L’apocalisse zombie ci ha abituati a città bruciate, sopravvissuti tormentati e discorsi pronunciati sotto la pioggia su quanto fosse bella l’umanità prima che qualcuno iniziasse a mangiare il vicino. Zombuffoonery non sembra particolarmente interessato a tutto questo. Il mondo è comunque crollato, le creature arrivano a ondate e noi rappresentiamo l’ultima linea di difesa, ma il tono con cui Zero5games e Sharkgame affrontano la faccenda è quello di chi considera la fine della civiltà un’ottima occasione per vedere quanto possa degenerare una situazione già ridicola. Il risultato è un survival arcade diretto, volutamente sgangherato e molto più interessato al piacere immediato di respingere una massa di non morti che a costruire attorno a loro l’ennesimo dramma sull’essere umano che diventa il vero mostro. Per fortuna: gli zombie hanno già abbastanza problemi.
Pubblicato su console da Brainium Games, Zombuffoonery è arrivato anche su PlayStation 4, Xbox Series X|S, Xbox One, Nintendo Switch e PC, mentre la nostra prova si è svolta su PlayStation 5. La formula si comprende quasi immediatamente: bisogna proteggere la propria posizione, costruire fortificazioni che rallentino le creature, sistemare torrette e intervenire personalmente con pistole, lanciagranate, coltelli e armi da mischia. I nemici eliminati lasciano monete che alimentano la crescita durante la partita, così ogni nuova ondata trova un personaggio più rapido, resistente e pericoloso. Non ci sono decine di sistemi da studiare prima di cominciare: la partita entra presto nel vivo e costruisce il proprio interesse sul passaggio da una difesa ancora ordinata a una situazione nella quale il piano iniziale viene progressivamente divorato dal numero dei nemici.

Una barricata è un piano finché arrivano gli zombie
Le fortificazioni impediscono che il combattimento si riduca al semplice correre in cerchio sparando. Rallentare un accesso e affidarne una parte alle torrette significa guadagnare secondi preziosi per occuparsi di un’altra direzione, mentre una disposizione poco efficace può lasciare scoperto proprio il passaggio che sembrava meno pericoloso. La componente strategica rimane leggera e non pretende la complessità di un tower defense, ma basta a costringerci a guardare l’arena prima dell’arrivo dell’ondata invece di limitarci ad aspettare il primo bersaglio. La soddisfazione nasce soprattutto dal momento in cui la preparazione regge: una massa viene frenata dove previsto, il fuoco automatico assottiglia il gruppo e noi possiamo dedicarci a ciò che riesce a passare. Naturalmente quella sensazione di controllo dura raramente quanto vorremmo, ed è precisamente da lì che comincia il lato più divertente.
Nella nostra prova su PS5 i controlli richiedono infatti un minimo di adattamento. Il movimento può sembrare inizialmente un po’ scivoloso e, nelle situazioni più affollate, una correzione troppo ampia rischia di trasformare una ritirata elegante in una corsa verso il problema successivo. Dopo qualche tentativo si impara a convivere con questa risposta e la goffaggine finisce quasi per accordarsi con il tono generale, anche se non va scambiata per una scelta di design particolarmente raffinata. Quando salute, posizione e numero dei nemici iniziano a remare tutti nella direzione sbagliata, Zombuffoonery vive proprio della distanza fra ciò che avevamo programmato e ciò che sta realmente accadendo. Morire per una manovra maldestra può strappare una risata; morire perché il personaggio non si è mosso come volevamo resta comunque un errore del gioco.

