Prima di diventare un’immagine ricorrente del cyberpunk e dell’orrore urbano, la città murata di Kowloon è stata un luogo reale, stratificato e contraddittorio. Nei suoi pochi ettari convivevano decine di migliaia di persone, botteghe, laboratori, ambulatori, famiglie e attività illegali, dentro un intreccio edilizio cresciuto quasi senza pianificazione. Anche dopo la demolizione, l’immagine della città murata ha continuato a sopravvivere nell’immaginario videoludico, trasformata di volta in volta in labirinto urbano, rifugio criminale o incubo verticale. Welcome to Kowloon raccoglie proprio quell’eredità visiva e la trasforma in un breve percorso dell’orrore.
Pubblicato originariamente su Steam nel 2023, Welcome to Kowloon arriva ora su console attraverso il porting curato da Axyos Games Entertainment. Il progetto è sviluppato da a1esska, Notex, N4bA e Admia ed è un walking simulator horror in prima persona, privo di combattimenti e costruito attorno all’esplorazione di corridoi, appartamenti e passaggi angusti. È disponibile su PlayStation 5, Xbox Series X|S e PC tramite Steam; la versione esaminata è quella PS5. La premessa segue un giovane studente alla ricerca di un alloggio economico, decisione comprensibile che lo conduce nel genere di condominio in cui persino l’annuncio “utenze incluse” comincia a suonare minaccioso.

La città prima del mostro
La città murata di Kowloon nacque da un’anomalia politica e amministrativa fra autorità cinesi e governo coloniale britannico. Nel tempo divenne un agglomerato di edifici interconnessi, tubature esposte, cavi, laboratori e abitazioni private, poi evacuato all’inizio degli anni Novanta e demolito fra il 1993 e il 1994. Ridurla a regno del crimine sarebbe comodo quanto inesatto: violenza, degrado e attività clandestine furono parte della sua storia, ma accanto a esse esistevano reti di vicinato, lavoro e vita quotidiana. Oggi al suo posto sorge un parco, mentre fotografie e testimonianze continuano a esercitare una forza quasi irreale.
Il gioco non tenta una ricostruzione storica in senso stretto. Usa Kowloon come condensato di umidità, sovraffollamento e isolamento, accentuandone gli aspetti più inquietanti fino a trasformarla in un luogo apertamente maligno. È una scelta prevedibile, ma l’ambientazione rimane la ragione principale per attraversarne i cinquanta minuti scarsi. Gli stretti ballatoi, le finestre troppo vicine, le stanze stipate e i fili sospesi restituiscono una pressione spaziale rara, soprattutto nei primi minuti, quando il protagonista osserva i residenti e cerca di capire quali regole governino il palazzo.
La cura visiva emerge nella composizione degli ambienti più che nella qualità di ogni singolo oggetto. Luci sporche, superfici bagnate, insegne, tende e suppellettili costruiscono quadri convincenti finché lo sguardo resta in movimento; avvicinandosi, alcune texture e modelli mostrano i limiti della produzione. Poco importa nelle sequenze migliori, perché la densità del fondale mantiene l’illusione e suggerisce vite dietro porte che il gioco non permette di aprire. Proprio questa promessa, una città intera compressa oltre il muro, affascina più della vicenda raccontata.

