Vi è, nei generi ludici più battuti, una sorte non troppo diversa da quella dei generi letterari abusati: quando una forma si diffonde oltre misura, sopravvivono i codici, ma s’inaridisce la meraviglia. Il cosiddetto survivors-like, figlio recente ma già prolificissimo, rischia ormai di presentarsi come una litania di mostri, proiettili e progressioni numeriche, dove il diletto meccanico resta intatto ma l’invenzione si fa sempre più rara. The Spell Brigade, sviluppato e pubblicato da Bolt Blaster Games, giunge su PlayStation 5, oltre che su PC, provando a introdurre in tale schema un elemento di perturbazione assai meno innocente di quanto sembri: la compagnia altrui. Non già la compagnia come semplice comodità cooperativa, ma come principio di disordine, intralcio, collisione, soccorso e rovina comune. La sua forma è quella di un bullet heaven cooperativo online da uno a quattro giocatori, fondato su incantesimi combinabili, missioni di squadra e fuoco amico. Detto più semplicemente: una piccola compagnia di maghi costretta a salvarsi l’un l’altro mentre, con zelo non sempre controllato, rischia di annientarsi da sé.
L’intuizione è buona, e perfino più sottile di quanto il primo colpo d’occhio lasci credere. Là dove il genere tende alla solitudine industriosa di chi corre in tondo e ottimizza il proprio arsenale fino all’inevitabile saturazione dello schermo, The Spell Brigade sposta il baricentro verso una forma di convivenza bellica. Il caos, qui, non è un accidente del sistema, ma il suo presupposto. Muoversi in quattro dentro un’arena gremita di mostri, raccogliere mana, rispondere a obiettivi condivisi, potenziare magie e nello stesso tempo sorvegliare i movimenti degli alleati significa mutare la consueta economia del genere: non basta più sopravvivere, occorre sopravvivere assieme, e possibilmente senza convertirsi, per sbadataggine o eccesso di zelo, nella principale minaccia per i propri compagni. È una variazione tutt’altro che banale, e per un buon tratto anche riuscita.
La compagnia come principio di disordine
Il punto in cui l’opera mostra la sua fisionomia più nitida coincide con il momento in cui i giocatori cessano di comportarsi come quattro monadi parallele e cominciano davvero a formare una brigata, nel senso antico e concreto del termine: un gruppo che avanza compatto solo in teoria, mentre in pratica inciampa, si accalca, sbaglia i tempi, si ostacola e nondimeno, talvolta, prevale. Il fuoco amico, che potrebbe sembrare una trovata di superficie, modifica invece radicalmente l’occupazione dello spazio. Impone di leggere non solo la marea dei nemici, ma anche gli assi di movimento degli alleati, i loro effetti, le traiettorie dei loro sortilegi, i luoghi che sarebbe prudente evitare e quelli in cui, per distrazione o ingordigia, si finisce puntualmente per sostare.
Anche il sistema di resurrezione, con il ritorno in campo che avviene in forma letteralmente esplosiva, contribuisce a questa identità. La morte non è soltanto interruzione, ma episodio del medesimo teatro caotico che il gioco mette in scena. Vi è, in tale costruzione, qualcosa di quasi farsesco e insieme strategico: una piccola commedia dell’errore magico, nella quale la rovina temporanea del singolo può diventare l’occasione per una ripresa di squadra. Proprio qui si avverte che The Spell Brigade ha compreso una verità importante: la cooperativa memorabile non nasce dall’armonia assoluta, ma dall’attrito. Se tutto scorresse con impeccabile pulizia, il gioco perderebbe una parte decisiva del proprio carattere.
La potenza promessa e la potenza avvertita
Sennonché, oltre l’idea felice, si incontra il limite più vistoso dell’opera: la sensazione di crescita, che in titoli di questa stirpe dovrebbe rappresentare quasi un’ebbrezza, qui rimane invece più trattenuta, più cauta, talvolta persino opaca. Si sbloccano magie, si elevano di grado gli incantesimi, si aggiungono elementi, reliquie e modificatori; tuttavia il passaggio da una condizione all’altra raramente produce quella trasfigurazione del campo che i migliori esemplari del genere sanno offrire. La progressione c’è, senza dubbio; ma procede più per deposito lento che per improvvisa epifania. Ciò che sulla carta appare promettente, nella concretezza della run si traduce spesso in un miglioramento avvertibile ma non memorabile.
È qui che il gioco tradisce, almeno in parte, il patto implicito del proprio casato. Nei più felici bullet heaven, il potenziamento giusto altera il rapporto con il mondo: apre una nuova lettura dello schermo, cambia il ritmo, fa sentire il giocatore investito di un potere quasi eccessivo. In The Spell Brigade ciò accade di rado. Gli incantesimi principali reggono gran parte del peso offensivo; le aggiunte accessorie affinano l’insieme, ma senza quasi mai incendiarlo davvero; perfino le ricompense degli eventi si avvertono più come utili addendi che come autentici mutamenti di stato. Il divertimento, per questa via, non si spegne, ma resta sovente piacevole dove avrebbe dovuto farsi irresistibile.
Il prezzo della progressione e il limite della forma
A tale misura contenuta della crescita si accompagna una meta-progressione piuttosto laboriosa. Le partite richiedono tempo, applicazione, una certa pazienza; ma il raccolto permanente non sempre appare proporzionato alla fatica seminata. Si sbloccano miglioramenti, si rafforza l’arsenale, si ritorna in campo, eppure la cadenza complessiva tende a farsi più macchinosa che davvero esaltante. Anche alcune sfide interne, chiamate a fornire orientamento ulteriore, non brillano sempre per chiarezza o precisione nel riconoscere i traguardi raggiunti. Nulla di irreparabile, ma abbastanza da conferire all’intera progressione un lieve sapore di frizione amministrativa.
La presentazione, dal canto suo, assolve con correttezza ai propri doveri senza elevarsi a motivo autonomo d’ammirazione. L’impianto visivo resta leggibile, gli effetti non precipitano del tutto nell’indistinzione, il bestiario si lascia interpretare con sufficiente prontezza; ma l’impressione generale è più funzionale che memorabile. Anche il comparto sonoro accompagna con decoro, senza però conferire all’esperienza quella maestà o quella singolarità che potrebbero riscattare i momenti più ripetitivi. In altri termini, The Spell Brigade possiede un’idea centrale più forte della sua messa in scena e, soprattutto, più forte della propria economia di ricompense.
In definitiva, The Spell Brigade si colloca in una terra intermedia che, per certi versi, ne costituisce tanto il fascino quanto il limite. Da un lato possiede un’intuizione abbastanza nitida da distinguerlo nel fitto sottobosco dei survivors-like, perché comprende che la cooperativa non debba ridursi a semplice simultaneità di presenze, ma possa farsi principio di attrito, disordine e spettacolo condiviso. Dall’altro, però, non sempre riesce a convertire questa felice invenzione in una progressione altrettanto persuasiva, né in una macchina di gratificazione capace di sostenere con eguale forza il lungo periodo. Ne risulta un’opera che diverte, talvolta molto, e che sa ritagliarsi un carattere proprio, ma che lascia altresì la sensazione di una promessa mantenuta solo in parte: più compiuta nell’idea che la governa che nella continuità con cui tale idea viene nutrita e ricompensata.
















