Immaginate di arrivare a Formentera e scoprire di aver preparato il bagaglio sbagliato: niente telo da mare, niente macchina fotografica, soltanto una vecchia console portatile con una cartuccia infilata dentro. Tales of Formentera potrebbe cominciare così, e la cosa divertente è che l’immagine risulta meno artificiosa di quanto sembri. Il progetto di Three Monkeys nasce infatti pensando realmente al Game Boy, quindi i pixel grandi, la tavolozza ridotta e quell’aspetto che nella nostra prova su PlayStation 5 sembra provenire da un’altra generazione non sono un travestimento rétro applicato per moda. Fanno parte delle sue origini e spiegano perché un’isola famosa per luce, mare e colori venga raccontata con mezzi visivi tanto essenziali.
Dentro questa cornice si trova una piccola avventura investigativa. Qualcosa di misterioso sta accadendo a Formentera e il giocatore deve attraversare liberamente l’isola, parlare con gli abitanti e raccogliere gli indizi necessari a comprenderne la causa. Il percorso passa attraverso luoghi ispirati a quelli reali, storie popolari e tradizioni locali, con missioni secondarie, oggetti nascosti ed enigmi ambientali a interrompere le conversazioni. Gabriel Moreno, creatore del gioco, ha legato il progetto al proprio interesse personale per Formentera e al desiderio di trasferirne parte del patrimonio nel videogioco: una motivazione che aiuta a capire perché l’ambientazione conti qui più di qualsiasi tentativo di costruire una grande epopea. Ratalaika Games ha portato questa curiosa escursione su PlayStation, Xbox, Nintendo Switch e Steam.

Una cartuccia con l’accento delle Baleari
L’aspetto più simpatico di Tales of Formentera sta proprio nella specificità del luogo. Il gioco non potrebbe essere spostato su un’isola generica cambiando due nomi senza perdere qualcosa, perché fari, abitanti e racconti sono parte del motivo per cui esiste. Tra i riferimenti riconoscibili compaiono anche La Mola ed Es Cap, e girare fra questi luoghi in versione tascabile produce un effetto curioso: un territorio reale viene semplificato fino a sembrare la mappa di una vecchia avventura portatile, mentre nomi e storie continuano a rimandare alla Formentera autentica. La riduzione grafica diventa così quasi una forma di miniaturizzazione, come quei souvenir minuscoli che non pretendono di sostituire il viaggio ma riescono comunque a ricordare immediatamente da dove arrivano.
Il resto segue la stessa misura. Gli abitanti affidano piccoli incarichi, gli indizi fanno avanzare il mistero e gli enigmi ambientali interrompono l’esplorazione senza prendere il sopravvento. Collezionabili e deviazioni facoltative danno invece un motivo per allontanarsi dal percorso più diretto e curiosare, che in un gioco costruito attorno alla scoperta di un luogo è probabilmente la cosa più sensata da fare. Non serve quindi una lunga lista di sistemi: Tales of Formentera vive soprattutto del piacere di vedere che cosa c’è poco più avanti e di ascoltare ciò che l’isola vuole raccontare. Peccato soltanto per l’assenza dell’italiano, che avrebbe reso più immediato seguire dialoghi e leggende, senza però compromettere l’impostazione generale dell’avventura.

Piccolo per scelta
La scala ridotta finisce per essere il dato con cui fare pace prima ancora di decidere se Tales of Formentera possa piacere. Chi cerca sistemi elaborati, enigmi particolarmente sofisticati o un’avventura pronta a occupare settimane difficilmente troverà qui il proprio prossimo domicilio digitale. Three Monkeys concentra invece l’attenzione sulla curiosità di attraversare un luogo concreto, incontrarne gli abitanti e vedere come un progetto nato pensando a una console del 1989 possa arrivare nel 2026 su una PlayStation 5 senza perdere il proprio carattere. È proprio questa improbabile distanza fra hardware moderno e sensibilità da vecchia cartuccia a renderlo piacevole: una breve deviazione dalle produzioni più ingombranti, con Formentera abbastanza presente da essere qualcosa di più di uno sfondo esotico.











