Fort Oasis appare dalla costa come un posto nel quale nessuna persona dotata di istinto di conservazione dovrebbe voler mettere piede. Il problema è che in Total Chaos ci arriviamo dopo un naufragio, sotto un cielo che promette soltanto altra pioggia, e una voce alla radio ci invita ad addentrarci proprio là dove il buon senso suggerirebbe di costruire una zattera con qualsiasi cosa galleggi. Le vecchie strutture industriali sono divorate dalla ruggine, i corridoi sembrano troppo stretti anche quando non lo sono e quasi ogni rumore suggerisce qualcosa che preferiremmo non incontrare. Il survival horror di Trigger Happy Interactive stabilisce così molto presto le proprie condizioni: Fort Oasis non deve soltanto essere esplorata, deve diventare un luogo del quale imparare ad avere paura.
Pubblicato da Apogee Software e Atari, Total Chaos è disponibile su PlayStation 5, Xbox Series X|S e PC tramite Steam. Per questa prova abbiamo utilizzato la versione PS5. Il progetto affonda le proprie radici nella scena del modding, ma la trasformazione in titolo autonomo non ne ha cancellato l’indole feroce: nove capitoli, inventario limitato dal peso, armi costruite con materiali di recupero, risorse avare e creature che raramente consentono di affrontare un incontro con tranquillità. L’elemento decisivo resta però l’atmosfera. Il gioco preferisce logorare lentamente la sicurezza del giocatore piuttosto che affidarsi a una successione di apparizioni improvvise, lasciando che radio disturbate, ambienti decadenti e informazioni frammentarie facciano nascere il dubbio più efficace di tutti: non sapere più quanto di ciò che vediamo sia realmente accaduto.

Fort Oasis non è un posto da visitare due volte
L’isola viene raccontata soprattutto attraverso ciò che resta. Appunti, fotografie, stanze abbandonate e segnali radio ricostruiscono gradualmente il destino di Fort Oasis senza consegnare una spiegazione ordinata degli eventi. Molti dettagli devono essere collegati dal giocatore e la stessa identità del protagonista rimane avvolta da ricordi incompleti e percezioni sempre meno affidabili. Questa frammentazione funziona perché trova negli ambienti un supporto concreto: dormitori, impianti industriali, cunicoli e zone sommerse non sembrano semplici scenografie dell’orrore, ma luoghi nei quali qualcosa è realmente precipitato molto prima del nostro arrivo. I livelli possiedono una struttura abbastanza articolata da alimentare il senso di scoperta, alternando spazi oppressivi a zone più aperte senza ridurre mai davvero la sensazione di isolamento.
L’orientamento, tuttavia, può diventare parte della sofferenza anche quando probabilmente non dovrebbe. Illuminazione torbida, architetture simili e alcuni corridoi difficili da distinguere rendono certe sezioni più dispersive del necessario, soprattutto quando bisogna tornare sui propri passi alla ricerca di una porta o di un passaggio precedentemente ignorato. La disgregazione dello spazio contribuisce all’angoscia, ma non sempre è facile capire dove finisca la scelta atmosferica e dove cominci una segnalazione insufficiente del percorso. È uno dei pochi casi in cui conoscere meglio Fort Oasis non significa necessariamente sentirsi più sicuri: dopo diverse ore ne riconoscevamo l’odore immaginario della ruggine, ma non sempre ricordavamo quale scala conducesse esattamente dove volevamo andare.

