue anche per un approccio al movimento acrobatico che rappresenta la sua vera colonna portante. I Lanterna d’Etere permettono ad Adrestia di concatenare balzi multidirezionali e manovre gravitative in modo esaltante, sfidando la verticalità delle ambientazioni e premiando l’iniziativa del giocatore più curioso. Il sistema richiede padronanza e pazienza, ma restituisce soddisfazione crescente via via che si sbloccano nuove possibilità di concatenazione. La progressione ambientale è quindi legata a doppio filo con la maestria acquisita, secondo una logica metroidvaniana ben orchestrata.
Combattimento tra parate e imperfezioni
Il combattimento cerca di affiancarsi al platforming con uno stile altrettanto distintivo. Gli scontri si basano su una danza di parate perfette, fendenti concatenati e proiettili energetici, ma non sempre riescono a reggere la stessa tensione dinamica dei salti e delle esplorazioni. Gli avversari ordinari tendono a ripetersi troppo, e sebbene alcuni boss si distinguano per regia visiva, il bilanciamento della sfida è talvolta penalizzato da colpi troppo simili tra loro o da fasi prolungate senza variazioni.
Le scelte di mappatura dei comandi, pur modificabili, appaiono poco intuitive in certe fasi cruciali, specie quando si combinano salti acrobatici e combattimenti simultanei. Alcuni passaggi risultano eccessivamente punitivi, non tanto per difficoltà quanto per rigidità esecutiva, andando a inficiare il senso di fluidità che altrove domina l’esperienza. Fortunatamente, il gioco premia comunque la costanza, con potenziamenti ben distribuiti e meccaniche sbloccabili che ampliano realmente le possibilità di interazione.
Un universo stilizzato e decadente
Dal punto di vista visivo, Somber Echoes si avvale dell’Unreal Engine per offrire una rappresentazione efficace di decadenza e maestosità interrotte. I giochi di luce contribuiscono a scolpire gli ambienti in chiaroscuro espressivo, mentre le texture definiscono con precisione le superfici rovinate o cariche di dettagli narrativi. La direzione artistica brilla nel design dei distretti, capaci di evocare atmosfere distinte e simbolicamente coerenti con la parabola di Adrestia.
Meno convincenti risultano invece alcune animazioni nei filmati di raccordo, in cui l’effetto “marionetta” spezza la sospensione dell’incredulità. Il sonoro accompagna la vicenda con discrezione: le musiche si insinuano senza imporsi, ma forse mancano di quel guizzo capace di rendere memorabili i momenti chiave.
L’eco che resta
Somber Echoes si propone come un metroidvania atipico, immerso in una mitologia personale che attraversa lo spazio e la mente. Non è privo di difetti: alcuni picchi di difficoltà non calibrata e una certa ripetitività nei combattimenti minano la fluidità dell’opera, ma l’ambizione artistica e la cura per la mobilità lo rendono un esperimento degno di nota. È nei momenti di silenzio, quando si librano nello spazio vuoto le lanterne d’etere e il battito del cuore si mescola all’eco della rovina, che il gioco trova la sua voce. Una voce antica, malinconica, eppure necessaria nel panorama odierno.
