Le monete comprano tempo, non una rivoluzione
Ogni ondata completata permette di rafforzarsi grazie alle monete raccolte, creando quella crescita continua indispensabile a un survival costruito sull’aumento della pressione. Migliorare il personaggio serve perché i gruppi diventano più insistenti e gli errori costano sempre più cari, mentre cambiare arma permette di adattarsi alla situazione: la pistola offre una risposta controllabile, il lanciagranate acquista valore davanti a bersagli ammassati e le opzioni ravvicinate diventano una soluzione rischiosa quando non esiste più spazio sufficiente per tenere tutti a distanza. Il sistema non punta su configurazioni elaborate o trasformazioni radicali del personaggio; vuole piuttosto farci percepire che il minuto successivo richiede qualcosa in più del precedente. È una crescita semplice, immediata e adatta a sessioni nelle quali l’obiettivo principale rimane vedere quanto a lungo riusciremo a rimandare l’inevitabile disastro.
Proprio questa semplicità stabilisce però un limite abbastanza netto. Una volta compreso come distribuire le difese, quali strumenti preferire e come spendere le risorse, la struttura cambia poco: arriva un’ondata, si sopravvive, ci si potenzia e si aspetta quella seguente. Le dieci sfide hardcore aggiungono obiettivi per chi vuole spremere maggiormente il sistema, ma non cambiano la natura di un’esperienza pensata soprattutto per essere ripresa a piccole dosi. La comicità delle situazioni aiuta perché una sconfitta assurda pesa meno di quanto peserebbe in un survival più severo, tuttavia il gioco ha bisogno che il caos produca continuamente incidenti divertenti per non far emergere troppo rapidamente la ripetizione. Dopo aver familiarizzato con arsenale e difese, la domanda diventa meno “riuscirò a sopravvivere?” e più “quanto mi divertirò a farlo ancora una volta?”.

L’apocalisse economica
Sul piano visivo Zombuffoonery rimane piuttosto essenziale. Personaggi e zombie sono realizzati con disegni 2D semplici, i fondali puntano più sulla chiarezza che sulla ricchezza di particolari e le animazioni hanno volutamente un’impostazione caricaturale, adatta a un gioco che trasforma ogni assalto in una piccola gag. Colori accesi, movimenti esagerati e nemici scaraventati qua e là mantengono coerente il tono da commedia fisica e permettono di capire rapidamente che cosa sta succedendo anche quando l’arena comincia a riempirsi. In quei momenti conta soprattutto distinguere le creature in arrivo, capire quale barriera stia cedendo e individuare una via di fuga, e la semplicità della grafica finisce per aiutare. Non è un 2D particolarmente ricco o raffinato, ma è funzionale a un gioco che preferisce far ridere con una situazione fuori controllo piuttosto che impressionare con la propria confezione.
Questa impostazione spiega anche perché Zombuffoonery renda di più come gioco da mezz’ora libera che come titolo al quale affidare intere serate. Entrare, sistemare qualche difesa, affrontare una serie di ondate e tentare di migliorare il risultato precedente produce un ritmo piacevole proprio perché non richiede grandi preparativi. La morte non lascia il sapore di un investimento enorme buttato via e la partita successiva è immediatamente comprensibile. Il rovescio della medaglia è evidente: chi cerca una campagna articolata, una progressione capace di aprire continuamente possibilità inedite o una forte varietà di situazioni arriverà presto ai confini del progetto. Qui il piacere sta nella reiterazione di un gesto arcade, più vicino alla vecchia caccia al punteggio che alla moderna necessità di riempire cinquanta ore di contenuti.
Alla fine Zombuffoonery regge soprattutto grazie al rapporto molto semplice che stabilisce con il fallimento. Una barricata piazzata male, una ritirata gestita peggio o un’ondata che supera improvvisamente le difese possono diventare momenti divertenti invece di semplici sconfitte, ed è significativo che durante la prova ci sia capitato più volte di ridere proprio mentre tutto stava andando a rotoli. Il controllo poco preciso e la ripetitività impediscono al sistema di sostenere ambizioni maggiori, ma qui le ambizioni sono evidentemente contenute: offrire un survival economico, rapido da capire e adatto a qualche sessione di caos senza impegno. Finché lo si prende in queste dosi, vedere il proprio magnifico piano difensivo crollare sotto un mucchio di zombie conserva un fascino stupidamente efficace.