Ogni pezzo di metallo potrebbe salvarci
La sopravvivenza poggia su una gestione delle risorse deliberatamente severa. Rottami e materiali possono essere trasformati in armi improvvisate o utilizzati per migliorarle, mentre munizioni, cure e strumenti occupano uno spazio che invita continuamente a rivalutare ciò che si porta con sé. Il limite legato al peso rende persino un oggetto apparentemente inutile una piccola decisione strategica: abbandonarlo significa rischiare di averne bisogno più avanti, conservarlo vuol dire sacrificare spazio per qualcosa di immediatamente prezioso. Total Chaos alimenta così una forma di paranoia perfettamente coerente con il resto dell’esperienza. Dopo qualche capitolo si comincia a raccogliere ferraglia non perché sembri utile, ma perché l’idea di lasciarla per terra provoca una sottile inquietudine.
Il combattimento conserva lo stesso carattere ostile. Mazze, chiavi, asce e armi da fuoco restituiscono un discreto peso ai colpi, ma la mischia può diventare imprecisa e gli avversari comuni tendono talvolta a trasformare gli scontri in scambi poco eleganti. La durata limitata dell’equipaggiamento aggiunge ulteriore pressione e rende particolarmente fastidioso sprecare una buona arma contro creature che non rappresentano una vera minaccia tattica. I nemici più elaborati funzionano meglio, perché chiedono di considerare distanza, spazio e risorse disponibili prima di impegnarsi. Il risultato è un sistema capace di creare vera tensione, ma anche di oltrepassare occasionalmente il confine fra scarsità significativa e punizione. Total Chaos vuole che ci sentiamo vulnerabili; alcune volte ci riesce perché ci ha messo alle strette, altre perché ci ha semplicemente lasciato con l’attrezzo sbagliato in mano.

La paura vive anche nei muri
Visivamente, Total Chaos trova personalità proprio nella decomposizione. Fort Oasis è fatta di metallo ossidato, cemento sporco, superfici bagnate, illuminazione malata e stanze nelle quali sembra che l’aria sia rimasta ferma per anni. Su PS5 non cerca una pulizia da grande produzione e alcune texture o geometrie possono apparire meno rifinite di quanto ci si aspetterebbe dall’hardware, ma l’impatto complessivo è forte grazie alla direzione artistica e alla costruzione dei livelli. Le zone migliori possiedono una fisicità quasi sgradevole: pareti umide, macchinari abbandonati e passaggi troppo angusti fanno desiderare continuamente uno spazio aperto che, quando finalmente arriva, raramente porta il sollievo sperato. Il limite emerge quando il fango visivo riduce troppo la distinzione fra ambienti e complica ulteriormente la navigazione.
Il suono completa gran parte del lavoro. Metallo che scricchiola, acqua che cade da qualche punto invisibile, passi amplificati dal vuoto e versi lontani creano una presenza costante anche quando lo schermo non mostra alcuna minaccia. Il silenzio stesso viene utilizzato con efficacia: attraversare una stanza apparentemente sicura dopo diversi minuti di rumori ostili può risultare più inquietante dell’ennesimo mostro. Giocato con le cuffie, Total Chaos riesce spesso a trasformare un rumore alle spalle in una ragione sufficiente per fermarsi. È questa pressione continua, più ancora degli scontri, a rendere la traversata autenticamente ansiogena. Il gioco non ha bisogno di ricordarci continuamente che Fort Oasis è pericolosa; dopo poche ore siamo noi a presumere che lo sia ogni volta che apriamo una porta.
Il risultato è un survival horror esigente che chiede una certa disponibilità a sopportare attriti, smarrimento e sconfitte poco gentili. Il combattimento non possiede sempre la precisione necessaria, alcune architetture possono confondersi e la gestione delle risorse rischia occasionalmente di diventare più punitiva che stimolante. Eppure proprio la combinazione fra livelli elaborati, identità visiva, sonoro e pressione costante rende Fort Oasis difficile da dimenticare una volta lasciato il controller. Total Chaos funziona soprattutto quando ci costringe a entrare in una stanza controvoglia, con poche cure, un’arma prossima a cedere e la certezza che dall’altra parte ci sia qualcosa. Magari non c’è niente. Il problema è che dopo nove capitoli non abbiamo più alcuna intenzione di verificarlo con leggerezza.