Cinquanta minuti di porte socchiuse
Il percorso è quasi completamente lineare. Si cammina, si osservano pochi elementi interattivi, si recuperano chiavi e oggetti necessari ad aprire il passaggio successivo. Gli enigmi sono elementari e non chiedono vere deduzioni: servono a rallentare il passo, indirizzare lo sguardo e preparare il prossimo evento. Per un’esperienza tanto breve la semplicità evita dispersioni, ma priva l’esplorazione di quel coinvolgimento che avrebbe potuto trasformare l’edificio in uno spazio da comprendere anziché in un corridoio da percorrere.
La trama offre ancora meno appigli. Il giovane studente entra in un ambiente abitato da figure ostili e scopre progressivamente che il prezzo basso nasconde conseguenze poco salutari. Personaggi, motivazioni e fenomeni soprannaturali rimangono abbozzati; il racconto si affida a immagini disturbanti e presenze improvvise senza costruire un mistero capace di sopravvivere ai titoli di coda. Kowloon fornisce un contesto sociale enorme, ma la sceneggiatura lo sfiora soltanto, preferendo una storia di persecuzione che potrebbe svolgersi in molti altri condomini horror.
La paura funziona quando nasce dall’attesa. Un rumore oltre la parete, una sagoma ferma in fondo al corridoio o un volto intravisto da una finestra hanno più effetto delle manifestazioni esplicite. In quei momenti Welcome to Kowloon sfrutta bene la prospettiva in prima persona e l’impossibilità di creare distanza dall’ambiente. I jumpscare arrivano comunque, accompagnati da improvvisi picchi sonori e apparizioni piuttosto telefonate. Qualche scossa riesce, soprattutto con cuffie e stanza buia, ma il ricorso a questi espedienti indebolisce la tensione più sottile costruita poco prima.

Quando l’atmosfera deve fare tutto
Il comparto sonoro sostiene gran parte dell’esperienza. Ronzii elettrici, acqua, passi e movimenti dietro i muri danno profondità a spazi che visivamente rischierebbero di sembrare semplici scenografie. L’audio posizionale della versione PlayStation 5 aiuta a percepire presenze fuori campo e amplifica la sensazione di trovarsi dentro un edificio abitato, non in una successione di stanze vuote. La musica interviene con misura; sono i rumori ordinari, deformati dalla situazione, a mantenere più alta l’attenzione.
Il porting su PS5 si presenta pulito. Il movimento con il controller è immediato, le prestazioni restano stabili e l’illuminazione conserva l’impatto della versione PC. Alcuni effetti di post-produzione, insieme alla simulazione da vecchia videocamera, contribuiscono al carattere delle immagini ma possono risultare invadenti. La telecamera tende inoltre a oscillare parecchio durante gli spostamenti, effetto che, più che inquietare, rischia occasionalmente di affaticare.
La durata dichiarata di circa cinquanta minuti corrisponde alla realtà, con possibili variazioni minime legate al ritmo di esplorazione. Una volta conosciuti percorso e apparizioni, mancano diramazioni, segreti sostanziali o motivi concreti per ricominciare. La brevità non costituisce automaticamente un difetto: l’horror trae spesso vantaggio dalla concentrazione e molti racconti si rovinano proprio quando insistono oltre il necessario. Qui, però, il tempo ridotto si accompagna a una trama esile, interazioni modeste e un repertorio di paure limitato, rendendo il prezzo pieno difficile da giustificare per chi cerca soprattutto un gioco dell’orrore.
Il discorso cambia per chi è affascinato dalla città murata e dalla sua iconografia. Pur semplificandone la storia e utilizzandola come involucro minaccioso, Welcome to Kowloon offre una rappresentazione digitale di notevole densità, capace di evocare fotografie e racconti del luogo con una fedeltà visiva che pochi titoli hanno cercato. È questo l’elemento che rimane dopo i jumpscare e la conclusione frettolosa: il desiderio di soffermarsi sui ballatoi, guardare verso l’alto e immaginare il peso di tutte quelle stanze sovrapposte.
Come horror, Welcome to Kowloon raggiunge una sufficienza dignitosa grazie all’atmosfera e al suono, ma paga una scrittura debole, una struttura priva di sorprese e una durata che lascia poco spazio allo sviluppo. Come visita inquieta a uno dei luoghi urbani più affascinanti del Novecento, possiede invece un’identità più precisa. L’acquisto a prezzo pieno ha senso soprattutto per chi è affascinato dalla città murata di Kowloon; chi cerca soltanto una breve serata horror farebbe meglio ad aspettare una promozione, considerata la durata inferiore all’ora e la scarsa profondità dell’esperienza.













